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STALIN E GLI EBREI, COME LI USÒ, COME LI UCCISE.

09/08/2013

STALIN E GLI EBREI, COME LI USÒ, COME LI UCCISE.

Mikhoels e Feffer ebbero scambi con il cantante Paul Robeson, artisti come Marc Chagall, lo scrittore Howard Fest e persino lo scienziato Albert Einstein. Questo viaggio si rivelerà importante perché Mikhoels e Feffer poterono tessere collegamenti ufficiali con l’American Jewish Joint Distribuition Commitee. Sarà questo rapporto a fungere da pretesto per incastrare Mikhoels in futuro. Intanto, con la fine della guerra, l’antisemitismo di Stalin si era fatto ancora più virulento: A Yalta, nel 1945, in un incontro con il presidente americano Roosevelt, il dittatore sovietico si era ad esempio fatto sfuggire, a proposito degli ebrei, la definizione di “profittatori e parassiti”.
“In molte menti, specie in quella di Stalin – scrive Rapoport – intellettuale ed ebreo erano sinonimi. Come negli anni trenta, anche nel dopoguerra tutta la struttura sociale, e non soltanto l’intellighenzia e gli ebrei, era stata epurata. Ma nella mente di Stalin gli ebrei erano un nemico di primaria importanza, perché guardavano all’Occidente, erano troppo aperti ad influenze straniere e poi erano fedeli a una divinità che non era lo stato comunista. […] La parola chiave della lotta scatenata nel dopoguerra contro gli ebrei intellettuali sovietici fu cosmopolitismo, un eufemismo che designava gli ebrei e i gentili infettati da idee ebraiche”.
Stalin amava controllare e istruire tutti gli intellettuali, secondo le sue direttive che erano poi quelle perfettamente comuniste: da tempo aveva notato che le arti e le scienze erano “in mano agli ebrei”, a registi come Eizenstein, attori come il già citato Mikhoels o
Pianta della dislocazione
dei gulag nel territorio sovietico

Daniel Segal. Per di più parenti e collaboratori (la figlia, il figlio, il braccio destro Molotov) sembravano provocatoriamente sposarsi ad ebrei. Il dittatore si sentiva accerchiato. Nominò quindi Andrej Zdanov a “zar della cultura sovietica”, controllore delle tematiche e dello sviluppo dell’arte in Urss (!): prese il via la cosiddetta Zdanovscina, il regno del terrore culturale contro l’intellighenzia. Per due anni, dal 1946 al 1948 (e cioè fino alla sua morte) Zdanov divenne l’occhio di Stalin su medicina, letteratura, filosofia, linguistica (della quale il dittatore era fanaticamente appassionato), economia. La campagna antisemita esordì subito, nel 1946: progressivamente, il Teatro ebraico di Mosca venne boicottato. Cuore della cultura moscovita, il Teatro ebraico venne mortificato e desertificato, fino all’estinzione. Nel pomeriggio del 12 gennaio 1948, Mikhoels ricevette una telefonata, nella quale veniva convocato ad una “riunione urgente”, forse con un capo di partito di nome Ponomarenko. Da quella riunione, l’attore non sarebbe più tornato: a causare la morte di Mikhoels, ufficialmente, un incidente automobilistico.

Nel pomeriggio del 13 gennaio, al teatro yiddish di Mosca arrivò una telefonata anonima: “Mikhoels è morto […] Adesso viene il turno di tutti gli ebrei”.
Nell’aprile del 1949, il Teatro ebraico di Mosca era praticamente morto, chiuso ufficialmente dalle autorità. Il nome di Mikhoels scomparve letteralmente dalle pagine dei giornali e dai discorsi pubblici fino al 1953, quando sarebbe servito per il “complotto dei medici”.
Fino al 1952, gli ebrei vennero estromessi ed eliminati dalle file del Partito e dai gangli vitali della società sovietica: nella nuova edizione della grande enciclopedia sovietica, pubblicata nel 1952, la voce “Ebrei” passò dalle 54 pagine dell’edizione precedente – suddivise per storia cultura e religione – a due misere pagine. In quella due pagine, la frase: “Gli ebrei non costituiscono una nazione”. I vertici dell’Esercito vennero ripuliti di 63 generali e 260 colonnelli ebrei, estromessi o eliminati tra il 1948 e il 1953.
Verso la fine di agosto del 1948, dopo l’improvvisa morte di Zdanov, una sconosciuta addetta al reparto radiologico dell’ospedale del Cremlino – Ljdija Timasuk – esaminò, chissà come e per conto suo, gli elettrocardiogrammi di Zdanov, e informò gli organi di sicurezza sulla possibilità che l’illustre membro d’apparato non fosse deceduto di morte naturale. La Timasuk era solo una paramedica, da sempre divorata dall’odio per la propria superiore (ebrea) direttrice del reparto elettrocardiografico, Sofija Karpaj (in odore di arresto, che puntualmente avvenne nell’estate del 1951).

Improvvisamente, la Timasuk si vide catapultata ai vertici della medicina sovietica, e insignita dell’Ordine di Lenin. A lei si doveva l’assist per il lancio del “complotto dei medici”, che sarebbe scoppiato solo nel 1953, dopo che Stalin aveva potuto studiare ogni passaggio di quella che si annunciava come una nuova, immane purga. Intanto, le mogli ebree dei collaboratori di Stalin – come la moglie di Molotov – finivano nel Gulag: al fido Poskrebysev, che implorava per la moglie perduta, il dittatore fece trovare a casa, nello stesso giorno del “divorzio coatto”, una nuova moglie (!), questa volta russa.
Un altro passo verso il secondo Olocausto scatenato dal “complotto dei medici” fu il “processo Slansky”: un modello pilota della purga che Stalin stava preparando a Mosca. Tutto si svolgeva in Cecoslovacchia: l’ebreo comunista Slansky veniva accusato di tentato omicidio “medico” ai danni del presidente ceco Klement Gottwald. Processato e torturato, Slansky si autoaccusò di complicità con Israele, di sionismo, di intesa con i Rothschild e con Ben Gurion, e di qualsiasi nefandezza i torturatori sovietici volessero. Il caso Slansky scatenò epurazioni antisemite in tutti i paesi satelliti di Mosca. A finire nelle maglie della repressione vi furono anche membri di apparato comunisti ebrei dei quali non si sarebbe sentita la mancanza: come la famigerata dirigente rumena Anna Pauker, definita nell’universo comunista “una iena senza cuore”. Il 4 dicembre 1952, Slansky e dieci altri condannati vennero impiccati.

Le ultime parole di Slansky furono, da comunista conscio di essere stato complice di una macchina dell’assurdo: “Raccolgo ciò che ho seminato”. I corpi di Slansky e dei suoi compagni furono cremati nel carcere di Ruzyn e le ceneri raccolte in un sacco di patate, per essere poi rovesciate su una strada ghiacciata.
Tutto era ormai pronto per la mattina del 13 gennaio 1953, quando la “Pravda” avrebbe annunciato il “complotto dei medici”. Nella mente di Stalin, il complotto sarebbe stato l’ultimo, spettacolare passo prima della colossale purga antisemita, della deportazione e della “soluzione” della “questione ebraica” in Unione Sovietica. L’Urss – rinvigorita dalla cancellazione della “quinta colonna cosmopolita” – avrebbe potuto marciare verso lo scontro finale: l’Occidente aveva le ore contate.
Si può credere in Dio, nel Destino o nel Caso, quel che è certo è che l’ictus che colpì Josif Stalin nei primi giorni di marzo del 1953, di fronte ai suoi più “fidi” collaboratori, da Beria a Krusciov a Malenkov, avvenne al momento giusto.

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