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MUSSOLINI , LE LEGGI RAZZIALI E LE VERITA’ CHE LA SINISTRA HA OMESSO DALLA STORIA .


MUSSOLINI , LE LEGGI RAZZIALI E LE VERITA' CHE LA SINISTRA HA OMESSO DALLA STORIA .

Per cominciare va detto che l’ebraismo italiano era “profondamente integrato nella società plasmata dal regime fascista! Gli ebrei fascisti non erano un corpo estraneo allo stato e i suoi più alti ed influenti esponenti proclamavano “l’assoluta fedeltà degli israeliti al fascismo e al suo duce”. Renzo De Felice, sul suo “Storia degli ebrei italiani”, scrive che gli ebrei furono fondatori, per esempio, dei fasci di combattimento di Milano, ebbero parte attiva nelle squadre di Italo Balbo e furono fra i protagonisti della “marcia su Roma”. I Caduti ebrei di quella epopea figurano nel “martirologio ufficiale della rivoluzione fascista”. Furono anche fra i finanziatori del partito fascista.
E’ noto che i provvedimenti a favore degli ebrei nel 1930, perfezionati nel 1931, risultarono tanto graditi alla comunità ebraica italiana che i rabbini innalzarono preghiere di ringraziamento nelle sinagoghe. E’ anche noto l’attacco lanciato dal Duce, contro le teorie nazionalsocialiste. Il 6 settembre 1934, dal palazzo del Governo di Bari Mussolini, dopo aver esaltato la civiltà mediterranea, disse: “Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine d’oltr’Alpe, sostenute da progenie di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto”. Uno spietato attacco all’antiebraismo della Germania. Pertanto sino ad allora non esisteva alcuna pregiudiziale anti ebraica nell’animo di Mussolini. E allora, come si giunse alle leggi razziali?

Le Sanzioni
la politica fascista cambiò repentinamente con la conquista dell’Etiopia. Con questa azione di forza, non concordata, l’Italia si mise in conflitto con le potenze che detenevano il potere e le ricchezze del mondo e non consentivano ad altri di intervenire sulla scena geopolitica mondiale. L’Italia era una nazione di serie B e tale doveva rimanere.
Bernard Show, in una intervista al Manchester Guardian (13 ottobre 1937) profetizzò: “Le cose già fatte da Mussolini lo condurranno prima o poi ad un serio conflitto con il capitalismo”. Infatti le nuove idee, che partivano dall’Italia fascista, si stavano espandendo in tutto il mondo; dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna all’Australia, dall’Argentina alla Norvegia, nascevano movimenti di ispirazione fascista. Sembrava che, una volta ancora, l’Italia fosse ispiratrice di un nuovo messaggio universale di sapore rinascimentale: il Rinascimento del lavoro. Queste nuove idee, portavano in sé un difetto: mettevano in pericolo il sistema capitalistico allora vigente e padrone.
La guerra d’Etiopia provocò, dunque, un inasprimento delle relazioni con Francia e Inghilterra, le nazioni imperialiste per antonomasia, che guidavano la Società delle Nazioni. Anche per il subdolo intervento di Roosevelt, furono imposte all’Italia le “sanzioni”: cioè l’embargo economico. La Germania si dissociò e continuò ad intrattenere rapporti con l’Italia. Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola; i Paesi capitalisti si schierano, con l’Unione Sovietica, contro l’Italia che collabora con Francisco Franco. Di nuovo la Germania è accanto all’Italia. In questa fase storica si formano due schieramenti: uno di carattere democratico-capitalistico, guidato principalmente da Gran Bretagna, da Francia e dagli Stati Uniti di Roosevelt; l’altro da Germania e Italia. Mussolini cercò di evitare in ogni modo questa alleanza con il Führer di cui osteggiava fortemente la politica. Il 22 giugno 1936 rilasciò una intervista all’ex ministro francese Malvy, nella quale ribadiva la propria disponibilità a collaborare con la Francia e con l’Inghilterra: “Disse Mussolini: “La situazione è tale che mi obbliga a cercare altrove la sicurezza che ho perduto dal lato della Francia e della Gran Bretagna. A chi indirizzarmi se non a Hitler? Vi ho fatto venire perché informiate il vostro Governo della situazione. Io attenderò ancora, ma se prossimamente l’atteggiamento del Governo francese nei confronti dell’Italia fascista non si modifica, se non mi si darà l’assicurazione di cui ho bisogno, l’Italia diventerà alleata della Germania”. Questa testimonianza viene riportata da E. Bonnifour nella “Histoire politique de la troisième republique”.
Furono i Paesi capitalisti a “gettare l’Italia in braccio” alla Germania per annientarle successivamente entrambe. Lo affermano anche Winston Churchill e lo storico inglese George Trevelyan. Il primo (La Seconda Guerra Mondiale”, Vol. 2°, pag. 209) scrive: “Ora che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi dall’altra parte, la Germania non era più sola”. George Trevelyan nella sua “Storia d’Inghilterra”, a pag. 834, scrive: “E l’Italia che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l’Austria e con i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania”. Mussolini chiese ripetutamente alla Comunità israelitica italiana di intervenire, presso le Comunità israelitiche anglosassoni e francesi, per dirimere la vertenza; la risposta fu negativa. Fu allora che il Duce abbandonò la politica favorevole agli ebrei.

Le leggi razziali
La storia stava così trascinando l’Italia alla “ineluttabilità dell’alleanza con Hitler e quindi della necessità di eliminare tutti i motivi non solo di frizione, ma anche solo di disparità con la Germania” (R. De Felice, Storia degli ebrei sotto il fascismo, pag. 137). Mussolini era conscio che l’antisemitismo occupava uno spazio preminente nell’ideologia nazionalsocialista, di conseguenza se voleva giungere ad una reale alleanza, doveva adeguarsi alle circostanze. Fu così che si giunse al distacco di Mussolini e del fascismo dall’idillio che c’era stato con la Comunità ebraica e questo viene confermato dal maggior studioso del fascismo che osserva: “Una volta che Mussolini fu gettato nelle braccia della Germania di Hitler, era impensabile che anche l’Italia non avesse le sue leggi razziali”. Il Duce, tuttavia, per renderle il meno dolorose possibili, impose di discriminare non perseguire, oltre a lasciar aperte numerose scappatoie per cui si giunse a situazioni paradossali, come il caso denunciato dal giornalista Daniele Vicini su “L’Indipendente” del 20 luglio 1993: “Ebrei e comunisti sciamarono verso l’Italia attraverso il Brennero, frontiera che potevano varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica, ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze”. “Erano tutti pazzi a rifugiarsi in un Paese dove vigevano le leggi razziali, oppure i fuggitivi ben sapevano che quelle leggi erano poco meno che una farsa”? Fu creato un organismo ad hoc – il comitato di assistenza agli ebrei in Italia – che permise a circa diecimila profughi provenienti da Germania, Polonia, Ungheria e Romania di trovare rifugio nel nostro Paese; altri 80 mila ebrei poterono emigrare in Palestina e in altre nazioni grazie alla collaborazione delle autorità italiane. Dal porto Trieste gli ebrei emigranti viaggiavano su navi del Lloyd triestino che concedeva loro sconti fortissimi, fino al 75%!.
Dalla applicazione delle leggi discriminatorie erano escluse le famiglie di Caduti, mutilati o feriti in guerra o chi si era battuto per la “causa fascista”. In realtà nessuno fu mai colpito dalle leggi razziali fasciste. La maggioranza di ebrei, piccoli negozianti, non fu toccata; a nessuno fu imposta la stella gialla di David, molti finsero di convertirsi al cristianesimo, ecc. La eterna farsa italiana fu pari alla sua fama. Si parlò di professori universitari licenziati, ma questi erano dodici in tutto e, a seconda dei casi,vengono utilizzati come vittime delle leggi razziali o perché antifascisti o filocomunisti e così via. Ma questo è ridicolo se si pensa alla “pulizia ideologica” attuata negli Stati Uniti da Mac Carty e, in ogni caso, non furono perseguitati i professori i fascisti che non si riciclarono come antifascisti nel dopoguerra?
Ricordo le parole di Vittorio Mussolini quando disse che le leggi razziali lo colpirono in quanto sia lui che il fratello Bruno avevano amici di religione ebraica. Si indignarono con il padre minacciando di portare i loro amici ebrei a dormire a Villa Torlonia. Mussolini paternamente e bonariamente li rassicurò dicendo: “dite ai vostri amici di stare tranquilli per due o tre mesi.. poi sarà tutto finito”. E così fu in realtà. Ricordo che i grandi negozi di ebrei cambiarono ragione sociale così Cohen diventò “Prima”, Galtrucco e altri seguirono con altri nomi ma nessun commerciante fu sequestrato o messo in difficoltà. Agli ebrei fu vietato il privilegio e l’onore di servire la Patria in armi per cui furono esentati dalla leva obbligatoria; si può immaginare con quanta sofferenza per i giovani ebrei … ! Da ragazzo conobbi un tenente pilota tedesco che si chiamava Karl Reyer. Era ebreo ed aveva lasciato la Germania per arruolarsi nella aeronautica italiana con la quale aveva partecipato alla campagna in Russia meritandosi il riconoscimento della Luftwaffe e portava il nastrino all’occhiello della divisa!

Le persecuzioni
La guerra imperversava e i tedeschi rastrellavano gli ebrei nelle zone occupate ma, per ordine di Mussolini, “Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (…). Appena giunte sui luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei (…)” (Léon Poliakov, “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pagg. 219-220). Questo schermo si ergeva, quindi, non solo in Italia, ma in Croazia, in Grecia, in Egeo, in Tunisia, e ovunque fossero presenti le truppe italiane.
Scrive Rosa Paini (ebrea) (“Il Sentiero della Speranza”, pag. 22): “Quel colloquio lo aveva voluto Mussolini ancora più favorevole agli ebrei, in modo da essere indotto a concedere tremila visti speciali per tecnici e scienziati ebrei che desideravano stabilirsi nel nostro Paese”.
Mordechai Poldiel (israelita): “L’Amministrazione fascista e quella politica, quella militare e quella civile, si diedero da fare in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi rimanessero lettera morta”.
Israel Kalk (“Gli ebrei in Italia durante il Fascismo”): “.. Siamo stati trattati con la massima umanità” e,: “Credo di non temere smentite affermando che con voi la sorte è stata benigna e che la vostra situazione di internati in Italia è migliore di quella dei nostri fratelli che si trovano in libertà in altri paesi europei”.
Anche Salim Diamand (Internment in Italy – 1940-1945), scrive. “Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia. C’era del militarismo, è ovvio, ma io non ho mai trovato un italiano che si avvicinasse a me, ebreo, con l’idea di sterminare la mia razza (…). Anche quando apparvero le leggi razziali, le relazioni con gli amici italiani non cambiarono per nulla (…). Nel campo controllato dai carabinieri e dalle Camicie nere gli ebrei stavano come a casa loro”.
L’autorevole docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, George L. Mosse, nel suo libro “Il razzismo in Europa”, a pag. 245 ha scritto: “Il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo (…). Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini (…). Ovunque, nell’Europa occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere la nazionalità italiana. Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l’Italia”.
Durante la guerra, nonostante le pressanti richieste da parte tedesca, Mussolini si rifiutò sempre di consegnare gli ebrei italiani ai nazisti e diede disposizioni per attuare nelle zone controllate dall’esercito italiano (Tunisia, Grecia, Balcani e sud della Francia) vere e proprie forme di boicottaggio per sottrarre gli ebrei ai tedeschi (era sufficiente avere un lontanissimo parente italiano, spesso inventato, per ottenere la cittadinanza italiana e sfuggire in questo modo alla deportazione).
Pochi della paludosa e mefitica giungla antifascista amano ricordare che nel 1940, quando già l’Italia era in guerra, la nave italiana Esperia, carica di profughi ebrei, salpò per l’Egitto. I bugiardi senza rimedio fanno risalire quel viaggio alla audacia del capitano, il Capitano Stagnaro, ma è fuor di dubbio che il governo fascista autorizzò tacitamente quel viaggio. In modo del tutto analogo, nel 1942, cioè in piena guerra, una altra nave carica di ebrei provenienti dalla Croazia e dai Balcani, circa 1500 persone, partì da Trieste in direzione Palestina. Il trasporto era stato organizzato dal governo italiano e concordato con i comandi inglesi. Inoltre è noto che Giorgio Perlasca, un ambasciatore italiano, fece miracoli per salvare perseguitati ebrei ma nessuno dice che Perlasca agiva per conto del governo fascista. Si è mai visto un ambasciatore agire contro le direttive del proprio governo? Perché non dare a Mussolini quantomeno il beneficio di aver deliberatamente chiuso ambedue gli occhi su queste vicende, dovendo egli costantemente affrontare la intransigenza germanica che si vedeva, ed era la verità, presa in giro?

Dopo l’8 settembre
Con la resa dell’Italia la situazione per gli ebrei peggiorò non essendoci più lo scudo alzato da Mussolini. Fu in quei giorni, ed esattamente il 16 ottobre 1943 che i tedeschi effettuarono un rastrellamento nel ghetto di Roma catturando più di mille ebrei. Finalmente i tedeschi ebbero la possibilità di mettere in atto quanto sino ad allora era stato proibito. Perché non intervennero i partigiani a difendere i deportati? I tedeschi furono ostacolati solo dal fascista Ferdinando Natoni che ospitò nella sua abitazione alcune ebree facendole passare per sue figlie. Altri nomi di fascisti meritano di essere citati accanto a quello di Natoni: Perlasca di cui si è già detto, salvò la vita ad alcuni migliaia di ebrei in Ungheria; Zamboni (fascista) riuscì a far fuggire da Salonicco centinaia di ebrei; Palatucci (fascista) ne salvò alcune migliaia a Fiume; Calisse (fascista) operò in Francia e fece fuggire diverse decine di ebrei. Non dimentichiamo Farinacci, che nascose una famiglia di ebrei nella sua tipografia e il futuro segretario del Msi, Almirante che ne nascose alcuni nel Ministero dove lavorava. Potremmo citare altri casi e nomi, ma non possiamo abusare oltre. Mentre si svolgevano questi fatti, gli antifascisti e i partigiani che facevano?
Renzo De Felice osserva (op. cit. pag. 447): “…. nei mesi successivi all’emanazione dell’ordine di polizia n° 5, la politica antisemita della Rsi fu in un certo senso abbastanza moderata (…). Il concentramento degli ebrei fu condotto dalle prefetture, in relazione al periodo in questione s’intende, con metodi e discriminazioni abbastanza umani ed esso non fu affatto totale, come lascerebbe credere l’ordine del 30 novembre 1943. ……”.

Mussolini sterminatore di ebrei?
L’ infamia più mostruosa, la menzogna più vergognosa per denigrare Benito Mussolini, é quella della complicità e connivenza nello sterminio di 5 milioni di ebrei. Non Roosevelt (che inviò la sua fleet per cannoneggiare un piroscafo carico di ebrei fuggiti nel 1939 da Amburgo), non Churchill che ordinò di silurare a Salinas un’altro carico di ebrei qualora non avesse invertito la rotta, non Stalin che lo storico russo Arkaly Vaksberg, (“Stalin against Jews”), dopo accurate ricerche in archivi riservati, accusa sostenendo che “il numero degli ebrei eliminati da Stalin è stato presumibilmente 5 milioni”, .. ma solo Mussolini… diventa complice delle nefandezze di Hitler. Ma allora, se la alleanza con la Germania implica la corresponsabilità dei crimini contro gli ebrei, per qual motivo gli alleati della Unione Sovietica non devono essere corresponsabili dei cento milioni di vittime del comunismo? E per qual motivo i crimini commessi da americani e inglesi, francesi, jugoslavi e truppe di ogni razza e colore non devono essere condivise in solido dagli altri alleati? E si tratta di crimini ben più gravi e distruttivi, dai bombardamenti agli eccidi, alle deportazioni, alle persecuzioni, dagli stupri agli assassini di gente inerme. Scrive Giorgio Pisanò (“Noi fascisti e gli ebrei”, pag. 19) “Si giunse così al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu allora che, all’insaputa di tutti, Mussolini diede inizio a quella grandiosa manovra, tuttora sconosciuta o faziosamente negata anche da molti di coloro che invece ne sono perfettamente a conoscenza, tendente a salvare la vita di quegli ebrei che lo sviluppo degli avvenimenti bellici aveva portato sotto il controllo delle forze armate tedesche”.

Conclusioni
Come già detto, le leggi razziali italiane del 1938 gettarono un’ ombra sul regime fascista e sulla splendida figura di Mussolini in particolare ma voler associare a Hitler la figura del Duce rendendo questi corresponsabile delle persecuzioni o dello sterminio di milioni di ebrei è un evidente oltraggio alla Verità storica, una falsità assoluta, una mostruosità dal punto di vista morale ed essa stessa una persecuzione della memoria e dell’operato di un grande Uomo, di un grande Italiano!
Francesco Paolo d’Auria

FRATELLI D’ITALIA USANO IL SIMBOLO AN COME ESCA


 

INTERVISTA AL DIRIGENTE NAZIONALE DEL PARTITO LA DESTRA GIOVANNI CARMINE MANCINI :
senti voi siete ancora un partito operando sul territorio nazionale ed il vostro leader continua ad essere Storace

 

Si certo

 

cosa ne pensi dell’annessione a fratelli d’italia del simbolo di AN ?

 

Una truffa. I risultati reali probabilmente non erano quelli. Basta pensare che i dati sul simbolo che avrebbe vinto sono stati ufficializzati solo il mercoledi successivo. Avevano dichiarato che AN era solo una minestra riscaldata poi quando hanno compreso l’importanza se lo sono fatto dare dalla Fondazione AN che fra l’latro non aveva alcun potere per farlo.

 

senti con simbolo che hanno acquisito quelli di fratelli d’italia alcuni dei vostri membri de la destra sono passati con fratelli d’italia ?

Nulla di rilevante. E’ un’esca e le persone non sono pesci

continuerete un discorso di alleanza nella coalizione di centro destra con Forza Italia nelle prossime elezioni amministrative ?

Molto probabilmente

infine vi presenterete alle prossime elezioni europee da soli oppure insieme ad una coalizione di destra?

Coalizione. Vogliamo veicolare ed attuare le nostre idee ed i nostri programmi ,non disperdere voti .
Di RinoCostanzo Della Pietra

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FOTO SCANDALO O RICOGLIONIMENTO MENTALE ?


Un bimbo che dorme nudo sul petto del papà come può essere fraintesa ? La Belen viene attaccata sul web per aver postato questa foto , foto che io trovo di una tenerezza infinita . La nostra società è ad un passo dal baratro , da una parte si fa il tifo per il “progresso” , cioè si è favorevoli ai matrimoni gay , alle leggi pro omofobia , all’insegnamento gender nelle scuole elementari e non si trova nulla di strano se nelle materne si voglia insegnare ai bambini di 4 anni la masturbazione . Non fa scalpore neppure se un’islamico sposa una bimba di 7/8 anni e durante la prima notte la squarta letteralmente provocandone la morte . Non scandalizzano i gay prade dove troppo spesso lato  A e lati B sono sotto gli occhi di tutti . Non fa scandalo che un bimbo venga affidato a una coppia lesbo o omosex , così come non scandalizza la cancellazione dei nomi MAMMA e PAPA’ sostituendoli con genitore 1 e genitore 2 . Non preoccupa la legalizzazione di droghe “leggere” e tanto meno il regolarizzare la prostituzione … ma allora perchè scandalizza un bimbo nudo che beatamente dorme sul petto del papà ? Non si vede il male dove il male risiede e prende origine ma si vede il male dove non c’è .. qualcuno lo chiamerebbe degrado dell’essere umano non più razionale , io invece mi sento di chiamarlo rincoglionimento mentale …
Di Tomasi Marinella4

La dissoluzione della forma partito e il cesarismo


  • Il termine della democrazia ed il trapasso da questa al cesarismo si manifesta con lo scomparire del partito come forma politica. Il partito politico oggi è essenzialmente una raccolta di teste, per cui se da un lato è superiore alle vecchie caste della tradizione ed anche al suo omonimo in forma classica, in quanto a spirito di appartenenza, è però loro inferiore in quanto ad istinto. Il partito oggi, tra il limbo di repubbliche che numerar si voglia, è un nemico acerrimo di ogni vera articolazione sociale ed infatti il suo concetto si slega da quello di una presunta uguaglianza teorica ed all’interno di esso si riconoscono non tanto interessi di casta, quanto interessi meramente professionali.Infatti gli ideali astratti e le finalità alla base di ogni vera politica di partito svaniscono e il loro posto è colmato da una politica privata, esercitata da poche personalità capaci di essere mera espressione di lobbies economiche, anche le più disparate. Se infatti una casta ha degli istinti e se, un partito classico nella sua forma si raccoglieva intorno ad un programma, queste lobbies sono fazioni ed ogni fazione ha solo un capo. Come abbiamo avuto modo di osservare, nel momento in cui una assemblea parlamentare si costituisce, si formano subito unità tattiche la cui coesione si fonda sulla volontà di conservare la posizione dominante appena conquistata, unità che, siano esse partiti o movimenti beninteso, non si considerano più i portavoce dei loro elettori, ma che invece volgono a fare dei loro elettori i docili strumenti dei propri fini.Quindi anche un movimento organizzato apparentemente dal basso, diviene con ciò stesso uno strumento della corrispondente organizzazione e le cose procedono in tal senso fino a quando l’organizzazione stessa diviene a tutti gli effetti lo strumento di una lobbie. D’altronde il potere in sè stesso è più forte di ogni teoria. Inizialmente il complesso direttivo ed organizzativo si giustifica con un programma, poi il programma viene difeso solo da coloro ai quali serve in vista di un esercizio di potere puro e semplice (migliaia di persone vivono delle cariche e degli stipendi che i partiti distribuiscono) ed infine ci si dimentica del programma e l’organizzazione vive e prospera solo per sè stessa. E’ ovvio che una volta che un tale gruppo esiste, le elezioni hanno il solo significato di una censura esercitata dalla massa volta per volta, sulle singole organizzazioni, sulla formazione delle quali essa però finisce con il non avere più influenza alcuna. E con ciò stesso, il diritto fondamentale delle nostre costituzioni, quello della massa libera di eleggere i propri rappresentanti, resta lettera morta perchè nella realtà ogni organizzazione sufficientemente sviluppata si dà da sè stessa i propri leader.E lo stesso suffragio universale non da alcun diritto e garanzia reale, nemmeno quello di scegliere, se anche fosse possibile, tra due soli partiti, perchè le lobbies che prendono forma proprio in base ad esso vanno a controllare mediante il potere economico tutti gli strumenti intellettuali offerti, dalla carta stampata alle tv (in parte ancora ai social network, ma su questo avremo occasione di ritornarvi) tanto da veicolare a loro piacimento l’opinione delle singole persone sui partiti, mentre le lobbies disponendo di cariche, influenze e normative ad hoc, educano un gruppo a loro completa disposizione, il quale gruppo soppianta tutti gli altri facendoli cadere in una inerzia elettorale tale che, alla fine, non può venire più superata nemmeno nelle crisi più gravi. Tuttavia sarebbe errato parlare tanto di decadenza quanto di degenerazione dei costumi, è invece, a nostro avviso, lo stesso costume delle democrazie mature che per una necessità interna assume queste forme. I partiti divengono quindi il docile seguito di pochi individui con i quali si preannuncia il cesarismo proprio al basso impero, i parlamenti diventano istituzioni tanto solenni quanto vuote ed i diritti della massa vengono presentati con un grande apparato e sono tutelati tanto scrupolosamente quanto sempre meno significano ancora qualcosa. L’economia tramite i partiti, oramai espressioni pure e semplici di gruppi di potere, organizza il corso dell’attività parlamentare nell’interesse di coloro di cui questi sono l’espressione ed il fatto elettivo non è altro che un gioco concordato presentato come espressione della volontà popolare.

  • Di Simone Salandra Immagine
     

E SE TORNASSIMO ALLA LIRA ?


E se tornassimo alla lira? Ecco cosa succederebbe Molti italiani sperano in un ritorno alla Lira, ma i più probabili scenari di un addio all’Euro indicano la decisione come assai controproducente per il Paese. Rino Della Pietra 17 aprile 2013 la gente fa la fila davanti alle banche in attesa di riuscire a recuperare parte dei risparmi accumulati con anni di lavoro, ma molti istituti sono senza liquidi e sull’orlo del fallimento. La svalutazione della moneta ha reso difficile la situazione degli istituti di credito e con l’impennata dell’inflazione è ormai proibitivo fare anche la spesa. Del resto le merci nei supermercati cominciano a scarseggiare perché importare beni è diventato troppo costoso con il cambio, e la benzina è alle stelle. Le forze dell’ordine faticano a contenere le proteste di piazza di chi ha perso in una settimana tutto quello che aveva, del resto anche gli stipendi pubblici sono a rischio con le nuove misure di austerità varate dal Governo. Piazza affari crolla a picco, tra gli industriali, chi ancora può, trasferisce i capitali al’estero, mentre ormai diventa sempre più difficile espatriare con la progressiva chiusura delle frontiere e la sospensione dell’accordo di Schengen. Speculatori e investitori con pochi scrupoli si preparano a fare compere in Italia con quattro soldi, anche di grandi marchi, affossando ancora di più il sistema industriale del Paese. E ‘ questo uno dei più probabili scenari in Italia in caso di addio alla moneta unica europea e di ritorno alla vecchia Lira. E’ il caso di ricordarlo in un momento di crisi dove in molti sono tentati dal gesto antieuropeista dell’uscita dall’Euro, anche tra i massimi vertici politici del Paese. Quando ancora la crisi era lontana e a parlare di ritorno alla lira e addio all’Euro erano pochi e sparuti gruppetti nostalgici della moneta nazionale, non ci si faceva caso, ma con gli avvenimenti di questi mesi, il crollo delle economie nazionali, il rischio default per l’Italia, la recessione, la disoccupazione, quei gruppi sono diventati sempre più numerosi portando la questione al centro del dibattito pubblico. Anche ai massimi vertici politici del Paese c’è chi effettivamente un pensierino alla Lira lo ha fatto, o almeno così dice. Tra i politici più in vista ultimo in ordine di arrivo è stato il nostro ex Premier Silvio Berlusconi facendo scattare l’allarme in molti che ricordano, invece, come una simile ipotesi sarebbe oltre che poco percorribile anche assai controproducente. Oltre alle conseguenze sull’impatto di una simile decisione nei giorni dell’annuncio ufficiale, con il panico che prenderebbe il sopravvento, bisognerebbe valutare poi tutte le misure necessarie e ripristinare l’ordine nel bilancio pubblico che, come dice Confindustria, equivarrebbe ad una colossale patrimoniale mai varata prima. Anche in Germania la popolazione si è spaventata alle terribili previsioni di una dissoluzione dell’euro che porterebbe ad una diminuzione di quasi il 10% del Pil, mentre ancora oggi secondo alcuni sondaggi almeno al 30% dei nostri connazionali non dispiacerebbe questa soluzione.

Di RinoCostanzo Della PietraImmagine

SEQUESTRATI VANGELI OFFENDEVANO ISLAM – E SE IO VI SEQUESTRASSI IL CORANO PERCHE’ OFFENDE ME ?


VANGELI SEQUESTRATI PER NON OFFENDERE GLI ISLAMICI
E se io sequestrassi il corano a tutti i musulmani che vivono in Italia perchè offende la mia religione e la mia persona ?
Fabio Filippi, consigliere regionale, ha presentato al Presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna un’interpellanza sull’episodio accaduto a Reggio Emilia , dove i vangeli vennero sequestrati agli alunni dalla dirigenza scolastica di una scuola media per non ‘offendere’ gli islamici.
Ci stiamo tutti rendendo ridicoli in nome di un buonismo finto e ipocrita . Ma siate sinceri , ma veramente la dirigente scolastica si è preoccupata che una sparuta minoranza islamica non venisse “”OFFESA”” dal nostro Vangelo ? Da quando noi Italiani consideriamo Dio offensivo ? Quale maggioranza ha decretato questo ?
Mi sento frustrata al pensiero che Giorgio Napolitano abbia chiesto (a suo tempo) scusa per un cortometraggio che “offendeva” l’islam e non riesce a trovare 2 parole per parlare in difesa della sua stessa religione . Lui che si presenta al Papa in modo ossequioso con la sua consorte con tanto di veletta nera , non proferisce parola per questa discriminazione che ogni giorno i cattolici subiscono a casa loro . Non ha mai proferito parola neppure quando durante lo spettacolo di Castellucci si tiravano escrementi sul volto Santo di Gesù Cristo … ma si sa … quella è arte , sarebbe diventata offensiva se al posto del volto di Gesù ci fosse stato quello di Maometto . Non si è indignato per un film in cui ci si masturba con il Crocifisso , forse anche quella è arte … E se domani io stampassi una magietta con su scritto Maometto è gay che accadrebbe ? Forse mi metterebbero in galera e butterebbero via la chiave
OH… quanta apparenza e nulla succo …
Cattolici adulti che si indignano perchè un Vangelo , un Crocifisso , un Presepio , la parola Natale o il segno della Croce possono offendere un paio di bambini islamici a cui della nostra religione non frega nulla in quanto sono o troppo piccoli per interessarsene o troppo presi dalla loro per pensare alla nostra . Diciamocela tutta , sono i compagni insegnanti e i compagni dirigenti atei a cui disturba il tutto e cercano di accattivarsi così i musulmani in cambio di un voto . Se sapessero i compagni che i musulmani ci schifano per la nostra tiepidezza …
Italiani SVEGLIAMOCI , perchè grazie ai politici di sinistra , l’islam ci sta strappando le nostre origini , la nostra cultura e la nostra identità e noi coglioni neppure ce ne accorgiamo ….
Di Marinella TomasiImmagine

LA GOVERNANCE DEI MASSONI E LA POLITICA IN SONNO


Non è la storia che inizia a cambiare di senso, semplicemente è che ciò che accade non è già più storia. La rapida accelerazione con la quale cambiano non solo la società e gli stati, ci induce a supporre cause che non si possono spiegare in maniera soddisfacente, nè in base al presunto sviluppo storico, nè tantomeno in base a quello umano. Questa accelerazione ci pone innanzi due effetti sopra tutti, afferenti tanto la filosofia che le altre arti e cioè che, il futuro sarà diverso dal presente ma che sarà cosa impossibile il prevedere in che cosa consisterà e come si svilupperà questa diversità. Il nostro stesso linguaggio trova difficoltà a descrivere tali mutamenti, dal momento che è costretto a riferirsi a categorie proprie al comprendere, continuamente superate. Ci torna in mente Lucio Anneo Seneca che, dinanzi all’incendio della città di Lione chiosava “Nihil privatim,nihil stabile publice est,tam hominum quam urbium fata volvuntur” e sicuramente questa chiusa ben si adatta alla nostra postmodernità. In questa bassa marea di tutto il mondo delle forme, dove le strutture delle mere condizioni di vita affiorano nude e prepotenti, l’alta politica torna in uno stato di sonno per dare luogo ad una politica prettamente economica, fine a sè stessa. Il neologismo governance, inteso nel senso di arte del gestire, vocabolo che da un decennio impera tra i politici del mondo globale, sottintende che nei fatti la politica sia solo una faccenda di competenze e buona gestione, così però scompaiono i sogni e con essi, le rivoluzioni. Il concetto stesso di governance implica e certifica la fine della storia intesa come come quella di una società che si preoccupa dell’immediato, ma non ha più un avvenire. Il nostro percorso vuole essere allora una sorta di passaggio al bosco, dove passare al bosco equivale a rompere, radicalmente, con il presente e comporta la scelta di un nuovo modo di essere e di sapere in opposizione al nichilismo imperante, volto specifico dell’astoricità. Infatti al nichilismo sarebbe insensato contrapporre le libertà ed i diritti formali tipici della società di massa o del liberalismo ultimo, del quale la governance è l’espressione. La libertà esige invece spazi vergini non sottoposti quindi all’azione omologatrice del sistema. Nel passaggio al bosco emerge ancora, dalle nostre profondità abissali la dimensione intemporale del mito, capace di risvegliare quelle immagini eterne che, ad onta della civilizzazione, portiamo in noi. D’altronde quando cominciano a mancare le certezze, bisogna riconoscere senso soltanto agli esperimenti.

DI simone Salandra Immagine

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LANCIO DI UOVA CONTRO IL MINISTRO MAURIZIO LUPI


LANCIO DI UOVA CONTRO  IL MINISTRO MAURIZIO LUPI

Momenti di tensione a Bergamo, dove era presente il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi. Una cinquantina di manifestanti del ‘Comitato 9 dicembre’ (ex Forconi) ha protestato e si sono registrati momenti di tensione con le forze dell’ordine. Più volte manifestanti e polizia sono venuti a contatto. Ci sono stati lanci di uova, slogan e cori di contestazione al ministro.I contestatori appartengono ai coordinamenti di Orio, Brescia e Verbania del “Comitato 9 dicembre”. Le forze dell’ordine hanno bloccato anche il traffico in via Verdi per ragioni di sicurezza. I contestatori erano armati di striscioni e uova, queste ultime lanciate verso polizia e carabinieri in assetto antisommossa. Presenti anche la Guardia di finanza e la polizia locale. In più occasioni le forze dell’ordine hanno dovuto respingere i contestatori.
Fonte TGcom24

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QUANDO C’ERA IL FASCISMO ……..


QUANDO C'ERA IL FASCISMO ........

-Quando c’era il Fascismo i Fascisti non rubavano come è provato dalla commissione per i profitti del regime insediata nel dopo guerra (agli atti del parlamento ).
– Quando c’era il Fascismo la famiglia era composta da un padre, una madre e dai figli ed era difesa e tutelata dallo Stato.
-Quando c’era il Fascismo i preti non facevano politica.
-Quando c’era il Fascismo le ragazzine minorenni non si prostituivano per una manciata di soldi.
-Quando c’era il Fascismo la corruzione e l’evasione fiscale erano molto inferiori a quelle di oggi.
-Quando c’era il Fascismo la scuola italiana era ai primi posti in Europa e sfornava elementi come i “ragazzi di via Panisperna”.
-Quando c’era il Fascismo non c’erano né stipendi d’oro, né pensioni d’oro.
-Quando c’era il Fascismo gli enti statali non vendevano appartamenti favolosi a prezzi irrisori ai politici.
-Quando c’era il Fascismo l’immagine dell’Italia nel mondo era rispettata ed ammirata e non derisa e svalutata come lo é oggi.
-Quando c’era il Fascismo non si sarebbe mai accettato di stare in Europa come la Cenerentola ritardata, ma se mai come protagonista.
QUANDO C’ERA IL FASCISMO SI PAGAVANO TASSE CHE ERANO UN DECIMO DI QUELLE CHE I LAVORATORI PAGANO OGGI, NON ESISTEVANO GLI SCONTRINI PER I VENDITORI DI FRUTTA E VERDURA.
QUANDO C’ERA IL FASCISMO NON ESISTEVA NE’ MAFIA NE’ CAMORRA, NE’ RAPINE IN BANCA O AI PORTAVALORI.
QUANDO C’ERA IL FASCISMO LE DONNE NON VENIVANO VIOLENTATE E NON C’ERANO RAPIMENTI A SCOPO ESTORSIVO.
QUANDO C’ERA IL FASCISMO I MALVIVENTI STAVANO NELLE CARCERI E NON IN PARLAMENTO.
QUANDO C’ERA IL FASCISMO IL CAPO DEL GOVERNO NON PRENDEVA LO STIPENDIO MA SOLO UN RIMBORSO SPESE.
QUANDO C’ERA IL FASCISMO NON C’ERANO AUTO BLU.
QUANDO C’ERA IL FASCISMO IL POPOLO ITALIANO ERA UNITO E COMPATTO E NON ESISTEVANO SPINTE EVERSIVE O SEPARATISTE.
-Quando c’era il Fascismo ……

Di Francesco Paolo d’Auria

IL GATTO E LA VOLPE


Forse i più giovani non li conoscono ma, al tempo della foto (1943), questi due “gentlemen” dal volto soddisfatto avevano appena deciso di decretare la fine del mondo conosciuto dai nostri padri. Con un tratto di penna, millenni di civiltà greca, romana e cristiana furono spazzati via per lasciare che, sulle macerie di quella civiltà, in pochi decenni, sorgessero, nel mondo, gli odierni canoni di vita sociale: guerre, mercati, consumismo, corruzione, fame, sequestri e torture, deportazioni e sterminio di intere popolazioni, guerre, stupri, distruzione delle famiglie, mariti che uccidono le mogli, madri che ammazzano i figli, guerre, figli che uccidono i genitori, bombe, terrorismo, menzogne, ipocrisia, malafede, armi di distruzione, guerre, uranio impoverito, prostituzione dilagante, assassinii mirati, mafia, camorra, droga, stragi di studenti, guerre, giudici corrotti e incapaci, napalm, gas arancio, disoccupazione, debito pubblico, guerre, politici ladri, pornografia, film per idioti, laureati ignoranti, professori somari, guerre, medici incapaci, malati lasciati morire, cibo avariato, guerre e infinite altre abominevoli storture che hanno distratto l’Umanità dalle vie della ragione e della giustizia. Tutto questo è da attribuirsi a quei due volti sorridenti e ai loro “danti causa”.
Fra le delizie di questa nuova civiltà ha un ruolo primario la MENZOGNA! Fino a quando? Con un impegno di molti anni, “QUO USQUE TANDEM?” il libro di Francesco Paolo d’Auria, intende aprire uno spiraglio nella coltre di omertà e di silenzio con cui sono stati nascosti i crimini commessi nel XX secolo dai vincitori delle due guerre mondiali. Il libro è una attenta e rigorosa disamina di fatti, documenti, testimonianze, riferimenti che possono illuminare, almeno si spera, le nuove generazioni. Non si può continuare a vivere nella menzogna! Solo cercando la verità si può ricostruire, dalle rovine materiali e morali, il mondo distrutto! L’Autore

P.S. Per acquisti (€25): 069870855 – 320 11 59 470 o anche francodau@libero.it

SI TRATTA DI UN LIBRO BASILARE, UNA SUMMA DI STORIA RECENTE CHE TUTTI I GIOVANI DOVREBBERO CONOSCERE A MEMORIA! NON CI SARA’ MAI GIUSTIZIA PER I VIVI E, SOPRATTUTTO, PER I MORTI, E NON CI SARA’ LIBERTA’ SENZA LA VERITA’!00

L’8 MARZO E LE BALLE FEMMINISTE E COMUNISTE


Si tratta di una mitologia indotta per dare corpo all’ideologia marxista e incanalare le donne il più possibile verso rivendicazioni di stampo comunista.

La festa dell’8 marzo, che in Italia si tramanda di anno in anno con l’immutabilità delle leggende, narra della lotta di classe, dello sfruttamento capitalista, del diritto al lavoro e, immancabilmente, dell’iniquità della società americana. Si tratta però di una mitologia indotta, un misto di fatti veri e meno veri ricostruiti con fantasia dal movimento sindacale, in piena Guerra Fredda, per dare corpo all’ideologia marxista e incanalare le donne il più possibile verso rivendicazioni di stampo comunista. La storia vera infatti è molto più articolata della sola iniziativa che si vuole lanciata da Clara Zetkin a Copenhagen nel 1910. L’incendio della Triangle Shirtwaist Factory di New York fu tragedia vera e immane, ma non fu riconducibile né a scioperi né a serrate, fece vittime anche fra gli uomini e oltretutto avvenne nel 1911, un anno dopo il supposto “proclama”. Nella minuziosa ricostruzione storica offerta dal libro “8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna” di Tilde Capomazza e Marisa Ombra (ed. Utopia, Roma, 1991), si scopre che la data dell’8 marzo fu stabilita a Mosca nel 1921, durante la “Seconda conferenza delle donne comuniste”. Svoltasi all’interno della III Internazionale comunista, la conferenza decise di stabilire quella data come “Giornata internazionale dell’operaia” in onore della prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo. La “Festa della donna” fu istituita quindi nel quadro ideologico e politico che vedeva i paesi comunisti di tutto il mondo uniti per la rivoluzione del proletariato, sotto la guida dell’Unione Sovietica. Perché allora questo fatto non viene tramandato ogni 8 marzo? Per capirlo bisogna andare alle radici del femminismo, che non nasce dalle lotte del proletariato ma dalle donne del ceto medio, che già dalla metà dell’800 avevano cominciato a mobilitarsi per il diritto di voto. Quando poi, al volgere del XX secolo, venne fondato il Partito Socialista internazionale, le sue donne si divisero fra quelle disposte ad allearsi con le femministe “borghesi”, e quelle che invece ritenevano che, come scrisse nel 1910 «L’Avanti!», “il proletariato femminile non può schierarsi col femminismo delle donne borghesi […] per ottenere quelle riforme civili e giuridiche che le tolgano alla tutela e alla dipendenza dall’uomo. Questa emancipazione di sesso non scuote e può piuttosto rafforzare i cardini della presente società economica: proprietà privata e sfruttamento di classe”. In poche parole le donne di sinistra accusavano le borghesi di “non attaccare a fondo l’istituto familiare, luogo privilegiato di oppressione della donna”. Questa divisione può spiegare la ricostruzione dell’8 marzo come iniziativa di protesta per il terribile incendio di New York, il cui taglio anti-americano risultava tanto più efficace quanto più ne rimaneva nascosta la radice sovietica. Questa versione fu riportata infatti per la prima volta in Italia dal settimanale «La lotta», edito dalla sezione bolognese del Partito Comunista Italiano. Era il 1952, e quell’anno l’Unione Donne Italiane, settore femminile della Cgil, distribuì alle sue iscritte una valanga di librettini minuscoli, 4 cm x 6, da attaccare agli abiti insieme a una mimosa. Nel libretto c’era un resoconto dell’incendio di New York. Due anni dopo, il settimanale della Cgil, «Il lavoro», perfezionò il racconto con un fotomontaggio che ritrae un signore arcigno in bombetta dal nome inventato che si fa largo fra masse di donne tenute indietro dalla polizia. Così la data dell’8 marzo si è diffusa a tappe alterne, soprattutto in Europa. In alcuni paesi è salita alla ribalta solo da pochi anni. Negli Stati Uniti, dove le manifestazioni delle donne hanno sempre incluso le più svariate associazioni femminili, le donne socialiste tenevano già una “Festa della donna” nel 1908, che però non è mai diventato un appuntamento diffuso. È da pochissimo che si tenta di far acquistare visibilità in USA all'”International Women’s Day”. Nonostante infatti la crescente pubblicistica degli studi femminili, presenti in tutti gli atenei, il livello di attenzione del pubblico per l’8 marzo continua ad essere quasi del tutto inesistente.

di Alessandra Nucci

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Italicum, accordo per la Camera. Renzi: Senato? Secondario


Berlusconi dà il via libera, nuove norme non si applicheranno al Senato. ‘Deluso da Renzi’

Di Rino Della Pietra

Iniziato nell’Aula della Camera l’esame degli emendamenti alla legge elettorale. Il comitato dei Nove ha stralciato dall’Italicum l’articolo 2, che conteneva le norme per il Senato, dopo l’accordo raggiunto ieri con Forza Italia. Via libera anche alle candidature multiple, non più di 8. Tra i nodi ancora aperti la parità di genere e il ‘Salva-Lega’. Tra le proposte accantonate dal Comitato anche quella di Giorgia Meloni sul voto degli studenti Erasmus all’estero. “Lasciamo lavorare la Camera”. Questa la secca risposta del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ai giornalisti che a Tirana gli chiedevano un commento sugli ultimi sviluppi della legge elettorale dopo il nuovo accordo tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Oggi l’Italicum è atteso in Aula alla Camera. Ieri il Pd ha ritirato tutti gli emendamenti. Renzi, su abolizione Senato mi gioco tutto – Sulla riforma del Senato “mi gioco la vittoria della mia scommessa. Se non saremo in grado di farla avremo perso anche se l’economia riparte” ha detto Renzi parlando con gli imprenditori a Siracusa.Critico Pippo Civati: ”Dopo l’approvazione di una legge elettorale valida solo per la Camera comincerà l’epoca del ricatto continuo”.Il Pd di Matteo Renzi spiazza le aspettative di molti osservatori anche sulla legge elettorale e stringe un nuovo accordo con Berlusconi su una soluzione che premia Ncd e Angelino Alfano: la nuova legge si applicherà solo alla Camera, mentre al Senato varrà il sistema proporzionale uscito dalla sentenza della Corte costituzionale dell’11 gennaio, con l’obiettivo, auspicato dal presidente del Consiglio, di varare nel giro di 12-18 mesi proprio la riforma che abroga l’attuale configurazione di palazzo Madama.Il nuovo accordo cambia in profondità lo schema di governo di Renzi, il quale puntava ad una legge elettorale immediatamente applicabile in entrambe le Camere. Ma lo schema rischiava di deteriorare i rapporti con Ncd e gli altri partner di governo che spingevano per una riforma che garantisse a tutti la durata della legislatura. In mattinata la quadra è stata trovata su un emendamento inizialmente presentato da due esponenti della minoranza interna del Pd, Giuseppe Lauricella e Alfredo D’Attorre, e riproposto da tutti i partiti minori. L’emendamento sopprime l’intero articolo 2 della riforma, quello che regolava l’elezione del Senato. L’Italicum quindi si applicherà solo alla Camera mentre al Senato si voterebbe, salvo abolizione della attuale Camera Alta, con il cosiddetto “Consultellum”, cioè il proporzionale puro figlio della sentenza della Consulta. Un sistema che, visto l’esistente tripolarismo, condannerebbe alle larghe intese (si commenta in Parlamento) mentre alla Camera ci sarebbe un vincitore.L’accordo è stato sancito da un comunicato di Silvio Berlusconi, al termine di una riunione di Forza Italia: oltre alla “disponibilità” sull’emendamento, è stato espresso “grave disappunto per la difficoltà del Presidente del Consiglio di garantire il sostegno della sua maggioranza agli accordi pubblicamente realizzati”. A sua volta Renzi ha parlato di “passo importante” sminuendo il fatto che non si legifera per il Senato, visto che si mira ad abrogarlo. Il premier ha pure glissato sull’attacco di Fi (“non capisco le polemiche”), sottolineando che comunque in settimana la riforma si farà. Certo, ora che è al governo “Renzi vuole durare”, come ha osservato la renziana Silvia Fregolent. All’assemblea dei deputati del Pd, il capogruppo Roberto Speranza ha chiesto ai suoi di ritirare tutti gli emendamenti, tranne quelli dell’accordo ed uno sulla parità di genere nelle liste. Speranza è stato accontentato,ma i parlamentari della minoranza hanno insistito sulla preferenza, su cui ci sono diversi emendamenti di M5s, di Sel e di Ndc, sui quali si voterà a scrutinio segreto. E il lettiano Marco Meloni non ha voluto ritirare il suo su questo tema.I più soddisfatti sono gli esponenti di Ncd che da Angelino Alfano a Renato Schifani, da Gaetano Quagliariello a Maurizio Saconi e Fabrizio Cicchitto, esultano. “Dobbiamo superare il Senato – ha scritto su twitter Alfano -, quindi legge elettorale solo per la Camera. Noi non siamo delusi da Renzi. Patti chiari, riforme certe”. Un modo per rassicurare il premier che Ncd non cincischierà. A questo punto il presidente del Consiglio punta tutto sulla riforma costituzionale che abroga il Senato, consegnando però le chiavi della macchina ai senatori – si ragiona in ambienti parlamentari – che potrebbero far slittare il più possibile la riforma che trasforma Palazzo Madama in una Camera delle Regioni dove loro non entreranno più. E questo potrebbe essere uno dei motivi di possibili perplessità del Quirinale – si rileva sempre in ambienti parlamentari – dove si teme che la riforma del Senato vada alle calende greche, benché si apprezzi il fatto che maggioranza e Fi si siano impegnate su questa riforma. La parola passa ora all’Aula della Camera che da domattina inizierà a votare1623363_218286621707239_692867878_n

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UCRAINA, CRIMEA, PUTIN E L’IPOCRISIA OCCIDENTALE .


UCRAINA, CRIMEA, PUTIN E L'IPOCRISIA OCCIDENTALE .

Molto bene. Adesso è d’obbligo sdegnarsi perché la Russia ha mandato i suoi soldati in Crimea (per ora), salvo vedere come si svilupperà la situazione nei prossimi giorni. Putin è un invasore, la Russia minaccia la pace in Europa, non accetta le nuove legittime autorità di Kiev. Eccetera.

Ora, se domani una maitresse di una casa di tolleranza proclamasse tutto il suo sdegno contro i facili costumi di alcune giovani donne, non vi stupireste?

Mi sembra che anzitutto ci sia da chiedersi da che pulpito viene la predica. E, per favore, incominciamo a liberare il campo dalla fandonia principale: la “spontanea” rivolta di popolo in Ucraina. Le rivolte “spontanee”, così ben organizzate, con troppe tute mimetiche, con troppi elmetti militari indossati dai rivoltosi (in genere, non sono oggetti che si trovano nei negozi di caccia e pesca), con uso di armi da fuoco, forse possono essere ritenute “spontanee” da chi fermamente è ancora pronto a giurare sull’esistenza di Babbo Natale. C’è un umorismo macabro in una piazza che si solleverebbe “spontaneamente” per l’ansia di poter essere abbracciata dall’Europa. Del resto, mi si consenta, il precipitoso riconoscimento delle “nuove autorità” di Kiev da parte di Usa e UE è una prova lampante di chi c’è alle spalle della “spontaneità” costata, purtroppo, un alto numero di morti. Il giornalista Fausto Biloslavo, un professionista serio, riferiva nei giorni scorsi delle voci che correvano in Ucraina circa l’arrivo, in valigia diplomatica, di milioni di dollari per finanziare la rivolta. “Spontanea”, appunto…

La Russia non gradisce il nuovo corso di Kiev e mostra chiaramente di volersi riprendere la Crimea, o quanto meno di volerne fare un protettorato. Ammesso e non concesso che si limiti alla Crimea. Lo chiede con garbo? No di certo. Lo chiede (o meglio, lo impone) con migliaia di soldati ben armati e con mezzi corazzati. Ed ecco che il civile occidente si scandalizza e la signora Merkel non esita a dire che Putin sta dando i numeri. Fa tenerezza il nostro Topolino, che dalla nuova Disneyland di Palazzo Chigi proclama che il comportamento della Russia è inaccettabile. Dubitiamo che al Cremlino si siano impressionati.

Ma parliamo di cose serie, per la Banda Disney c’è sempre tempo. Torniamo alla maitresse di cui accennavamo sopra.

Ora, mi chiedo: con quale incredibile faccia di bronzo dalla Casa bianca e dalle centrali di potere europeo si parla di atti illegittimi commessi dalla Russia? Con quale spudorata ipocrisia si parla di attentato a una Nazione libera, di interferenza, e così via? Ma come si può essere così ipocriti? Ovviamente la stampa allineata corre a dare il suo servile aiuto all’ipocrisia ufficiale.

Qualcuno si ricorda della Libia? Qualcuno si ricorda di come iniziarono le danze in Siria? Ma vogliamo restare in casa nostra? Sì? E allora riflettiamo che per conquistare un Paese che già fu libero non c’è bisogno sempre e solo di soldati e carri armati. Lo si conquista distruggendolo economicamente, imponendo dall’alto le politiche interne, con la forza di una banca d’emissione (formata da capitali privati), imponendo governi “graditi” ai vertici finanziari. Tutto ciò si chiama “Unione Europea” e forse i politici italiani che si sdegnano perché Putin si impone con la forza in Crimea dovrebbero ricordarsi che in casa nostra siamo già al terzo governo imposto dall’alto, e non certo dal libero voto degli elettori. E la Grecia? Ci siamo scordati anche di quella? E l’attacco all’Ungheria, “rea” di essersi data una costituzione nuova e “rea” di ave riportato la banca centrale sotto il controllo statale?

Ora, gli stessi personaggi che hanno schiacciato il nostro Paese e non solo il nostro, che ci hanno ridotto in miseria, che ci hanno imposto governi scellerati, quegli stessi personaggi si sdegnano perché Putin usa la forza? Per favore, torniamo seri. Le maitresse facciano il loro mestiere, gestiscano i postriboli, ma non pretendano almeno di dettare la morale a nessuno.

Ma c’è un’altra considerazione, che a ben guardare è più importante. Premesso, ovviamente, che tutti speriamo che la situazione in Crimea e in generale in Ucraina si risolva senza ulteriori perdite di vite umane, forse non teniamo in conto l’aspetto principale di questa vicenda. Ci sono attualmente due mondi che sono in contrasto insanabile. Da una parte c’è il mondo “occidentale”, corrotto ormai fino al midollo, dove l’immersione nella fogna sembra non toccare mai il fondo. È di pochi giorni fa l’accorato appello del segretario di Stato degli USA, Kerry: “ ”Dalla Nigeria alla Russia e all’Iran in circa 80 Paesi in tutto il mondo, le comunità Lgbt subiscono leggi discriminatorie e pratiche che attaccano la loro dignità umana e mettono a rischio la loro sicurezza“. Già. Gli Stati Uniti, che gli uomini della mia età erano abituati a vedere come i difensori della libertà contro il comunismo, ora son divenuti i più forti difensori della sodomia e di ogni altra forma di perversione sessuale. Questa squallida uscita di Kerry non è che l’ultimo episodio a livello planetario dell’ossessiva omosessualizzazione che è in atto in tutto il mondo che un tempo si definiva “civile”. Compresa casa nostra, dove, come Riscossa Cristiana ha ampiamente documentato, fin dalla scuola materna si violentano i bambini insegnando loro le peggiori perversioni, in totale disprezzo della loro salute psichica, morale e fisica e in totale disprezzo della libertà di educazione della famiglia.

Dall’altra parte c’è un Oriente dove settant’anni di ateismo di Stato non hanno spento il senso religioso. Anzi, al contrario, proprio dalla Russia abbiamo visto finalmente provvedimenti di legge volti a tutelare la salute morale del popolo. Ora, per favore, non obiettiamo che il regime di Mosca non è ”democratico”. Putin esercita il potere come uno zar? Può darsi. Ma la democrazia – ne abbiamo l’esempio in casa nostra – se non ha come riferimento il diritto naturale, se è preda dell’inganno relativista della “sovranità popolare”, produce le mostruosità che ben conosciamo. La democrazia non è un valore in sé tessa. È un metodo di governo, né è detto che sia in assoluto il preferibile. Cerchiamo di ricordarci che col nuovo governo Topolino abbiamo, tra i freschi governanti, l’omosessuale Scalfarotto, firmatario del progetto di legge per l’omosessualizzazione dell’Italia.

Non siamo così ingenui da dire che tutto in Russia è rose e fiori. Però ci sono dati di fatto indiscutibili. Da una parte abbiamo il marciume satanico, la perversione eretta a valore a cui inchinarsi, dall’altra parte abbiamo un risveglio spirituale e morale che può far sperare in un domani migliore. Quello stesso domani che da noi, stante almeno così la situazione, è catastrofico.

Questi due mondi sono in un dissidio che nessun “tavolo” di negoziati potrà sanare. Lo scontro tra questi due mondi è inevitabile e lo scontro tra uomini si fa anche con la guerra. Già, tra uomini. Cosa farà Obama se Putin si papperà tutta l’Ucraina? Manderà a contrastarlo la Prima Divisione Gay Combattenti? Combatteranno o avranno paura di rovinarsi il trucco?

Proviamo a riflettere su questo scenario, prima di elevare i lamenti democratici per gli abusi del cattivo Putin. O vogliamo accodarci e invocare la democrazia sotto le bandiere di un occidente marcio e spiritualmente in agonia?
di Paolo Deotto

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Lettera di Tomasi Marinella : “SE TU LO CHIEDESSI MARCEREMO SU ROMA CON TE”


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Presidente , ti scrivo per l’amore che ho per te e per la mia Patria . Ti scrivo perchè tu sei il mio Presidente dal lontano 1994 ed io ancora oggi continuo a credere in te , ma c’è qualcosa che non va e che bisogna correggere . Continuiamo a perdere consensi nelle amministrative ed il calo che abbiamo avuto a livello Nazionale non riusciamo a recuperarlo , la gente (tu lo sai bene) è delusa e disgustata dalla politica , disgustata dai personalismi che non portano da nessuna parte , disgustata nel vedere che i tuoi fedeli continuano a tradire , a vendersi per un piatto di lenticchie come fece Esaù . A noi manchi tu per ciò che eri agli inizi , poi il tempo , le delusioni , gli attacchi , la magistratura ti hanno indebolito . Hai lasciato che ti portassero via la fermezza , la risolutezza , hai lasciato che altri decidessero per te perchè questo è un Paese “democratico” . Ma Presidente , qual’è la differenza tra Destra e sinistra ? Perchè io oggi e tanti altri , troppi , non riusciamo più a capirlo .. La sinistra è “democratica” ma si comporta in modo dittatoriale e noi che vorremo essere monarchici ci troviamo ad essere più democratici della sinistra . Sui valori etici non c’è quasi differenza tra di noi , perchè a forza di esternazioni personali di alcuni esponenti di Forza Italia ci accorgiamo che il partito non è unito neppure in questo . I cattolici allora si astengono dal voto , perchè non si riconoscono più in alcun partito . Noi vogliamo un Leader che ritrovi la forza ed il coraggio di combattere le nostre battaglie e che lo faccia con determinazione , non ci piace questo Silvio che è diventato troppo buono , a noi serve un capo . Ci serve un Berlusconi che sappia parlare chiaro sull’immigrazione , che non abbia riserve nell’esprimersi così come non ne ha l’amico Putin. Presidente , cosa può succederti più di ciò che ti hanno già fatto ? Hai promesso che non avresti mollato e noi in coro abbiamo risposto “boia chi molla” . Ricordi la spolveratina alla sedia di Santoro ? Ci fece guadagnare ben 5 punti , questo dimostra che ho ragione , che vogliamo AZIONI FORTI . Presidente , per l’amore che ho per te e l’amore che ho per la mia Patria ti chiedo di tirare fuori le palle ed il popolo sarà tutto con te . La sinistra ci sta umiliando e divorando , ci fa sentire ospiti a casa nostra , lentamente indottrina i nostri figli alla perversione più abominevole e noi siamo impotenti ….. se solo tu lo chiedessi , noi marceremo su Roma con te . Silvio , destati …

Ti voglio bene ,  Tomasi Marinella

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I PEGGIOR COMUNISTI SONO I CATTO-COMUNISTI .BEATA IGNORANZA !


I PEGGIOR COMUNISTI SONO I CATTO-COMUNISTI .BEATA IGNORANZA !

Il 24 giugno 2010 è stato aperto nell’Archivio dell’arcidiocesi di Vienna il “Kardinal-König-Archiv”. Agli studiosi sono stati messi a disposizione 2.000 cartoni, contenenti il prezioso materiale riguardante la vita del cardinale fino al 1958. Oltre alla biblioteca privata del porporato sono stati messi a disposizione documenti personali, fotografie e lettere.
Il XX secolo, caratterizzato dai grandi totalitarismi – il comunismo e il nazionalsocialismo – ha lasciato fino a oggi prove tangibili del grande coraggio nella fede dimostrato da numerosi martiri che, col sangue, dimostrarono il loro legame con Cristo e con la Chiesa. Noi oggi tenteremo di dare un volto e un nome a qualcuno di questi testimoni ridotti al silenzio con brutalità.
Giovanni Paolo II ha sottolineato la necessità di riscoprire la memoria dei martiri e la loro testimonianza. I martiri cristiani sono coloro che hanno annunciato il Vangelo dando la vita per amore. Questa testimonianza dei martiri cristiani doveva essere riscoperta di nuovo dalla Chiesa proprio adesso, quando il XX secolo, così ricco di grandi eroi della fede, volgeva al tramonto. Il martire è un grande testimone di Cristo e, soprattutto ai nostri giorni, è segno visibile di quell’amore che riassume ogni altro valore. La sua richiesta fu ben accolta e le Chiese nazionali e gli ordini religiosi iniziarono a preparare le liste e a raccogliere i documenti ancora esistenti sui propri martiri.
Nelle statistiche preparate della Commissione nuovi martiri per il Grande Giubileo del 2000 si contano 12.692 martiri, così ripartiti: dall’Europa 8.670, dall’Asia 1.706, dall’Africa 746, dall’America del nord e del sud 333, dall’Oceania 126. Un gruppo particolare è dato dai 1.111 martiri dell’Unione Sovietica. Nella statistica della vecchia Europa si contano 3.970 preti diocesani, 3.159 religiosi e religiose, 1.351 laici, 134 seminaristi, 38 vescovi, 2 cardinali, 13 catechisti. In totale in Europa abbiamo avuto 8.667 testimoni di Cristo. Nel contesto mondiale tra i martiri si annoverano 5.173 preti diocesani, 4.872 religiosi e religiose, 2.215 laici, 124 catechisti, 164 seminaristi, 122 vescovi, 4 cardinali e 12 catecumeni.
Il XX secolo è stato il periodo dei totalitarismi, delle due guerre mondiali, delle rivoluzioni, dei tragici genocidi e delle infinite persecuzioni religiose. Tra tutte le tragedie sopra accennate, la persecuzione più grande fu la battaglia organizzata contro il cristianesimo dal comunismo internazionale. Solo il Libro nero del comunismo curato da Stéphane Courtois offre una provvisoria statistica di 85 milioni di morti causati dal totalitarismo comunista.
In Russia vivevano da secoli anche altre confessioni cristiane, oltre a ebrei e musulmani; ma chiunque non condividesse la nuova ideologia atea dei comunisti doveva essere allontanato con forza dalla società. Nascono così i cosiddetti Gulag, dal russo “Direzione principale dei campi di lavoro correttivi”. Il numero di morti nei Gulag è ancora oggetto di indagine: una stima provvisoria parla di tre milioni. L’incredibile persecuzione dei numerosi oppositori politici è ben nota anche grazie alle pubblicazioni scritte dagli stessi detenuti, il più famoso dei quali fu Aleksander Solzenicyn, che nel suo Arcipelago Gulag ha raccontato la tragedia dei detenuti, ha fatto conoscere la parola Gulag e l’esistenza stessa di questi campi.
La Chiesa ortodossa russa contava nel 1917 circa 210.000 membri del clero, 100.000 monaci e oltre 110.000 preti diocesani. Circa 130.000 furono fucilati nel periodo 1917-1941. Dei 300 vescovi presenti nel 1917 in Russia, 250 di loro furono fucilati. Gli altri membri del clero sopravvissero in diverse prigioni e campi di concentramento, sottoposti a ogni genere di persecuzione. Nel 1941, nel primo periodo della guerra con la Germania, si trovavano in libertà solo quattro vescovi. È difficile presentare un numero preciso delle vittime, secondo le valutazioni il numero totale oscilla tra 500.000 e un milione.
Sul territorio dell’Unione Sovietica c’erano anche altre confessioni cristiane. Tra loro i cattolici di rito romano e bizantino. Nel 1917 vivevano in Russia circa 2 milioni di cattolici con circa 1.000 sacerdoti e 6.400 chiese. I cattolici romani sono stati perseguitati come minoranza straniera. La maggior parte dei cattolici presenti su questo territorio erano cittadini di origine polacca. Nel periodo 1917-1939 subirono persecuzioni sia per motivi politici che religiosi, ma la situazione peggiorò dopo il 17 settembre 1939, quando i comunisti russi invasero la Polonia e sterminarono l’intellighenzija cattolica. La popolazione di origine polacca fu deportata in Siberia e in Kazakhstan, dove dovette iniziare una vita in diaspora insieme con altri popoli.
Il gesuita Walter Ciszek fu arrestato nel 1941 e condannato ai lavori forzati; deportato nei campi di lavoro in Siberia vi rimase per 23 anni, subendo ogni sorta di vessazione solo per il fatto di essere sacerdote cattolico. Dopo la sua liberazione fu scambiato dai comunisti con due spie sovietiche, arrestate in Europa occidentale. Dopo il 1963 visse negli Stati Uniti, fino alla morte, avvenuta nel 1984. Le sue memorie sono raccolte nel libro With God in Russia. La sua causa di beatificazione è stata avviata nel 1990.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del nazionalsocialismo, il sistema comunista trovò terreno fertile in Europa. Lo schema era ben collaudato: la Chiesa cattolica con le sue strutture rappresentava il vecchio sistema da cui liberarsi; la religione fu declassata a strumento di manipolazione da parte dei preti e delle loro istituzioni. Il nuovo sistema ateo doveva liberare la società dall’influenza della Chiesa. Il marxismo-leninismo diventa il nuovo sistema politico-economico. Nel 1945 l’esercito russo liberò dal nazionalsocialismo tedesco grandi territori dell’Europa: Albania, Austria, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania, Polonia, Romania, Ungheria. Nei Paesi dove i precedenti governi erano nazionalsocialisti come Austria, Germania, Slovacchia e Ungheria l’Armata rossa entrò come il vincitore con il diritto del bottino di guerra.
Moltissime furono le vittime di queste rappresaglie e tra queste numerosi sacerdoti e suore. Per l’esercito russo anche i rappresentanti della Chiesa furono responsabili delle tragedie causate dai nazionalsocialisti e per questo molti sacerdoti uccisi nei primi giorni dopo la liberazione furono dichiarati pericolosi nemici del comunismo.
I vescovi europei – rappresentati dai presidenti di tutte le conferenze episcopali del continente, radunati il 3 ottobre 2010 a Zagabria alla quarantesima sessione plenaria del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee) – hanno dedicato attenzione a grandi vescovi dei Paesi del blocco comunista come Alojzije Stepinac (1898-1960) in Croazia, József Mindszenty (1892-1975) in Ungheria e Stefan Wyszynski (1901-1991) in Polonia. Il cardinale Peter Erdö ha citato la figura del porporato incarcerato per cinque anni a causa della sua fedeltà a Dio, il cardinale József Mindszenty, e uno dei membri della Chiesa che fu vittima del comunismo, il cardinale Stefan Wyszynski. Questi grandi uomini della Chiesa furono pronti a testimoniare la loro fedeltà fino al martirio. Il porporato ungherese ha definito il periodo del comunismo, senza entrare nei dettagli, come tempo difficile e complesso. I santi e i beati come Alojzije Stepinac portano nel buio la luce di Cristo e sono nostri esempi e nostri patroni celesti.
Non mi sembra necessario raccontare qui i dettagli della vita del beato cardinale Stepinac, perché prima e dopo la beatificazione sono stati pubblicati numerosi libri che offrono un ampio profilo biografico in una storia politicamente complicata come quella della Croazia. Alla fine della guerra, dopo la fuga di Ante Pavelic e del suo governo, Stepinac rimase al suo posto a Zagabria. I comunisti avevano già iniziato a perseguitare la Chiesa. Nel marzo 1945, la Chiesa croata pubblicò una lista di sacerdoti uccisi con 149 nomi. Tito cercò di convincere l’arcivescovo Stepinac a staccarsi da Roma e fondare una Chiesa cattolica indipendente dalla Santa Sede. Ma Stepinac si oppose con forza: “Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico”.
Le vicende di due sacerdoti dell’arcidiocesi di Vienna in Austria sono illuminanti della situazione: Johann Wolf (1892-1945) parroco a Kaltenleutgeben e Rudolf Frank (1902-1945) da Niedersulz vicino Vienna, ambedue uccisi dall’esercito russo. Johann Wolf era un prete apprezzato, orgoglioso testimone di Cristo. Dopo la partenza dei tedeschi la popolazione locale cercò di nascondersi dove poteva: i russi cercavano alcol e oggetti di valore da portare con loro come bottino di guerra, ma, soprattutto, cercavano vendetta per le gravi perdite subite in battaglia, bruciando le case e uccidendo civili. Anche il parroco Wolf fu ucciso nella canonica insieme con sua sorella e alcuni profughi che cercavano di nascondersi.
Rudolf Frank si diede da fare per difendere e nascondere le donne che subivano stupri dai soldati russi, ubriachi: infatti nella zona di Niedersulz in Bassa Austria ci sono moltissime vigne e grandi cantine e i soldati vi trovarono grandissime quantità di vino. Domenica 15 aprile 1945 la popolazione aspettava l’arrivo dei russi. Si raccontava della particolare brutalità dei nuovi occupanti e in modo particolare le famiglie pensavano a un luogo dove nascondere le donne. Il sacerdote riunì nella canonica circa 300 donne, sperando di poter organizzare meglio la protezione. I soldati russi arrivarono in canonica il 16 aprile, ma il parroco chiuse le porte e si rifiutò di aprire. Un comportamento del genere era intollerabile per i nuovi padroni: il prete fu picchiato, ma i soldati andarono via. Il giorno seguente, martedì 17 aprile, tornarono di nuovo e il sacerdote nuovamente bloccò la porta sperando di poter proteggere le donne nascoste nella canonica ma questa volta un soldato sparò due volte e ferì mortalmente il parroco.
L’Albania fu il primo Paese europeo a dichiararsi ateo e a essere governato secondo l’ideologia comunista. Nel 1967 fu ufficialmente introdotto l’ateismo come fondamento per la vita della società e fu proibita ogni forma di culto religioso. Il governo dichiarò con orgoglio che l’Albania era diventato il primo Stato ateo del mondo. Nella nuova costituzione del Paese, approvata nel 1976, all’articolo 37 recitava “lo Stato non riconosce alcuna religione e sostiene la propaganda atea per infondere alle persone la visione scientifico-materialista del mondo”. Il governo procedette alla confisca di moschee, chiese, monasteri e sinagoghe. Gli edifici di culto furono trasformati in musei o uffici pubblici, magazzini, cinema, stalle per animali. Ai genitori fu proibito dare ai figli nomi con riferimenti religiosi. In seguito furono uccisi a Tirana i primi due sacerdoti, Lazër Shantoja e Mark Gjani. Nel 1947 fu ucciso a Scutari il gesuita Ndoc Saraci. Un anno dopo, nel 1948, furono fucilati i vescovi Gjergj Volaj e Frano Gjini e, nel 1949, dopo terribili torture, morì in prigione l’arcivescovo di Tirane-Durrës Vincenz Nikollë Prennushi. Colpire duramente la comunità cattolica significava cancellare la lunga e tollerante tradizione del Paese per far posto alla nuova e aggressiva ideologia comunista. In Albania furono uccisi 5 vescovi, 60 sacerdoti, 30 religiosi francescani, 13 gesuiti, 10 seminaristi e 8 suore. La lista non è ancora completa, mancano i martiri laici uccisi durante il periodo comunista.
Tra le figure di spicco della resistenza religiosa va in primo luogo ricordato coraggioso padre Mikel Koliqi (1902-1997), creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994. Padre Mikel Koliqi era stato condannato ai lavori forzati già nel 1945, con la banale accusa di ascoltare le stazioni straniere della radio.
In Romania numerosi vescovi, monaci e preti furono arrestati dalla polizia segreta e molti laici vennero reclusi nei campi di lavoro. Come esempio di persecuzione ricordo la vita di monsignor Anton Durcovici (1888-1951), eroico vescovo della diocesi di Iasi in Romania al confine con la Repubblica Moldava. Nel 1948 la Chiesa romano-cattolica in Romania era organizzata in cinque diocesi, 694 parrocchie, 1.225 chiese e 835 sacerdoti. La Chiesa greco-cattolica aveva cinque diocesi, 2.536 chiese, 1.794 parrocchie, 1.788 sacerdoti. La pacifica convivenza delle varie nazionalità e culture che da secoli vivevano in pace e tolleranza fu improvvisamente distrutta dal nuovo sistema politico del dopo guerra. I comunisti per principio non volevano condividere il potere con nessun altro gruppo politico o religioso. Già dall’inizio le organizzazioni religiose erano oggetto di un’organizzata persecuzione da parte del governo comunista. Centinaia di sacerdoti furono arrestati e in seguito portati nei campi di lavori forzati, dove, maltrattati, molti morivano in poco tempo. Il 26 giugno 1949 Durcovici fu arrestato mentre viaggiava su un tram insieme con un altro sacerdote, Rafael Friedrich. In quel periodo furono arrestati tutti i cinque vescovi e la Chiesa rimase senza guida, a parte alcuni sacerdoti ancora in libertà. Il vescovo dovette subire terribili maltrattamenti, privato del cibo e nel totale isolamento, senza bagno. Per farlo soffrire ancora di più i poliziotti gli tolsero i vestiti. Un sacerdote prigioniero, incaricato della pulizia del corridoio, poté avvicinarsi alla porta della cella senza destare sospetti e dire qualche parola a voce bassa al suo vescovo. Lui riconobbe la sua voce e lo informò in lingua latina, sconosciuta ai poliziotti, che stava soffrendo molto ed era ormai prossimo alla morte per la fame e per le ferite; sdraiato sul pavimento tra la sporcizia e gli escrementi, per lui non era più possibile muoversi. Alla fine del brevissimo colloquio chiese al sacerdote prigioniero di dargli l’assoluzione dei peccati in caso di morte e anche la sua benedizione. Probabilmente già il 10 dicembre il coraggioso vescovo e martire Anton Durcovici morì nella sua cella.
Secondo le informazioni fornite dagli studiosi rumeni, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, dei circa 3.331 sacerdoti cattolici, di ambedue i riti, ne furono uccisi circa 1.405.
In Slovenia la storia ebbe lo stesso percorso. Anton Vovk (1900-1963) venne nominato vescovo (e poi arcivescovo) di Ljubljana il 26 novembre 1959. Giovanni XXIII lo definì “martire del XX secolo”. Dopo la seconda guerra mondiale vescovi, sacerdoti e fedeli subirono una dura repressione. Alla fine della guerra circa 300 sacerdoti e religiosi sloveni furono espulsi dal partito comunista. Alcuni furono uccisi senza processo, altri ancora furono condannati dai tribunali popolari senza nessuna ragione, spesso patirono lunghi anni di prigione. Nel solo maggio 1945 furono arrestati 50 preti. Negli anni 1945-1961 furono condannati senza processo 425 sacerdoti. Lo stato comunista ridusse pesantemente la libertà di culto e proibì ogni attività fuori dalle parrocchie.
Il vescovo Anton Vovk era solito viaggiare con i mezzi pubblici, accompagnato, per motivi di sicurezza, da altri sacerdoti. Anche il 20 gennaio 1952 viaggiava in compagnia di altre persone da Ljubljana a Nové Mesto per la benedizione dell’organo nella chiesa parrocchiale di Stopice. Sullo stesso treno si trovavano anche agenti della polizia, che avevano progettato un attentato ai suoi danni. Appena il treno entrò in una galleria, sulle vesti del vescovo fu gettato un liquido maleodorante e infiammabile. Alla stazione di Nové Mesto il vescovo scese dal treno, ma fu subito assalito da un gruppo di persone che lo costrinsero a risalire, non prima però di aver gettato della benzina sulla sua veste e aver appiccato il fuoco. La folla, invece di intervenire in suo aiuto, gridava con furore: “brucia diavolo, crepa diavolo!”. Anche la polizia non intervenne.
Il vescovo non perse il sangue freddo e si liberò dai vestiti in fiamme. Il fuoco aveva provocato gravi ferite sul volto e sulla gola, dove il collarino di plastica gli procurò una cicatrice che gli rimase per tutta la vita. Quando le fiamme si spensero un poliziotto lo accompagnò nel vicino edificio della stazione, dove fu di nuovo aggredito da un gruppo di attivisti comunisti. Con la scusa di espletare le formalità fu ritardata l’opera del medico. Portato finalmente nell’ospedale fu medicato sommariamente e rimandato subito a Ljubljana con il primo treno disponibile. Dopo una grave malattia, l’arcivescovo Anton Vovk morì il 7 luglio 1963. L’inchiesta diocesana della causa di beatificazione si è conclusa il 12 ottobre 2007 e il 26 ottobre i documenti sono stati portati in Vaticano.
Uno dei più grandi desideri irrealizzati di Giovanni Paolo II fu quello di poter visitare la Russia, ma riuscì solo a visitare alcuni Paesi della dissolta Unione Sovietica. La visita in Ucraina fu un’occasione per pregare insieme a un milione di fedeli, ma anche per commemorare, quel 27 giugno 2001, il sacrificio di 27 martiri, di cui 9 vescovi, sacerdoti e laici elevati alla gloria degli altari. Le persecuzioni in Ucraina iniziano con l’arrivo dell’Armata rossa, nel marzo 1944. L’arcivescovo Andrej Szeptickyi, già vecchio e malato, morì il 1° novembre 1944. I comunisti, ancora negli ultimi giorni della guerra, arrestarono tutti i vescovi greco-cattolici sul territorio nazionale. Il loro destino fu contrassegnato da numerose prigionie, processi farsa o inesistenti, totale isolamento nei campi di lavoro, lontani dalle loro comunità. Il beato vescovo di Mukachevo, Theodore Romzha (1914-1947) fu il più giovane vescovo della Chiesa greco-cattolica. Nel 1946 lo Stato sovietico incorporò le diocesi greco-cattoliche nel patriarcato ortodosso di Mosca. Solo la diocesi greco-cattolica di Mukachevo funzionava ancora. I servizi segreti cercavano da tempo un modo per uccidere il vescovo Theodore Romzha. In Unione Sovietica i sacerdoti non avevano diritto di spostarsi senza autorizzazione della milizia così anche il vescovo chiese un permesso per poter visitare una parrocchia. Questa informazione fu usata dai persecutori per organizzare un falso incidente stradale e uccidere il vescovo senza destare sospetti, temendo una reazione della popolazione. Il 27 ottobre 1947 l’auto del vescovo fu investita da un pesante camion ma il vescovo, vedendo gli attentatori armati con spranghe di ferro, ancorché ferito, riuscì a fuggire e venne ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale di Mukachevo. Con il passare dei giorni le sue condizioni stavano migliorando. Ma un’infermiera, il 1 novembre 1947, lo uccise avvelenandolo con il curaro. Il 27 giugno 2001, Theodore Romzha è stato proclamato beato da Giovanni Paolo II a Leopoli.
La vita di Josyf Ivanovyc Slipyj illustra al meglio la situazione ucraina. Il 22 dicembre 1939 fu consacrato arcivescovo con diritto di successione, diventò capo della Chiesa Cattolica Ucraina il 1 novembre 1944. Slipyj fu arrestato l’11 aprile 1945. Dopo un processo farsa nel 1946, venne condannato per attività antisovietica a otto anni di prigionia, che scontò nei diversi Gulag. Nel 1954 venne di nuovo riportato in Siberia, questa volta per quattro anni. Nel 1959 sopportò un secondo processo e una nuova condanna, questa volta a sette anni di Gulag. Fu nominato cardinale in pectore fin dal 1960 e il 22 febbraio 1965 arcivescovo maggiore da Paolo VI. Slipyj morì il 7 settembre 1984.
Anche in Ungheria l’arrivo dell’Armata rossa segna l’inizio delle persecuzioni. Il sacrificio del vescovo di Gyor, Vilmos Apor, e la lotta per i diritti umani fatta da József Mindszenty, sono solo i due esempi più noti. La rottura con la Santa Sede si consumò il 4 aprile 1945, con la partenza del nunzio monsignor Angelo Rotta da Budapest. I comunisti russi portarono in Ungheria un gruppo di comunisti ungheresi, preparati a Mosca, con il compito di prendere il potere politico nel Paese. La Chiesa cattolica in Ungheria fu dichiarata un’organizzazione contraria agli interessi dei sovietici. Nel 1948 fu proclamata la separazione fra Stato e Chiesa e i sacerdoti dovettero restringere le loro l’attività all’interno delle chiese. Il Partito comunista ungherese desiderava con tutti mezzi prima di tutto diffondere l’ideologia materialista fra i giovani e la classe operaia.
Pio xii nominò il 15 settembre 1945 József Mindszenty nuovo arcivescovo di Esztergom. Mindszenty si impegnò a difendere le posizioni della Chiesa, i suoi diritti e la stabilità delle sue istituzioni senza compromessi politici. Il nuovo potere intensificò la campagna diffamatoria contro Mindszenty e la Chiesa cattolica. I comunisti speravano di riuscire a far spostare Mindszenty dall’Ungheria, con l’aiuto del Vaticano. Visto che questi tentativi fallirono, decisero di arrestarlo a Esztergom il 26 dicembre 1948. In un processo farsa, l’8 febbraio 1949, fu condannato all’ergastolo ma venne liberato durante la rivoluzione nel 1956. Il 4 novembre 1956 si rifugiò nell’ambasciata americana, dove restò fino al 1971, quando gli fu consentito di recarsi a Vienna. Nelle trattative ebbe un ruolo importante l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Franz König.
Vilmos Apor nacque il 29 febbraio 1892 ad Alba Julia. Nel 1894 la famiglia si trasferì a Vienna dove Vilmos frequentò la scuola; successivamente completò i suoi studi tra l’Ungheria e l’Austria. Il 24 agosto 1915 venne ordinato sacerdote. Nell’agosto 1918 venne nominato parroco di Gyula: aveva 26 anni e fu il più giovane parroco d’Ungheria. Consacrato vescovo il 24 febbraio, prese possesso della diocesi il 2 marzo 1941. Nello stesso anno l’Ungheria entrò in guerra a fianco della Germania. Quando in Ungheria furono introdotte le leggi razziali, Apor prese posizione in favore delle vittime dell’ingiustizia e tentò tutto ciò che era in suo potere per proteggere gli abitanti della sua diocesi. Quando il 19 marzo 1944 le truppe tedesche invasero l’Ungheria, Apor condannò in cattedrale il razzismo antiebraico. Si oppose, in una lettera del 28 maggio 1944, diretta al ministro degli Interni, alla costruzione di un ghetto a Gyor, pur conoscendo le conseguenze a cui sarebbe andato incontro. Iniziata la deportazione in massa, creò gruppi di soccorso lungo il percorso dei convogli, salvando da morte migliaia di ebrei. Nel frattempo l’avanzata dell’Armata rossa era preceduta da terrificanti notizie circa il comportamento dei soldati. Egli aprì il suo palazzo a tutti coloro che cercavano rifugio.
Nel Natale del 1944, le truppe sovietiche iniziarono l’invasione, stuprando donne e uccidendo chiunque si opponesse. Il 28 marzo 1945, Mercoledì santo, Apor andò incontro ai primi soldati russi: li accolse con calma dichiarando che quanti si trovavano nel castello erano posti sotto la sua protezione. Non si allontanò dall’ingresso e vegliò giorno e notte per proteggere i trecento rifugiati. Verso la sera del Venerdì santo si presentarono all’ingresso dei sotterranei alcuni soldati russi, guidati da un maggiore, e cercarono di trascinare fuori le ragazze. Il vescovo si oppose e i soldati spararono, colpendolo con tre proiettili. Fu subito trasportato in ospedale dove, nonostante l’operazione, il 2 aprile 1945 morì. Il 9 novembre 1997, Vilmos Apor è stato proclamato beato da Papa Giovanni Paolo II.
La storia della Polonia è da sempre legata alla storia del cristianesimo. La Chiesa e la Nazione dovettero spesso dimostrare la loro forza contro il tragico destino degli ultimi secoli. La posizione geografica tra la Germania a Ovest e la Russia a Est ha spesso determinato la difficile storia del Paese. Il sistema comunista propagato dai Russi non ha trovato, nonostante grandi sforzi e persecuzioni d’ogni tipo, terreno fertile.
Nel 1944 con l’Armata rossa viene instaurato da Mosca un governo polacco comunista, imposto da Stalin. Quando arrivavano i soldati russi non c’era più salvezza per tutti coloro che non condividevano quella visione della società, fossero essi persone o istituzioni. Dopo la tragedia di Katyn, dove morirono 22.000 ufficiali polacchi, uccisi dai servizi segreti per ordine di Stalin, solo un piccolo gruppo della società polacca diede il benvenuto ai soldati russi, che liberarono il Paese dai nazionalisti tedeschi. Dopo milioni di morti nei campi di concentramento sul territorio polacco – organizzati da Berlino nel centro geografico del nuovo Reich per economizzare sui costi per l’annientamento di quelli che Adolf Hitler considerava popoli senza diritto alla vita – si passava adesso al criminale sistema dell’Unione Sovietica, con migliaia di campi di concentramento ben funzionanti anche dopo la seconda guerra mondiale. Mentre a Norimberga l’Unione Sovietica condannava i crimini di guerra commessi dalla Germania, milioni di persone vivevano e lavoravano in condizioni disumane nei numerosi Gulag in Siberia.
Dall’inizio, oltre all’intellighenzija del Paese, la Chiesa cattolica con i suoi sacerdoti costituiva un obiettivo primario del potere comunista. Questi, appena tornati da un campo di concentramento speciale a Dachau in Germania, dovettero subire altri atti di violenza da parte del nuovo governo. Non tutti i rappresentanti della Chiesa ebbero il coraggio di resistere ancora. Dalle recenti ricerche degli storici emerge che non tutti ebbero un comportamento eroico come Stanislaw Suchowolec un sacerdote di 31 anni, picchiato dagli agenti segreti e poi finito soffocato nella sua casa, alla quale qualcuno in una notte del 1989 aveva appiccato il fuoco. O come Stefan Niedzielak, un prete di 75 anni, rapito e ammazzato brutalmente a Varsavia. Un esempio particolare di fedeltà e coraggio è quello dimostrato da un giovane sacerdote, Jerzy Popieluszko, sequestrato dagli agenti dei servizi segreti dello Stato, torturato e infine gettato nella Vistola nel 1984. La lista dei sacerdoti polacchi perseguitati dai sevizi segreti del ministero degli Interni è lunga, anche se il vero numero delle persone discriminate probabilmente non si saprà mai: resteranno nella memoria solo i personaggi più famosi o quelli uccisi in odium fidei.
I grandi protagonisti della Chiesa in quel difficile periodo furono i cardinali Stefan Wyszynski a Varsavia e il futuro Papa, Karol Wojtyla, a Cracovia. L’apparato dello Stato, messo in movimento per controllare e frenare le attività della Chiesa, si mostra oggi, dopo la conoscenza di tanti dettagli, veramente impressionante. Alcuni nuovi aspetti li possiamo conoscere dai documenti del processo diocesano di beatificazione di Popieluszko. Per un lungo tempo la polizia segreta preparò una relazione giornaliera sullo stato delle attività della Chiesa. Queste relazioni finivano sui tavoli dei personaggi più importanti nel Paese, come il generale Wojciech Jaruzelski e i membri del comitato centrale del Partito comunista polacco e del governo. Le oppressioni contro la Chiesa cattolica vengono sistematizzate con una legge del 1962. In questo stesso anno Stefan Wyszynski, insieme con altri vescovi polacchi, pubblicò un’importante lettera pastorale contro l’ateismo. Dall’agosto del 1980 Popieluszko era diventato un leader del movimento dei lavoratori Solidarnosc, collaborando con numerosi oppositori del governo polacco e nello stesso momento un avversario del governo. Ben presto le sue parole divennero popolari e spesso ripetute in varie occasioni sindacali: “per rimanere un uomo libero bisogna vivere nella verità. Non ci possiamo far governare dalla menzogna”.
Popieluszko svolse in questo difficile periodo per tutto il movimento Solidarnosc un’ampia opera di sostegno materiale e spirituale dei lavoratori e si mantenne in stretto contatto con gli intellettuali dell’opposizione e con le strutture clandestine di Solidarnosc. Le autorità politiche in Polonia temevano la sua influenza e si fecero sempre più frequenti le proteste alla Curia e al nuovo primate di Polonia, l’arcivescovo di Varsavia Józef Glemp.
Nel telegiornale del 20 ottobre tutta la Polonia seppe ufficialmente, grazie alle notizie raccontate da alcuni ben informati oppositori, che don Popieluszko era stato rapito. Nella chiesa di San Stanislao a Varsavia, dove abitava il sacerdote accorsero migliaia di persone a pregare per la sua libertà. Non si sapeva ancora che il sacerdote era già stato ucciso e che il suo corpo si trovava sul fondo del lago vicino a Wloclawek. Il 30 ottobre la stessa televisione polacca diffuse la notizia del ritrovamento del corpo di don Popieluszko.
Il cardinale Joseph Ratzinger ha visitato la sua tomba a Varsavia, nel prato verde presso la chiesa di San Stanislaw Kostka, il 25 maggio 2002. Sulla libro che raccoglie le frasi lasciate dalle persone che visitano la tomba dell’eroico sacerdote Ratzinger ha scritto in italiano le seguenti parole: “Il Signore benedica la Polonia, dando sacerdoti con lo spirito evangelico di Popieluszko”. Dal 1984 circa diciotto milioni di pellegrini si sono recati a pregare su quella tomba.
Il processo di beatificazione di don Jerzy Popieluszko fu aperto l’8 febbraio 1997 a Varsavia. La fase diocesana durò 4 anni e furono raccolti numerosi documenti e interrogati 44 testimoni. Il 3 maggio 2001 ebbe inizio in Vaticano il processo super martyrio. Il 19 dicembre 2009 il Pontefice ha firmato il decreto del martirio del Servo di Dio don Jerzy Popieluszko. La beatificazione fu celebrata a Varsavia, sulla piazza centrale della città, il 6 giugno 2010. Le nuove generazioni dei giovani cattolici del mondo intero conosceranno il suo martirio per mano dei comunisti.
La Chiesa non solo è sopravvissuta alle sanguinose persecuzioni perpetrate dal regime comunista ma, grazie al sangue dei martiri, è stata rafforzata per affrontare con rinnovato vigore il XXI secolo. Talvolta i persecutori hanno potuto toglierle la voce, ma mai la memoria. E la memoria trasmessa di bocca in bocca diventa storia, e la storia rende sovente giustizia ai perseguitati. Sono uomini e donne, vecchi e bambini, laici e sacerdoti, spose e consacrate, zar e contadini. Ciascuno con un nome da ricordare. Perché è dovere di ogni cristiano fare memoria, e non solo della frazione del pane, che è il corpo di Cristo, ma anche della frazione di quel corpo mistico, che è la Chiesa.