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NIERI E GIANNA , I PARTIGIANI UCCISI DAI COMUNISTI

10/09/2013

NIERI E GIANNA , I PARTIGIANI UCCISI DAI COMUNISTI

Sono i racconti dell’orrore. A distanza di quasi settant’anni, emergono le carte intime di Maddalena Zanoni Canali, l’eroica mamma del capitano “Neri”, il leader carismatico della Resistenza comasca eliminato dal gruppo dirigente del Partito comunista in quanto protagonista e testimone scomodo dell’epilogo di Mussolini. Scritti inediti che mettono sotto accusa la leadership del Pci e che documentano con molti dettagli fino ad ora sconosciuti gli interventi svolti da una madre per ottenere verità e giustizia in merito alla morte del proprio figlio. Da queste pagine si ricavano significativi e diretti elementi a sostegno dell’elevata statura politico-criminale di molti componenti della struttura di vertice del partitone rosso, forza egemone della lotta di liberazione.
Luigi Canali fu prelevato (o, per meglio dire, sequestrato) a Como il 7 maggio 1945 e portato a Milano, dove fu vittima di una spietata esecuzione a freddo da parte di una squadra speciale di sicari agli ordini di Luigi Longo, numero due del Pci e comandante supremo delle Brigate Garibaldi. Poche settimane dopo, il 23 giugno, killer del Partito comunista trucidarono e scaraventarono giù dalla scogliera del Pizzo di Cernobbio, a picco sul lago, la compagna di Neri: la giovane staffetta partigiana “Gianna”, al secolo Giuseppina Tuissi, che aveva osato indagare sull’uccisione del proprio uomo. Gianna aveva condiviso con Canali molti dei segreti di una comune militanza nelle file della Resistenza. Insieme avevano gestito i trasferimenti del prigioniero Mussolini, e insieme avevano contabilizzato l’oro di Dongo, poi incamerato dal Pci. La Tuissi certamente era anche a conoscenza della verità sulle modalità della fucilazione del Duce, atto cruento al quale partecipò come testimone, ma forse pure come attore protagonista, anche Luigi Canali.
La cortina dell’omertà
La vicenda di Neri e Gianna è tra le più drammatiche della Resistenza. Arrestati dalle Brigate Nere a Lezzeno, sul Lario, la notte tra il 6 e il 7 gennaio 1945, resistettero alle torture rifiutandosi di fare delazione. Canali, la notte del 29 gennaio, riuscì a evadere dalle carceri di Como Borghi. Per il suo partito, si trattava in realtà di una fuga concordata con i fascisti: cioè la prova che Neri aveva tradito.
Il 21 febbraio successivo, un tribunale partigiano comunista, riunitosi a Milano sotto la presidenza di Amerigo Clocchiatti, emise un’inappellabile sentenza di morte contro Canali, reo di aver collaborato con i fascisti. Inutile aggiungere che a sostegno della colpevolezza di Neri non vi era la minima prova. Il Partito comunista, nondimeno, aveva deciso di eliminare un elemento di rilievo che aveva la pretesa di voler discutere ogni direttiva, senza compiere atto di servile e incondizionata sottomissione nei confronti dei suoi capi.
Le carte private di Maddalena Canali contribuiscono ora a illuminare le zone d’ombra di un caso tragico e complesso che è sempre gravato come un oscuro senso di colpa sulla sinistra. Si tratta di una serie di appunti che, una volta ordinati, appaiono come una sorta di memoriale postumo. Tra questi scritti vi è anche un’interessante lettera inedita che la madre di Neri scrisse alla Gianna il 5 giugno 1945, nella quale si colgono gli echi delle affannose ricerche che le due donne stavano compiendo, per ricostruire le modalità della sparizione del loro caro. Dal memoriale di Maddalena Canali si apprendono così nuovi particolari sul calvario che i familiari del partigiano comasco dovettero affrontare nel tentativo di far breccia nella cortina di omertosi silenzi che il Pci aveva eretto attorno al caso. La madre di Neri elenca le personalità del partito che avvicinò, tra il maggio del 1945 e l’anno successivo: dai diretti responsabili dell’eliminazione di suo figlio (e poi di Gianna), Pietro Vergani “Fabio” (capo della delegazione lombarda delle Brigate Garibaldi) e Dante Gorreri (segretario della federazione comasca del Pci), fino a dirigenti di primo piano come Gaetano Chiarini, su su fino a Palmiro Togliatti e a sua moglie Rita Montagnana.
L’inquisitore in casa
Agghiacciante il colloquio che “mamma Lena” ebbe con Vergani. Questi le disse che Neri aveva pagato con la vita la sua insubordinazione. La donna allora mostrò a Vergani la dichiarazione giurata che un fascista le aveva reso, a discolpa di suo figlio. Questo fascista, che si chiamava Enrico Mariani, aveva saputo dal federale Paolo Porta che era stato lui a diffondere la voce del tradimento di Canali, per danneggiarne la figura morale, d’accordo con un capo comunista. E quest’ultimo non poteva essere che Dante Gorreri, il quale aveva – lui sì – da farsi perdonare il compromesso raggiunto in carcere con i fascisti per salvare la pelle. Ma quando Maddalena Canali mostrò a Vergani la dichiarazione di Mariani che inchiodava Gorreri e scagionava suo figlio, quello si rifiutò di prenderla in considerazione, aggiungendo che «erano testimonianze di fascisti e che fra una settimana non avrebbero più parlato, perché lui li avrebbe fatti portare e fatti ammazzare a Ravenna». Perché proprio a Ravenna? Vale la pena di ricordare che padrone incontrastato di quella provincia era Arrigo Boldrini, il comandante partigiano “Bulow”, che instaurò un regime di terrore nel territorio del delta del Po.
La madre di Neri incontrò altri dirigenti del Pci. Fra questi, Gaetano Chiarini, classe 1898, bolognese, membro della direzione nazionale comunista. La madre di Neri lo chiama «despota e inquisitore del partito», per via della dura missione che compì, su incarico di Togliatti e di Longo, recandosi a casa Canali nel tentativo di ridurre al silenzio una madre che non era disposta a cedere.
La rivendicazione di Longo
Chiarini non era un personaggio qualunque: il suo nome ricorre in una delle vicende più torbide della Resistenza, l’assassinio dei sette fratelli Cervi, avvenuto nel Reggiano alla fine del 1944. Il “caso Cervi” è emblematico della deriva staliniana che s’impadronì del Pci nel seno della lotta resistenziale. I sette fratelli partigiani, infatti, vennero scaricati dal loro stesso partito e, in pratica, consegnati nelle mani degli scherani fascisti che li ammazzarono. La ragione di questo palese tradimento è presto detta: esattamente come Canali, anche i Cervi non erano ligi alle direttive comuniste. Nell’epilogo dei sette fratelli partigiani un ruolo decisivo venne giocato proprio da Gaetano Chiarini, giunto a Reggio Emilia nel novembre del ’44 a sostituire il precedente segretario della federazione clandestina comunista. Chiarini agì come un “commissario ad acta”, come un plenipotenziario rosso: normalizzò il partito assegnando alle responsabilità chiave, politiche e militari, uomini di provata obbedienza e di spietata durezza, in modo da rafforzare la strategia che prevedeva il ricorso sistematico ai metodi terroristici nello scontro con i fascisti.
Non fu, né poteva essere, dunque un caso che Togliatti e Longo mandarono a Como Chiarini, affinché spendesse argomenti persuasivi come le minacce allo scopo di stroncare l’iniziativa dei familiari di Neri, che stavano mettendo sotto accusa un intero partito. Il quale Pci, però, non soltanto non si lasciò intimidire, ma giunse a rivendicare pubblicamente l’assassinio di Canali. Accadde, a Como, durante un comizio di Luigi Longo, presente anche la madre di Neri. Una provocazione inutile, nella sua sfrontatezza, che convinse la donna, una volta di più, della necessità di non abbassare la guardia nella sua solitaria lotta contro il Moloch Rosso. n

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