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ADORAZIONE EUCARISTICA.

08/04/2013

S. FRANCESCO – BAIA DOMIZIA –09/IV/2013

Adorazione Eucaristica

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» Per attraversare il mare di questo mondo fino alla fine dei tempi, Cristo sale sulla barca della Sua Chiesa per condurre in una traversata tranquilla, quanti credono in Lui, fino alla patria del cielo, e fare di coloro con i quali Egli è in comunione nella Sua umanità, i cittadini del suo Regno. Cristo, certo, non ha bisogno della barca ; invece la barca ha bisogno di Cristo. Infatti, senza questo pilota celeste, la barca della Chiesa, agi-tata dalle onde, non giungerebbe mai al porto. (s. Pietro Crisologo)«

O, alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio, dammi fede retta, speranza certa e carità perfetta, umiltà profonda, dammi sapienza e discernimento, o Signore, affinché adempia il tuo santo verace comandamento. Amen. (FF276)

(FF277): Rapisca, ti prego, o Signore, l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, per-ché io muoia per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato di morire per amore dell’amore mio. (FF 282) Benediciamo il Signore Iddio vivo e vero, e rendiamo a Lui la lode, la gloria, l’onore e ogni bene per sempre. Amen.Amen.Fiat.Fiat

XXXXX

G.: Il Risorto si manifesta presso il mare di Tiberiade ai discepoli smarriti (vangelo), è annunciato con audacia dagli apos-toli nelle sinagoghe (I° lettura) e dossologicamente celebrato nella liturgia cosmica (II° lettura). Questo episodio che narra un’apparizione del Risorto ai discepoli è in realtà un racconto di resurrezione dei discepoli: un racconto in cui il passaggio dalla notte (v. 3) al mattino (v. 4), dunque dalle tenebre alla luce, si accompagna al passaggio dall’ignoranza alla conoscenza di Gesù (v. 4: “Non sapevano che era Gesù”; v. 12: “Sapevano che era Gesù”), dalla sterilità (v. 3: “non presero nulla”) alla pesca abbondante (vv. 6.8), dal non avere nulla da mangiare (v. 5) al partecipare al pasto imbandito da Gesù (vv. 9-12). La presenza del Risorto produce questi mutamenti e ricrea la comunità, che era ridotta a uno sparuto gruppo di gente smarrita. Nonostante le apparizioni, infatti, e dunque le con-ferme della resurrezione di Cristo di cui hanno fruito (cf. Gv 20), i discepoli sembrano conoscere un momento di de-vocazione aggregandosi a Pietro che riprende il mestiere abbandonato un tempo per seguire Gesù (“Io vado a pescare”: v. 3). La fede non è mai un dato, ma sempre un evento, un divenire che può cono-scere progressi, ma anche regressioni. E anche esperienze di fede fatte possono essere vanificate e non lasciare traccia (che ne è delle parole del Signore che dà potere di rimettere i peccati? E della confessione di fede di Tommaso? Tutto sembra dimenticato). Ma l’esperienza della loro sterilità e im-potenza, la dolorosa presa di coscienza del loro “nulla”, con-duce i discepoli ad aprirsi alla visita dell’Altro, uno Scono-sciuto, che appare sulla riva del lago. Il discepolo amato com-pie una confessione di fede (“È il Signore”: v. 7), mentre Pietro, che ha il compito di confermare nella fede i suoi fratelli (cf. Lc 22,32), è chiamato a una triplice confessione di amore (vv. 15-17). Se dietro al discepolo amato e a Pietro si devono intravedere le rispet-tive chiese (la grande chiesa petrina il cui messaggio spirituale è condensato nei Sinottici e la chiesa giovannea che nel quarto vangelo esprime la sua alterità) è allora interessante notare come la confessione di fede del discepolo amato, che in realtà è una comunicazione di fede rivolta a Pietro (“disse a Pietro: È il Signore”), rappresenta lo scambio di doni, la condivisione di ricchezze spirituali tra chiese diverse. Nel discepolo amato si manifesta il discernimento dell’amore, l’intuito dell’amore; Pietro, invece, è chiamato a riconoscere e coprire il proprio peccato (il triplice tradimento) con la triplice confessione di amore nei confronti di Gesù, e a declinare il proprio amore come fatica della sequela (“Tu seguimi”: v. 19). La sequela richiesta a Pietro è anche la cifra spir-ituale dei vangeli Sinottici, mentre il rimanere (o dimorare), appli-cato al discepolo amato (cf. Gv 21,22-23), caratterizza il quarto van-gelo. Il capitolo finale del quarto vangelo appare così una sorta di documento ecumenico, una carta di intesa tra la grande chiesa e la chiesa giovannea, fra tradizione sinottica e tradizione giovannea, intesa che si rese necessaria dopo la morte dei due apostoli (supposta dal v. 19 per Pietro e dal v. 23 per il discepolo amato). Le differenze tra le due tradizioni evangeliche ed ecclesiali, personalizzate nei due protagonisti del nostro testo, lungi dall’essere sentite come esclusive l’una dell’altra, sono cus-todite come ricchezza nel Canone dei vangeli e sono sigillate dall’unico pasto che il Signore imbandisce per tutti: unico il Si-gnore, unica l’Eucaristia, unica la fede. In queste condizioni la missione (la pesca) mostra la sua fecondità. Se, come pare, la parte destra della barca e i centocinquantatre grossi pesci sono un rimando al testo di Ez 47,1-12 (lato destro del tempio, acque pescose, 153 come nu-mero che rinvia, in base alla ghematria, al toponimo Eglaìm: Ez 47,10; ecc.), allora siamo di fronte alla visione della chiesa come tempio escatologico, alla comunità cristiana come luogo della missione universale e della presenza di Dio manifestata nel Risorto. (LUCIANO MANICARDI)

Alleluia…“Ti adoriamo, o, Cristo, qui e in tutte le chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo perché con la tua santa croce hai redento il mondo.” (FF111) + Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 1-19)

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli rispos-ero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocin-quantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si av-vicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato,

Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio ten-derai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». P. d. S.

Meditazione: Gesù, mentre nasceva il giorno, stava in piedi sulla riva: la riva significa la fine del mare, e rappresenta perciò la fine dei tempi. E ancora immagine della fine dei tempi è il fatto che Pietro trae la rete a terra, cioè sulla riva. È lo stesso Signore che, in un’altra circostanza, ci chiarisce il significato di queste immagini parlando della rete tratta su dal mare: «Ed essi la tirano sulla riva», dice (Mt 13,38). Che cos’è questa riva? Egli stesso lo spiega poco più avanti: “Sarà così alla fine del mondo” (Mt 13,49). Ma in quella circostanza si trattava soltanto di un rac-conto sotto forma di parabola, non del significato allegorico di un fatto reale. Qui, invece, è con un fatto reale che il Signore ci vuole fare intendere ciò che sarà la Chiesa alla fine del mondo, così come in un’altra pesca ha raffigurato ciò che è la Chiesa, oggi, in questo mondo (cf. Lc 5,1-11). Il primo miracolo ebbe luogo all’inizio della sua predicazione; il secondo, che è questo di cui ora ci occupiamo, si verifica dopo la sua Risurrezione. Con la prima pesca egli volle significare i buoni e i cattivi di cui ora la Chiesa è formata; con la seconda indica che la Chiesa, alla fine dei tempi, sarà formata soltanto dei buoni che dopo la risur-rezione dei morti, saranno in lei in eterno. La prima volta Gesù non stava, come ora, sulla riva, quando ordinò di prendere i pesci; infatti, “montato su una barca che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra, e sedendo nella barca ammaes-trava le turbe. Appena finì di parlare, disse a Simone. Prendi il largo e calate le vostre reti per la pesca” (Lc 5,1-4). E il pesce che al-lora fu catturato restò nella barca, perché i pescatori non tras-sero a riva la rete come fanno ora. Tutte queste circostanze e le altre ancora che si potrebbero trovare, indicano che nella prima pesca è raffigurata la Chiesa in questo mondo, mentre nella seconda pesca essa è raffigurata quale sarà alla fine del mondo. È per questo che il primo miracolo Cristo lo compie prima della Passione, il secondo dopo la Risurrezione: là, Gesù raffigura noi chiamati alla Chiesa, qui raffigura noi risorti alla vita eterna. Nella prima pesca la rete non è gettata solo dal lato destro della barca, a significare la raccolta dei soli buoni, e neppure soltanto dal lato sinistro a significare la pesca dei soli malvagi. Gesù non precisa da quale parte si getta la rete: «Ca-late le vostre reti per la pesca», dice, per intendere che la Chiesa raccoglie, in questo mondo, i buoni e i cattivi. Qui in-vece precisa: «Gettate la rete dal lato destro della barca», per significare che debbono essere raccolti solo quelli che stanno a destra, cioè i buoni. La prima volta la rete si rompe, immag-ine degli scismi che divideranno la Chiesa: qui invece, nella pace suprema di cui gioiranno i santi, non c’è posto per gli scismi, e perciò l’evangelista afferma: «E benché i pesci fossero tanti» – cioè grandi e molto numerosi – «la rete non si strappò». Egli sembra proprio alludere alla prima pesca, quando la rete si ruppe, per sottolineare con tale paragone la superiorità di questa pesca nella quale solo i buoni vengono raccolti. (S. Agostino, Comment. in Ioan., 122, 6 s.)

Vi sia un uomo che digiuna, che vive castamente, e che soffre infine il martirio, consumato dalle fiamme, e vi sia un altro che rinvia il mar-tirio per l’edificazione del prossimo e, non solo lo rinvia ma se ne parte da questo mondo senza averlo subito. Quale di questi due uomini otterrà maggior gloria, dopo aver lasciato questa vita? Non c’è bisogno qui di discutere a lungo né di parlare eloquentemente per decidere, dato che il beato Paolo dà il suo giudizio dicendo: “Morire ed essere con Cristo è la cosa migliore, ma rimanere nella carne è più necessario per causa vostra” (Fil 1,23-24). Vedi come l’Apostolo antepone l’edificazione del prossimo al morire per raggiungere Cristo? Non vi è infatti mezzo migliore per essere unito a Cristo che il compiere la sua volontà, e la sua volontà non consiste in nessun’altra cosa come nel bene del prossimo… “Pietro” – dice il Signore -, “mi ami tu? Pasci le mie pecore” (Gv 21,15), e, con la triplice domanda che gli rivolge, Cristo mani-festa chiaramente che il pascere le pecore è la prova dell’amore. E questo non è detto solo ai sacerdoti, ma a ognuno di noi, per piccolo che sia il gregge affidatoci. Difatti, anche se è piccolo, non si deve tras-curarlo poiché il “Padre mio” – dice il Signore – “si compiace in loro” (Lc 12,32). Ognuno di noi ha una pecora. Badiamo di portarla a pascoli convenienti. L’uomo, appena si leva dal suo letto, non ricerchi altra cosa, sia con le parole sia con le opere, che di render la sua casa e la sua famiglia più pia. La donna, da parte sua, si dimostri buona padro-na di casa, ma prima ancora di questo abbia un’altra preoccupazione assai più necessaria, quella cioè che tutta la sua famiglia lavori e com-pia quelle opere che riguardano il regno dei cieli. Se infatti negli affari terreni, prima ancora degli interessi familiari, ci preoccupiamo di pa-gare i debiti pubblici perché, trascurando quelli, non ci capiti di essere arrestati, tradotti in tribunale e svergognati obbrobriosamente, a maggior ragione, nelle cose spirituali, facciamo in modo di pagare anzitutto ciò che dobbiamo a Dio, re dell’universo, in modo da non essere gettati là dov’è stridore di denti. Ricerchiamo, inoltre, quelle virtù che da una parte procurano a noi la salvezza e dall’altra sono utilissime al prossimo. Tali sono l’elemosina, le orazioni; anzi, l’orazione riceve dall’elemosina forza e ali. “Le tue orazioni” – dice la Scrittura – “e le tue elemosine sono servite per essere ricordato al cospet-to di Dio” (At 10,4). Ma non solo l’orazione, bensì anche il digiuno riceve dall’elemosina efficacia. Se tu digiuni senza fare elemosina, la tua azione non può essere digiuno e diventi peggiore di un ghiottone e di un ubriaco, tanto peggiore quanto la crudeltà è più grave peccato del-la gola. Ma perché parlo del digiuno? Anche se tu vivi castamente, an-che se tu conservi la verginità, ma non l’accompagni con l’elemosina, tu rimani fuori della sala nuziale. Che cosa è paragonabile alla verginità che, per la sua stessa eccellenza, non fu posta per legge nep-pure nel Nuovo Testamento? Tuttavia, anch’essa viene respinta se non è congiunta all’elemosina. Se, dunque, le vergini sono ricacciate

perché non l’hanno praticata con generosità, chi mai potrà ottenere perdono se trascura di far elemosina? Nessuno, di certo. Chi non pratica l’elemosina, perirà dunque sicuramente. Infatti, se nelle cose di questo mondo nessuno vive per se stesso, ma l’artigiano, il soldato, l’agricoltore, il commerciante svolgono attività che contribuiscono al bene pubblico e alla comune utilità, molto di più ciò deve realizzarsi nelle cose spirituali. Vive veramente, soltanto chi vive per gli altri. Chi

invece vive solo per sé, disprezza e non si cura degli altri, è un essere inutile, non è un uomo, non appartiene alla razza umana. Tu forse mi dirai a questo punto: Devo allora trascurare i miei affari per occu-parmi di quelli altrui? No, non è possibile che colui che si prende cura degli affari del prossimo trascuri i propri. Chi cerca l’interesse del prossimo non danneggia nessuno, ha compassione di tutti e aiuta secondo le proprie possibilità, non commette frodi, né si appropria di quanto appartiene agli altri, non dice falsa testimonianza, si astiene dal vizio, abbraccia la virtù, prega per i suoi nemici, fa del bene a chi gli fa del male, non ingiuria nessuno, non maledice neppur quando in mille modi è maledetto, ma ripete piuttosto le parole dell’Apostolo: “Chi è infermo che anch’io non sia infermo? Chi subisce scandalo che io non ne arda?” (2Cor 11,29). Al contrario, se noi ricerchiamo il nostro in-teresse non seguirà al nostro l’interesse degli altri. Convinti, dunque, da quanto è stato detto, che non è possibile salvarci se non ci inter-essiamo del bene comune, e considerando gli esempi del servo che fu separato e di colui che nascose il talento sotto terra, scegliamo quest’altra via, e conseguiremo anche la vita eterna, che io auguro a tutti noi di ottenere per la grazia e l’amore di Gesù Cristo, nostro Si-gnore. (S. Crisostomo Giovanni, In Matth., 77, 6)

Ma, prima, il Signore domanda a Pietro ciò che già sapeva. Domanda, non una sola volta, ma una seconda e una terza se Pietro lo ama, e da Pietro altrettante volte si sente rispondere che lo ama; e altrettante volte niente altro gli affida che il com-pito di pascere le sue pecore. Alla sua triplice negazione fa riscontro la triplice confessione d’amore, in modo che la sua parola non obbedisca all’amore meno di quanto ha obbedito al timore, e in modo che la testimonianza della sua voce non sia meno esplicita di fronte alla vita, di quanto lo fu dinanzi alla minaccia di morte. Sia dunque prova del suo amore pascere il gregge del Signore, come rinnegare il pastore costituì la prova del suo timore. Coloro che pascono le pecore di Cristo con l’intenzione di farne le proprie pecore, si convincano che amano se stessi, non Cristo; si convincano di essere guidati dal desiderio di gloria, di potere, di denaro, e non dalla carità, che vuole soltanto obbedire, soccorrere ed essere gradita a Dio. Contro costoro vigila la parola del Signore così insisten-temente ripetuta, gli stessi che strappavano gemiti all’Apostolo perché cercavano la propria gloria, non quella di Gesù Cristo (cf. Fil 2,21). Che vogliono dire infatti le parole: «Mi ami? Pasci le mie pecore»? È come se, con esse, il Signore dic-esse: Se mi ami, non pensare di pascere le pecore nel tuo in-teresse; pasci le mie pecore in quanto sono mie, non come se fossero tue; cerca nel pascerle la mia gloria, non la tua; cerca di stabilire il mio regno, non il tuo; cura il mio interesse, non il tuo, se non vuoi essere nel numero di coloro che, in questi tempi perigliosi, amano se stessi, e che perciò cadono in tutti gli altri peccati che da tale amore per sé derivano come dal lo-ro principio. L’Apostolo, dopo aver detto: «Gli uomini invero ameranno se stessi», aggiunge infatti: “Ameranno il denaro, saranno presuntuosi, superbi, bestemmiatori, disobbedienti ai genitori, ingrati, scellerati, empi, disamorati, calunniatori, incon-tinenti, crudeli, nemici del bene, traditori, protervi, ciechi, amanti più del piacere che di Dio con la sembianza della pietà, ma privi in realtà della sua virtù” (2Tm 3,1-5). Tutte queste colpe derivano, come dalla loro sorgente, da quella che per prima l’Apostolo ha citato: «amano se stessi».È dunque con ragione che il Si-gnore chiede a Pietro: «hai dilezione per me?», e giustamente, alla sua risposta: «Sì, ti amo» egli replica: «Pasci i miei agnelli»; e giustamente ripete per tre volte tali parole. Vediamo anche, in questa circostanza, che la dilezione è la stessa cosa che l’amore: la terza e ultima volta, infatti, il Signore non dice: «hai dilezione per me», ma dice: «Mi ami?». Non amiamo noi stessi, ma il Signore: e nel pascere le sue pecore, cerchiamo ciò che è suo, non ciò che è nostro. Non so in quale inesplicabile modo accade che, chi ama se stesso e non Dio, non ama nemmeno sé, mentre chi ama Dio e non ama se stesso, in effetti ama an-che sé. Colui che non ha la vita da se stesso, muore amando sé: quindi non ama se stesso chi sacrifica la propria vita a questo amore. Colui, invece, che ama il principio della sua vita, tanto più ama se stesso non amando sé, poiché trascura sé per amare colui dal quale deriva la propria vita. Non siano dun-que tra quelli che «amano se stessi», coloro che pascono le pecore di Cristo, per non pascerle come proprie, ma del Si-gnore… Tutte queste colpe e le altre simili, sia che si trovino ri-unite nello stesso uomo, sia che esercitino separatamente il loro dominio, alcune su certi uomini, alcune su altri, derivano tutte dalla stessa radice, cioè dall’amore «per se medesimi». Questo è il pericolo dal quale, sopra tutto, debbono stare in guardia coloro che pascono le pecore di Cristo, in modo da non ritrovarsi mai a cercare il proprio interesse invece dell’interesse di Cristo, o a tentare di trarre soddisfazione dei propri desideri dalle pecore per la cui salvezza è stato versato il sangue di Cristo. L’amore per Cristo deve tanto crescere in colui che pasce le sue pecore, sino a giungere a quell’ardore spirituale che gli farà vincere anche il naturale timore della morte, in modo che egli saprà morire proprio perché vuole vivere con Cristo. L’apostolo Paolo ci dice infatti di avere un grande desiderio di essere sciolto dai vincoli della carne, per ritrovarsi con Cristo (cf. Fil 1,23). Egli geme per il peso di questo corpo, ma non vuole essere spogliato, ma piuttosto soprav-vestito, onde ciò che è mortale in lui sia assorbito dalla vita (cf. 2Cor 5,4). (S. Agostino, Comment. in Ioan., 123, 5)

G.: Leggiamo oggi il capitolo 21 del vangelo secondo Giovanni, una sorta di appendice all’intero vangelo. Nei giorni successivi alla Pasqua, Pietro prende l’iniziativa di andare a pescare, azione simbolica che allude alla missione: il discepolo amato, come gli altri cinque che sono con Pietro sulla riva del lago di Tiberiade, acconsentono alla sua decisione e lo accom-pagnano. La barca della chiesa si spinge al largo e Pietro la conduce su acque profonde, come un tempo aveva fatto su ordine di Gesù (cf. Lc 5,4). «Ma in quella notte non presero nulla»: non basta che sia Pietro a guidare la pesca, occorre che ci sia anche il Signore. «Senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5) aveva detto Gesù, e ora in sua assenza la pesca è vana… Gesù risorto è in realtà presente sulla riva del lago, ma i discepoli non sanno riconoscerlo, poiché sono ancora avvolti dalle tenebre dell’incredulità. Vista la loro pesca infruttuosa, egli in-dirizza loro parole che li rinviano agli inizi della vocazione: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Essi obbediscono prontamente al suo comando, con il risultato che «non possono più tirare su la rete per la gran quantità di pesci». È allora che il discepolo amato grida: «È il Signore!». Udita questa confessione di fede sgorgata da un cuore che ama, Pietro si sente pervaso di vergogna, e, cintosi ai fianchi il

camiciotto per coprire la sua nudità, si getta in acqua, mentre gli altri raggiungono la riva sulla barca. «Scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane». Sebbene li abbia preceduti, Gesù chiede ai discepoli di condividere con lui il frutto della loro pesca: 153 grossi pesci, tanti quante era-no le specie allora conosciute, a indicare l’universalità della chiesa. Eppure la rete non si spezza, come la tunica di Cristo non era stata lacerata dai soldati al momento della crocifissio-ne (cf. Gv 19,23-24)… Al termine del pasto in cui il Signore Gesù si è fatto nuovamente servo dei suoi discepoli, egli si rivolge a Pietro chiamandolo con il nome che questi aveva prima della vocazione, al quale era ritornato dopo il suo rinnegamento. E lo fa ponendogli una precisa domanda: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di tutte queste cose?». Per tre volte Pietro aveva negato di conoscere Gesù, e ora per tre volte il Signore lo in-terroga, al punto che Pietro, addolorato per questa insistenza, gli risponde: «Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene!». È il traboccare di un cuore ferito, simile al pianto amaro ri-cordato dai vangeli sinottici nella notte del tradimento (cf. Mc 14,72), ma qui unito a una confessione di amore. Il Risorto allora lo riabilita, chiamandolo per tre volte ad essere pastore delle sue pecore: il rinnegamento è avvolto dalla misericordia, e Simone torna ad essere Pietro, la Roccia della chiesa. Gesù rivela poi a Pietro il futuro che lo attende, ricollegandosi ad al-cune parole pronunciate nel corso dell’ultima cena. Durante la lavanda dei piedi gli aveva detto: «Tu ora non capisci, capirai più tardi» (Gv 13,7), e anche: «Dove io vado, per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi» (Gv 13,36). Finalmente è giunto il momento di svelare l’ora e il modo di questa sequela: «Quan-do eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Sì, Pietro glorificherà Dio accettan-do di essere condotto là dove non avrebbe voluto: al martirio, quando verserà il sangue per attestare la sua fedeltà a Cristo… E così risuona per lui ancora una volta la chiamata originaria del Signore: «Seguimi!». Quella che sigilla il quarto vangelo è una pagina preziosa, perché rivela che la chiesa nasce plurale, è per sua natura una comunione plurale: al suo interno, infatti, l’unica volontà del Signore ha posto sia il primato petrino sia il permanere del discepolo amato fino al giorno della sua glori-osa venuta (cf. Gv 21,22-23). Queste due figure complementari ci ri-cordano che nella comunione dell’unica chiesa di Dio occorre riconoscere la pluralità di tradizioni diverse, tutte però orien-tate verso l’unico Signore: è questa la condizione perché la missione sia fruttuosa! Non lo si dimentichi: già all’interno dei vangeli l’unità della chiesa è plurale, così come diversi sono i doni e le chiamate, ma unico è il Signore (cf. 1Cor 12,4-6)! (Enzo Bianchi)

TUTTI : La storia di quei sette apostoli è un po’ la nostra storia, Gesù. Ad ogni tornante, ad ogni nuova tappa, anche noi siamo tentati di tornare indietro, là dove tutto era cominciato, al luogo di partenza. Ci affanniamo inutilmente e le nostre reti restano inesorabilmente vuote; le nostre esistenze infeconde sembrano votate al fallimento. Non ci resta che ammettere davanti a te i nostri sforzi senza risultato, la nostra incapacità a far fronte alle incombenze e alla missione che ci hai affidato. Non ci resta che ascoltare le tue indicazioni e riprendere il largo, contando uni-camente sulla tua Parola. Allora faremo la stessa esperienza di quei sette sul lago di Galilea. Porteremo a casa un raccolto trop-po abbondante, insperato, e, seduti alla tua mensa, ricono-sceremo i tuoi doni e accoglieremo la tua grazia.

PADRE NOSTRO…

TANTUM ERGO Sacramentum

Veneremur cernui

Et antiquum documentum

Novo cedat ritui

Praestet fides supplementum

Sensuum defectui.

Genitori Genitoque

Laus et jubilatio

Salus, honor, virtus quoque

Sit et benedictio.

Procedenti ab utroque

Compar sit laudatio.

S.: Panem de caelo praestitisti eis.

R.: Omne delectamentum in se habentem.

S.: Oremus: Deus, qui nobis sub sacramento mirabili passionis tuae memoriam reliquisti: tribue, quaesumus, ita nos corporis et sanguinis tui sacra mysteria venerari, ut redemptionis tuae fructum in nobis jugiter sentiamus. Qui vivis et regnas in saecula saeculorum. R.: Amen

TUTTI: Dio onnipotente, eterno, giusto e misericordioso, concedi a noi, miseri, di fare, per la forza del tuo amore, tutto quello che sappiamo che tu vuoi e di volere sempre ciò che a te piace, af-finché, interiormente purificati, illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del Figlio tuo, Signore nostro Gesù Cristo. E fa che, attratti unicamente dalla tua gra-zia, possiamo giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfet-ta e nella Unità semplice vivi e regni glorioso, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen. (FF233)

XXXXX

REGINA CAELI, laetare, alleluia.

Quia quem meruisti portare, alleluia.

Resurrexit, sicut dixit, alleluia.

Ora pro nobis Deum, alleluia.

V. Gaude et laetare, Virgo Maria, alleluia.

R. Quia surrexit Dominus vere, alleluia.

Oremus: Deus, qui per resurrectionem Filii tui Domini nostri Iesu Christi mundum laetificare dignatus es, praesta, quaesumus, ut per eius Genetricem Virginem Mariam perpetuae capiamus gaudia vitae. Per Chri-stum Dominum nostrum. R.: Amen

XXXXX

Regina del cielo, rallegrati, alleluia.

Gesù, che tu hai portato nel seno, alleluia,

è risorto, come ha detto, alleluia.

prega per noi Dio, alleluia.

V. Rallegrati, Vergine Maria, alleluia.

R. Il Signore è veramente risorto, alleluia.

Preghiamo: O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Fi-glio hai ridato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine, concedi a noi di godere la gioia della vita senza fine. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Di Fra Marcus

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