Skip to content

NOI CATTOLICI NEL CENTRODESTRA, DELUSI, MA NON MOLLIAMO! (2° Parte)

17/11/2012

SPUNTI PROGRAMMATICI:
Riflessioni su temi politicamente “sensibili” e caratterizzanti il nostro sentire.

1. VITA E SCIENZA
Pensiamo che la vita sia “sacra” e questo indipendentemente dal fatto che si creda o meno a Dio. E’ sacra per il suo mistero, per la sua forza. E’ sacra e nessuno ha il diritto di stabilirne il perimetro della dignità. La vita non si misura, non si giudica, non si pesa, non si monetizza. La vita si vive. Non la dà Dio? Può darsi, ma di certo non sta ad un Tribunale o ad un Parlamento toglierla. La vita è un mistero da rispettare, è un patrimonio da valorizzare, è una sfida da vincere e tutto questo non attiene al mondo che verrà, ma al mondo che è. Non c’è bisogno di avere fede per cogliere la straordinarietà di una vita che cresce dentro il corpo di una donna; non c’è bisogno di fede per comprendere il valore che ha lo sguardo, quasi spento, ma vigile del nonno di casa. Non c’è bisogno di preti da ascoltare per fermarsi dinnanzi al mistero del dolore cercando di vincerlo, attenuarlo, non accanirsi ma neppure ipotizzando che chi soffre, chi non capisce più, sia roba da buttare. Chi stabilisce se una vita è degna di essere vissuta? Chi fissa l’asticella? Chi mette il traguardo oltrepassato il quale si può procedere a togliere dal mondo? E’ un fatto di intelligenza? Di efficienza? Di prestanza? Chi è il depositario della regola che separa il diritto di vivere dal dovere di morire? La non tangibilità della vita è un principio laico, razionale, “mondano”. Lo dimostrano bene gli atei devoti. A noi spetta, come cattolici, testimoniare ciò che sta “dietro” la vita dell’uomo o, se vogliamo, sopra e accanto e cioè un atto d’amore di Dio. A noi, come cattolici, sta testimoniare che in ogni uomo c’è un respiro divino, che ognuno è la ragione del sacrificio di Cristo. Tutto questo, tuttavia, è un “sovrappiù”. Dobbiamo, da cattolici, scegliere con chi unirci per dare alla vita tutte le opportunità e per difenderla e valorizzarla dal concepimento fino alla morte naturale. Crediamo che il centro-destra oggi sia stato, grazie alla nostra presenza ma non solo, più affidabile e più vicino al modo di sentire e vedere le cose che hanno i cattolici.
Proprio perché così vediamo a valutiamo la vita pensiamo che la scienza non possa essere “paganizzata” e divinizzata. La modernità, e più ancora la contemporaneità, hanno portato la scienza dentro il mistero della vita. Bene: noi crediamo che la scienza debba stare un passo indietro ed essere a disposizione della vita non a fondamento della sua presenza o assenza.
La scienza, a partire da quella medica, ha senso se è al servizio della vita e non della morte, ha senso se dà risposte innovative ma umane, ha senso se non diventa misura di tutte le cose. Il progresso non può essere un video game dove le regole le stabilisce chi gioca, ma deve essere ciò che è: un percorso ben preciso che costruisce strade fatte per l’uomo. L’uomo è al centro e lo è con le sue caratteristiche tra le quali c’è il mistero della vita e quello della morte. Chi osa di più non è laico, non è laicista, non è coraggioso, non è ardito, non è interessato, non è avventuriero: è solo strumento dell’irrazionalità.

2. IMMIGRAZIONE
Tema “caldo”, non v’è dubbio e tema che qualche volta ci ha creato difficoltà. Prediamolo di petto.
Punto primo: i flussi migratori non sono una caratteristica di questi anni, ci sono da secoli oseremo dire da quando esistono gli uomini che, come si sa, si spostano più spesso spinti dal bisogno che non dalla curiosità. Non ha senso, quindi, essere “contro” l’immigrazione perché essere contro l’immigrazione è come esser contro al fatto che gli uomini si possano muovere seguendo un sogno, una prospettiva o fuggendo da una realtà.
Punto secondo: gli uomini che si “spostano” per bisogno sono, per il cattolico, il volto di Cristo e quindi per noi l’aiuto, il sostegno, il supporto sono un fatto non negoziabile.
I temi centrali quindi non sono né il fenomeno in sé, né il sostegno al migrante; il tema vero è il governo dell’uno e dell’altro.
Nella sua enciclica, “Caritas in Veritate”,  Benedetto XVI, trattando dello sviluppo umano integrale, si sofferma sul fenomeno delle migrazioni (n. 62), “fenomeno che impressiona per la quantità di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale”. Scrive il Papa: “Possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati. Nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com’è noto, è di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d’origine grazie alle rimesse finanziarie. Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali”.
Come ben faceva notare il Prof. Introvigne la “Caritas in Veritate”  mette chi legge dinnanzi a tre principi: 1) l’affermazione dei «diritti delle persone e delle famiglie emigrate». Una volta che è arrivato nel Paese di destinazione, il migrante deve vedersi riconosciuti i «diritti fondamentali inalienabili» e dev’essere sempre trattato come una persona, mai «come una merce»; 2)  si devono ugualmente salvaguardare i diritti «delle società di approdo degli stessi emigrati»; 3) vanno anche messi a sistema i diritti delle società di partenza degli emigrati, che si deve porre attenzione a non svuotare di risorse e di energie, sottraendo loro con l’emigrazione persone che sarebbero utili e necessarie nel Paese di origine. Va sempre posta attenzione al «miglioramento delle situazioni di vita delle persone concrete di una certa regione, affinché possano assolvere a quei doveri che attualmente l’indigenza non consente loro di onorare»: anzitutto dove sono nate, e senza essere costrette o indotte all’emigrazione.
A premessa di questi tre principi c’è la considerazione di quadro: la gestione del fenomeno è “complessa”, impone scelte non solitarie, comporta “sfide drammatiche” e non tollera scorciatoie.
Se quindi è vero, e non potrebbe essere che così, che chi arriva ed è nel bisogno è uomo e ci mette dinnanzi, con la sua sola presenza, ai propri diritti e alla propria dignità, è altrettanto vero che questo dato è il primo per importanza, ma non il solo per la vera soluzione del problema. I cattolici nel centro-destra, o se vogliamo non a sinistra, hanno tentato di andare oltre il solo tema dell’accoglienza nell’emergenza per sviluppare gli altri due aspetti: i diritti di chi ospita; il diritto a che le comunità di origine vengano messe nelle condizioni di non perdere i loro figli.
Fermarsi all’accoglienza è fermarsi al “primo tempo” del buon samaritano senza considerare gli altri “tempi” che sono importanti quanto il primo e che sono i diritti di chi accoglie e i diritti dei Paesi che subiscono flussi emigratori che poi significa riconoscere, a chi “scappa” , la libertà di poter non scappare.
Si può anche pensare che basti rispondere solo al richiamo dell’accoglienza, e questo bene e giustamente lo fa il volontariato, ma chi fa politica sul solco della cattolicità non può negare che Benedetto XVI abbia tracciato sfide più complesse chiedendo ai cattolici la forza, la capacità, il coraggio di tenere insieme le cose.
Possiamo certo riconoscere che non siamo stati sempre (o spesso) all’altezza, nella pratica e nella sfida del governo, di rispondere al richiamo che Papa Benedetto XVI fa nell’enciclica, ma non possiamo sentirci “cattolici sbagliati” se abbiamo cercato di porre anche altre questioni oltre all’accoglienza che è un apriori.
Questioni che sono: 1. i diritti delle comunità che accolgono e che non si risolvono solo nelle politiche di sicurezza, ma anche di identità e reciprocità;  2. i diritti delle comunità che soffrono l’emigrazione perché lo sviluppo di una realtà non può mai avvenire se non si rimuove il bisogno che porta alla fuga.
Su questi aspetti abbiamo pagato il poco coraggio culturale e la scarsa tenuta sul piano della consapevolezza: non raramente ci siamo fatti spettatori tra chi aveva un approccio buonista – e, ci sentiamo di dire, poco fondato anche rispetto alle parole del Santo Padre- e chi aveva un approccio populista.
Dobbiamo riprenderci il nostro spazio e dobbiamo chiedere alla Chiesa, cioè alle Diocesi, di darci una formazione che sia capace di portare al centro la parola del Papa. Chi scrive pensa e sommessamente dice che anche i sacerdoti abbiano bisogno di una formazione meno “politicamente corretta” e semplicistica su temi come questo.
Del resto il dibattito sullo ius soli e lo ius sanguinis – impropriamente legato all’immigrazione perché dovrebbe essere connesso alle sole scienze giuridiche e politiche-  deve accendere la nostra attenzione perché, così com’è posto, – i buoni e la sinistra per lo ius soli- i cattivi e la destra per lo ius sanguinis – non solo non aiuta, ma apre una riflessione equivoca che solo sbocchi impropri potrà avere in particolare se il mondo cattolico risponderà in maniera pavloviana e buonista come, temo, si stia approcciando a fare.
Aggiungiamo, in conclusione, solo poche considerazioni sul perché non penso che l’Italia debba adottare lo ius soli. Di seguito un pezzo uscito ne “Il Giornale della Toscana” nel gennaio del 2012 che, ci sembra, possa aiutare ed arricchire il dibattito di nuovi ed altri punti di vista.

Firenze, 26 gennaio 2012

Perché dire no allo ius soli.
di Stefania Fuscagni
La questione è: l’Italia deve passare dallo ius sanguinis allo ius soli? Credo di no e così facendo so di dire qualcosa di politicamente scorretto, pace. Breve premessa. Lo ius soli prevede che chiunque nasce in un luogo diventi cittadino di quel luogo e poco conta quale sia la sua condizione giuridica al momento della nascita. Lo ius sanguinis, invece, lega la cittadinanza a quella dei propri genitori e quindi si nasce italiani se si hanno genitori con la cittadinanza italiana. Non c’è ovviamente preclusione ad acquisire successivamente la cittadinanza, ma ci sono percorsi necessari e non c’è automaticità. Lo ius sanguinis è stato bollato come sistema razzista e il politicamente corretto ha aperto il solito valzer dei buoni, quelli dello ius loci  e dei cattivi, quelli dello ius sanguinis. Cercherò di dimostrare che non è così e non lo è per molte ragioni. La prima è di natura storica. La scelta tra un modello e l’altro non è legata al “razzismo legislativo” bensì a questioni di ordine storico e morfologico dei territori. Paesi geograficamente non grandissimi e soggetti a flussi migratori significativi hanno optato per lo ius sanguinis. Non a caso in quasi tutta Europa funziona così seppure con declinazioni diverse. Lo ius soli vige negli Stati Uniti dove, si sa, l’estensione territoriale ha permesso la possibilità di acquisire nuove genti fondando anche  una visione del mondo legata alla tradizione del grande west. Nulla di ideologico. La seconda questione è concettuale ed legata al rapporto tra cittadinanza e diritti. Secondo la sinistra, anche cattolica, chi lavora in un Paese e paga le tasse perciò stesso deve avere il diritto alla cittadinanza. Deve avere subito i diritti, certo ma non necessariamente quello alla cittadinanza immediata. Le tasse, che derivano da chi lavora, pagano i servizi (scuola, sociale, strade, polizia) dei quali qualsiasi residente gode indipendentemente dalla cittadinanza. La cittadinanza attiene ad un altro livello che solo in parte è giuridico. Attiene anche al livello della condivisione, del sentirsi parte di un Paese, che a questo punto chiamiamo Patria. Di quel Paese si condivide lo spirito, la storia, la vocazione, la lingua, i modi di dire, le frasi fatte, i proverbi. A quella terra siamo legati per ragioni di “sangue” non in senso biologico, ma in senso storico nello stesso modo nel quale siamo legati ad una famiglia. Questo anche se non ci piace. Si può quindi imporre questa appartenenza in maniera immediata? Non serve forse un tempo dedicato a scegliere? C’è poi il tema della cittadinanza e del diritto di voto. Facciamoci una domanda: l’Italia che non fa figli, che giustamente accoglie, è pronta nel giro di una generazione ad una mutazione verso una cultura diversa, per esempio di ispirazione islamica, senza mediazioni e senza percorsi di conoscenza reciproca? Perché va da sé che chi la ha cittadinanza vota, chi vota crea partiti, chi crea partiti sceglie le politiche e chi sceglie le politiche cambia anche le regole, per esempio circa la parità tra uomini e donne oppure circa la separatezza tra diritto e teologia. In conclusione: piena accoglienza, diritti per chi lavora, libertà per tutti nel rispetto delle regole, facilitare senza banalizzare i percorsi per la residenza. Il tutto tenendoci lo ius sanguinis per non equivocare il concetto di cittadinanza.

3. SCUOLA

Sul tema “scuola” ci sarebbero moltissime cose da dire. Ci vogliamo soffermare su due aspetti ed una premessa.
Premessa: su scuola e famiglia il contributo degli “atei devoti” è stato fondamentale non solo per raggiungere dei risultati – che dobbiamo ammettere non esser ancora un granchè – ma soprattutto nel disinnescare la retorica laicista e statalista che ha imperato per decenni. Purtroppo la DC, per ragioni storiche che non discutiamo, ha potuto fare ben poco e così i nodi sono venuti al pettine. I nodi sono: confusione tra scuola pubblica e scuola statale (ci piace la prima, non la seconda), mortificazione del ruolo della famiglia nelle scelte educative (in parte per grande responsabilità delle famiglie). Il dibattito intorno alla scuola libera si è trasformato nel dibattito circa la scuola cattolica, o peggio “dei preti” e confessionale, quando la questione non è la scuola cattolica, ma la scuola “pubblica non statale”. Voci laiche sono state, quindi, un toccasana. Rimangono però aperte tutte le implicazioni culturali che riassumiamo così: l’Italia è il Paese che ha la maggior incidenza di scuola statale in Europa; la scuola statale fa sì che chi vuole fare scelte diverse deve pagarsele e il combinato disposto tra la prima e la seconda affermazione è che il sistema Italia è assai poco efficiente e assai difficilmente emendabile.
Veniamo agli aspetti.
Primo aspetto. Difendiamo, anzi promuoviamo, la scuola libera perché ogni genitore ha il diritto di scegliere l’educazione per i propri figli in base anche ai propri convincimenti culturali e religiosi. Questo non è un diritto dei cattolici, è un diritto di tutti.
Secondo aspetto. Il diritto alla scelta è tale quando non è discriminante, oggi in Italia è discriminante e quindi ciò è ingiusto.
La scuola come proiezione della libertà della famiglia è un tema caro ai cattolici, ma non è monopolio di nessuno perché dovrebbe essere di tutti.
Spiace che la battaglia per la scuola pubblica statale e non statale sia stata ostaggio di due pregiudizi: il pregiudizio che la scuola statale è la più giusta (alla prova dei fatti vale il contrario); il pregiudizio che i cattolici abbiano fatto una battaglia di e da “lobby”.
Rimaniamo convinti che la scuola sia luogo di realizzazione delle aspirazioni dei ragazzi e non possa tenere “per legge” un atteggiamento preclusivo nei confronti della libera scelta delle famiglie.

4. FAMIGLIA
I cattolici hanno una ben precisa idea di famiglia. Per noi la famiglia è l’unione di un uomo e di una donna aperta alla venuta dei figli. Le altre forme di convivenza sono, appunto, un’altra cosa. Siamo solo noi a pensarla cosi? Non ci pare. Lo dice anche la Costituzione italiana che, ci sembra, non raramente la sinistra ha considerato in discriminativamente come una sorta di totem laico. Bene. Chiediamo il rispetto della Costituzione. A ciò aggiungiamo che anche chi non è cattolico spesso intende la famiglia come la società naturale fondata sul matrimonio (laico). Non c’è bisogno di scomodare né la teologia né l’antropologia né la sociologia per dire che il matrimonio, assai precedente, come istituto, alla cattolicità ed al cristianesimo, rappresenti una forma di stabilità sociale che oltre ad avere la caratteristiche di soggetto di tenuta e di ammortizzatore primario delle difficoltà (si veda la centralità della famiglia soprattutto nei momenti di crisi economica) ha anche – ed innegabilmente – la caratteristica di dare nuova vita permettendo alla storia e al mondo di continuare in termini naturali.
Ciò non esclude che vi possano essere altre forme di convivenza che appunto sono “altre” e che diversamente devono essere riconosciute, rispettate e regolate. Non solo: poiché la politica, laicamente, dà priorità a ciò che rappresenta una tendenza maggioritaria e che mostra risvolti positivi garantendo anche ovvi meccanismi di futuro, va da sé, che la famiglia debba essere soggetta ad un regime di favore.
Tutto qua. Se poi qualcuno intende questo come un pensiero discriminatorio è pur certo libero di farlo, ma si accanisca contro la Costituzione che di questo parla e che questo mette nero su bianco.
Troviamo anche da ultimo poco interessante il dibattito circa le discriminazioni verso gli omosessuali perché l’omofobia spesso alberga più nella testa di chi usa le diversità come comodo “pulpito” da cui far sentire inutili voci, rispetto a chi – nel rispetto che a tutti si deve – ha il coraggio di elencare priorità precise. Il fare fronte alla denatalità e alle politiche legate all’allungamento della vita mettendo al centro la famiglia sono per noi elementi di assoluta priorità.

5. AMBIENTE E ACQUA
Papa Giovanni Paolo II, con l’Angelus del 28 marzo 1982,  focalizza la figura di San Francesco e apre la pagina dell’ecologismo teologico che molto interesse ha destato e che ha coinvolto spesso le giovani generazioni. I rapporti tra teologia, ecologia e, ci permettiamo di aggiungere, economia e antropologia rappresentano una sfida fondamentale per la Chiesa e per i cattolici. In termini strettamente teologici l’ambiente altro non è che il “creato” esso quindi porta in sé una evidente sacralità. Tuttavia l’uomo, che fa parte del creato come elemento “maggiore”, ha il compito di rispettare e custodire il creato, ma non di esserne sottoposto. Questi brevi passaggi ci pare facciano chiarezza circa la totale assonanza tra ambientalismo e umanesimo. Se quindi non è sostenibile la posizione di chi pensa che l’ambiente sia il “teatro morto” entro il quale poter fare ogni cosa dall’altra non è sostenibile neanche la posizione di chi immagina che l’ambiente sia sovraordinato all’uomo. Serve equilibrio e giusta relazione nel rispetto di tutti, uomini e non, ma anche nella certezza che è l’uomo la “maggiore” delle creature.
E’ quindi convinzione di chi scrive che la visione cattolica dell’ambiente e dell’uomo – i due “termini” non sono separabili – si sposi bene con la visione dell’ambientalismo liberale che è assolutamente estraneo alle declinazioni radicali ed ideologiche che spesso sono state assunte da molte e maggioritarie frange ambientaliste.
Del resto la presenza e le opere dell’uomo non hanno peggiorato in termini assoluti l’ambiente e la natura; non solo: se oggi la natura è cordialità e ricchezza è grazie al lavoro, all’intelligenza e agli interventi umani. Certo, vale anche il contrario e non sono rare le situazioni nelle quali l’intervento umano è stato negativo. Tuttavia, se vogliamo essere realisti e non fare false affermazioni, sono di certo maggiori gli interventi positivi rispetto a quelli negativi che non vanno negati, che vanno corretti ma che non vanno enfatizzati.
Un tema centrale ci pare sia, a questo punto, il tema dell’acqua.
La questione idrica – legata alla più ampia questione dei beni comuni – è esplosa con forza in occasione del referendum del giugno 2011. Il tema dell’acqua pubblica come unica soluzione è stato spesso considerato valido anche dal mondo cattolico, laicale e ordinato.
Ci permettiamo di dire che sotto questo aspetto la Dottrina Sociale della Chiesa dice parole chiare e non troppo allineate con chi ha inteso confondere il “bene” acqua con le modalità di erogazione della medesima.
Riportiamo un articolo di Stefania Fuscagni apparsi nel giugno del 2011 ne “Il Giornale della Toscana” che ci pare utile a far emergere alcuni riflessioni di merito e nel merito.

Firenze, 10  giugno 2011
I cattolici e l’acqua
di Stefania Fuscagni
Alcuni giorni fa in Piazza Santissima Annunziata si è tenuta una preghiera ed un digiuno promosso da alcuni sacerdoti a sostegno del Sì al referendum sull’acqua. Poche ora fa, in un telegiornale, un prete noto per battaglie politiche ha sostenuto che i cattolici non possono che andare a votare e dire Sì. Mi son detta che, a questo punto, valeva la pena approfondire il tema secondo verità partendo da un concetto evidente per i cristiani: il rispetto della realtà e dell’incarnazione cioè dell’esser presenti alle cose che sono, i cristiani intendono bene il concetto. I punti da enucleare sono tre: che cosa dice la Dottrina Sociale della Chiesa; che cosa dice la norma che si vuol abrogare; che cosa vuol dire, in una competizione referendaria, astenersi. Punto primo: che cosa dice la Dottrina sociale della Chiesa? Nel paragrafo 485 del Compendio si legge: “L’acqua, per la sua stessa natura, non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale. La sua distribuzione rientra, tradizionalmente, fra le responsabilità di enti pubblici, perché l’acqua è stata sempre considerata come un bene pubblico, caratteristica che va mantenuta qualora la gestione venga affidata al settore privato”. In sostanza: il bene rimane pubblico anche se lo gestiscono i privati. Quindi, per la dottrina sociale della Chiesa, la possibilità che i privati gestiscano l’acqua, pur senza averne la proprietà, è prevista e accettata come eventualità tre le altre. Posizione del tutto coincidente, come vediamo, con la norma che si vorrebbe abrogare. Infatti, punto secondo: che cosa dice la norma che si vuol abrogare? Dice con chiarezza che l’acqua è un bene pubblico. Lo è per legge, lo è da sempre, lo è anche in base al decreto Ronchi tanto che espressamente sono e rimangono di proprietà pubblica e collettiva, non solo l’acqua, ma anche gli acquedotti, le fogne ed i depuratori, in una parola tutta la rete idrica con impianti e dotazioni. Il decreto, quindi, non entra nel merito della natura dell’acqua, che è bene pubblico, ma della gestione ritenendo che un bene pubblico possa essere gestito, secondo regole di controllo rafforzate, anche dai privati. In sostanza: si va a gara chi più garantisce il servizio – sia esso soggetto pubblico, privato o misto- quello vince. Al pubblico la possibilità di un controllo vero e autorevole.
Punto terzo: l’astensione. Nei referendum si possono esprimere tre voti: il sì, il no o l’astensione. Prova ne è che in questo tipo di consultazioni c’è il quorum a dimostrazione che l’astensione è una scelta attiva. Detto questo mi pare che si possano trarre le conclusioni: il cattolici non sono “obbligati” né in termini dottrinali né in termini morali a votare e tanto meno a votare sì. Anzi: la dottrina sociale della Chiesa è perfettamente rispettata dalla norma che si vorrebbe abrogare. Non solo: quei cattolici che dicono che sia necessario andare a votare per difendere la natura pubblica dell’acqua dicono una falsità perché non è di questo che si parla e dicendo questo non solo contravvengono alla verità dei fatti, ma anche al principio- tutto cristiano- dell’incarnazione che è il rispetto della realtà delle cose. Così facendo, anche non volendolo, si trasformano in cattivi maestri di cui nessuno, mi pare, abbia bisogno. Io non andrò a votare e così facendo mi sento: “buona cittadina” perché l’istituto del referendum prevede l’astensione; “buona cristiana” perché la norma che difendo è in linea con la dottrina sociale della Chiesa; buon amministratore pubblico perché se vinceranno i Sì il costo e la gestione del servizio saranno peggiori  per i cittadini.

6. RICCHEZZA E POVERTA’

Quante volte ci siamo sentiti dire “denaro sterco del Diavolo”? Quante volte ci siamo sentiti dire “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”? Quante volte il combinato disposto di queste due affermazioni ha reso “evidente” che l’opzione politica di Berlusconi – uomo ricco –  era anti-cattolica? Tante volte direi, anche troppe. Tralasciamo, perché lo riprenderemo in un paragrafo a sé, il problema dell’ossessione anti-berlusconiana che ha “contagiato” anche una parte del mondo cattolico ed entriamo nel vivo del ragionamento.
La domanda è: ma la ricchezza ed il capitalismo sono incompatibili con il cattolicesimo e con le opzioni politiche che del capitalismo danno una interpretazione positiva? Osiamo oltre: il cattolicesimo è “di sinistra”? Oppure ed invece il “capitalismo” ha avuto fin dall’inizio una forte impronta cattolica?
Andiamo per gradi e partiamo da alcune osservazioni “letterali”.
La prima: molti sostengono che kàmelos in greco voglia dire sia “cammello” sia “filo”. La frase della cruna dell’ago, quindi, potrebbe anche essere questa: “entra più speditamente il filo nella cruna dell’ago, che un ricco nel regno dei cieli”. Si capisce bene la differenza perché il filo entra nella cruna (magari con difficoltà e con impegno), il cammello no.
Del resto non è la prima volta che la traduzione, tradisce (basti pensare a quel Padre Nostro che ci fa dire a Dio “non indurci in tentazione” e così, di fatto, ci fa “bestemmiare”). In ogni caso, al di là della Parabola dei Talenti sulla quale torneremo in seguito, e volendo continuare a tradurre kàmelos con “cammello” (ma il dubbio rimane!) nel Vangelo c’è pure scritto “Chiunque lavora è meritevole della sua mercede” (Matteo 10,10) e più esplicito è San Paolo “Chiunque non lavora, neppure mangi”. Chi ha un po’ di dimestichezza con le Sacre Scritture sa che non si va molto lontano se si vogliono tradurre solo con gli occhi della “mondanità”, certo la lettura attenta serve, ma non va assolutizzata.
Nella lettura ci sono indicazioni, precetti, parabole ma l’obiettivo ultimo di queste non è la “politica”, del resto Papa Benedetto nel suo libro su Gesù è ben chiaro nel dire che per fortuna “si è calmata l’onda delle teologie della rivoluzione che, in base ad un Gesù interpretato come uno zelota avevano cercato di legittimare la violenza come mezzo per istaurare un mondo migliore […]” per poi continuare “Gesù nel suo annuncio e nel suo operare aveva inaugurato un regno non politico del Messia”.
Eppure, al di là delle Sacre Scritture, esistono buoni e fondati motivi per sostenere che il cattolicesimo – addirittura il francescanesimo – abbia “fondato” lo spirito capitalistico. Provocazione? Andiamo ai fatti superando la vulgata secondo la quale San Francesco sarebbe il Santo giusto dei no-global (non lo diciamo noi, ma addirittura Toni Negri e Michael Hardt). I fatti ci dicono che la teoria del libero mercato può ben essere attribuita ai primi discepoli di San Francesco.
Veniamo alle fonti. Giovanni Ceccarelli, professore alle Università di Venezia e Padova, ha scoperto proprio questa visione non negativa del gioco d’azzardo secondo l’interpretazione dei teologi francescani tanto che ha pubblicato il testo “Il gioco ed il peccato”. Ceccarelli è discepolo del prof. Todeschini che nel 2002 ha pubblicato il testo “I mercanti ed il tempio” nel quale vengono evidenziate – e argomentate- le fortissime radici teologico-francescane del capitalismo. Non solo: anche Oreste Bazzichi scrive nel suo libro “Alle radici del capitalismo. Medioevo e scienza economica” che se è vero che “l’etica protestante è stata forse un valido motivo di slancio nel capitalismo in quelle nazioni dove maggiormente era diffusa la Riforma, non ha niente a che vedere con la sua origine”. Tutte le “categorie” proprie del capitalismo “dal contratto di affitto alla lettera di scambio, dall’assegno bancario alle tratte e alle cambiali, dalle principali forme e tecniche del credito, all’attività bancaria” risalgono tutte quante agli ultimi quattro secoli del Medioevo. Assodato questo l’imponente edificio teorico di San Tommaso d’Aquino e il successivo tomismo hanno messo in ombra il “ricco patrimonio di idee delle scuola francescana medievale e tardomedievale alla quale spetta una posizione centrale per i suoi contributi – davvero decisivi e autonomi – alla formulazione di concetti quali: utilità sociale della mercatura, remunerazione del prestito, produttività del denaro, giusto prezzo, cambio, sconto”.  Sono i  francescani – e Firenze ne è dimostrazione vivente con Santa Croce- che portano a compimento il progetto di inserire la pullulante e operosa vita cittadina all’interno dell’etica cristiana. Del resto sia Pietro Giovanni Olivi (1248-1298) che Duns Scoto misero a fuoco la bontà di alcune operazione di mercato soprattutto se fruttifere e Alessandro Bonini, meglio conosciuto come Alessandro di Alessandria, successore di Scoto sulla cattedra di Parigi e ministro generale dell’Ordine, sostenne che non solo non è usura il prestito – se è giusto e se specialmente è teso ad un profitto fruttifero-, ma non è usura neppure il cambiavalute. Sulla medesima scia si inseriscono Artesano di Asti, Gerardo Odone, Sant’Antonino da Firenze, San Bernardino da Siena, Leonardo Fiboncacci, Nicola Ormese così che ha senso scrivere che la possente tradizione francescana, unitasi successivamente alla elaborazione dottrinale dei tardo-scolastici e innestatasi poi nel filone illuministico scozzese, ha tracciato la strada che porta fino alla Scuola austriaca di economia che è legata espressamente al pensiero liberale.
Ci sono poi moltissime altre scuole di pensiero che legano filoni diversi del cattolicesimo alla teoria del libero mercato, dell’antropologia “creativa” e quindi del liberalismo.
Uno spazio particolare, poi, andrebbe dedicato al contributo dei cattolici liberali in Italia, ma ciò amplierebbe in maniera impropria questa parte.
In conclusione: che cosa abbiamo voluto dire in queste poche pagine? Sostanzialmente due cose.
La prima: non esiste, se non vogliamo “tirare” per la giacca le Sacre Scritture, una condanna preventiva legata al denaro, né un’assolutizzazione aprioristica della povertà come unica strada alla salvezza (se così fosse, per altro, coloriremo il cattolicesimo con tinte prevalentemente materialistiche). Certo, il messaggio cristiano e cattolico mette in guardia dall’uso improprio della ricchezza e dalla sua “centralità” nella vita dell’uomo, ma non ci sono tracce di una condanna senza appello e qualora anche qualche spunto emergesse in questo senso ci sono “altre” e non meno forti ragioni contrarie.
La seconda: vi sono filoni di pensiero, sia di natura filosofica che teologica, che mostrano una forte sintonia tra cattolicesimo e interpretazione liberale del mercato. Non c’è da parte nostra nessuna volontà di dire che noi, cattolici liberali, siamo depositari della verità o di una interpretazione “ortodossa”, ma neppure altri possono avere, culturalmente, la medesima pretesa.
Diciamo che il liberalismo è una scuola di pensiero che può trovare nel cattolicesimo elementi di sintonia e di armonia convincenti. Per noi è così e – seppure brevemente e senza l’immodestia di voler esaurire una questione aperta da secoli- abbiamo tentato di rimuovere pregiudizi consolidati.

7. SUSSIDIARIETA’ E FEDERALISMO
Abbiamo già approfondito in parte questo tema in una pubblicazione precedente dedicata a “Federalismo e crescita”. Tuttavia, seppure brevemente, qui vogliamo fare il focus circa l’assonanza tra cattolicesimo e sussidiarietà e poi tra sussidiarietà e federalismo.
Vogliamo fare, prima, una breve premessa.
Il federalismo è una categorie politica e amministrativa molto “antica” basti pensare a Cattaneo e allo stesso Sturzo. Tuttavia la ribalta e la centralità della questione federalista ha trovato in Italia nella Lega Nord la sua più contemporanea e forte ragion d’essere. Purtroppo, per responsabilità che non vogliamo qui approfondire e anche per miopie culturali gravi, l’opzione federalista è stata accusata di essere anti-sociale, anti-unitaria e legata ad un approccio- politico e amministrativo – di tipo prevalente  egoistico. Come in tutte le tradizioni politiche anche il federalismo ha avuto, nel tempo, interpreti “sbagliati”, ma alcuni fatti rimangono fermi: il federalismo, quello vero, è legato al concetto di dignità delle particolarità territoriali, di responsabilità individuale e collettiva, di giusto riconoscimento tra il “dare e l’avere” nel rispetto solidaristico che lega le parti. Il federalismo quindi non è antiunitario né antisolidale, è solo una risposta – per molti di noi la più opportuna- per esprimere al massimo le tante caratteristiche di un’Italia che è una ed indivisibile nel riconoscimento delle sue diversità.
C’è uno strettissimo nesso tra il concetto di sussidiarietà, intesa come modus operandi che dà al soggetto più prossimo l’autonomia di muoversi in autonomia fin dove arriva, e il federalismo come assetto politico e amministrativo.
Poiché la sussidiarietà è un concetto caro al mondo cattolico, specialmente ma non solo di matrice sturziana, legato al termine di “poliarchia” (termine rivisitato da De Rita di recente) esso trova una forte relazione con la teoria federalista.
Qui di seguito, al fine di attingere direttamente dai testi di Dario Antiseri e Flavio Felice, proponiamo due contributi che, a nostro giudizio, servono a far chiarezza circa la stretta relazione tra sussidiarietà e cattolicesimo e tra cattolicesimo e federalismo.
Prolusione del Professor Dario Antiseri su “Mercato, sussidiarietà, Europa nella tradizione del cattolicesimo liberale”
Le ragioni della libertà
«Nel campo di coloro che cercano la verità non esiste nessuna autorità umana; e chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli dèi». E’ questo il messaggio epistemologico di Albert Einstein; lo stesso di quello di Karl Popper: «Tutta la nostra conoscenza rimane fallibile, congetturale […] La scienza è fallibile perché la scienza è umana». E ancora: evitare l’errore – ammonisce Popper – è un ideale meschino; se ci confrontiamo con problemi difficili, è facile che sbaglieremo; l’importante – e la cosa più tipicamente umana – è apprendere dai nostri errori. L’errore individuato ed eliminato costituisce il debole segnale rosso che ci permette di venire fuori dalla caverna della nostra ignoranza.
Ebbene, il fallibilismo epistemologico – vale a dire la consapevolezza che le nostre conoscenze sono e restanto smentibili – è il primo fondamentale presupposto del pensiero liberale. Nessuno può presumere di essere in possesso di una verità razionale da imporre agli altri. Razionalmente possiamo soltanto collaborare – attraverso la critica alle teorie vigenti e le proposte alternative ad esse – per il conseguimento di teorie sempre migliori. L’atteggiamento del liberale – scrive Popper – è quello di chi è disposto ad ammettere: «io posso avere torto e tu puoi avere ragione, ma per mezzo di uno sforzo comune possiamo avvicinarci alla verità». Razionale non è il medico che, per salvare la diagnosi, uccide il paziente; razionale è il medico che, per salvare il paziente, uccide – cioè falsifica – elimina le diagnosi una dopo l’altra, finché arriva – se ci riesce – a quella giusta. In breve: liberi perché fallibili.  Il liberale consapevole della propria e dell’altrui fallibilità, sa anche – seguendo Hayek – che le conoscenze, specie le conoscenze di situazioni particolari di tempo e di luogo, le conoscenze «all’istante», sono disperse, diffuse tra milioni e milioni di uomini – e questo, mentre impone di decentrare le decisioni, rende impraticabile la pianificazione economica centralizzata, la quale dovrà condurre necessariamente al disastro economico e all’oppressione politica non potendo, per altro verso, utilizzare il «calcolo economico» funzionante in un’economia libera con i prezzi di mercato quale sistema ottimo di raccolta delle informazioni.  Consapevole della propria e dell’altrui fallibilità e della propria e dell’altrui ignoranza, il liberale sa che il mondo dei valori – per usare un’espressione di Max Weber – è un mondo politeista; sa che le visioni del mondo filosofiche o religiose possono venir proposte e testimoniate, e mai imposte. Da qui la società aperta – che è aperta a più visioni del mondo religiose o filosofiche, a più valori, a più proposte di soluzione dei problemi concreti, alla maggior quantità di critica. La società aperta è chiusa solo agli intolleranti.  «Il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente» – è questo l’ammonimento di Lord Acton. E il liberale, reso edotto dall’esperienza, sa appunto, che del potere presto o tardi si abusa. Di conseguenza, il liberale non si chiede chi deve comandare?, quanto piuttosto come controllare chi comanda? – questo vogliono sapere uomini fallibili che costruiscono, perfezionano e proteggono le istituzioni democratiche, pensate per poter convivere (nella continua proposta di alternative, nella critica e nel dissenso) con altri uomini fallibili portatori di ideali diversi e magari contrastanti. Ma non dobbiamo dimenticare che le istituzioni sono come le fortezze: resistono se è buona la guarnigione. E poiché non esistono metodi infallibili per evitare la tirannide, il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza.  Il liberale sa che la competizione è la più alta forma di collaborazione. La scienza progredisce tramite la più severa competizione tra idee; la democrazia è competizione tra proposte politiche tese alla soluzione di problemi; la libera economia è competizione di merci e servizi sul mercato. Competizione da cum-petere, che vuol dire cercare insieme, in modo agonistico, la soluzione migliore. La competizione è una macchina di esplorazione dell’ignoto; arricchisce il mondo di idee, beni, servizi – e di nuovi problemi; è strumento di solidarietà poiché viene incontro ai consumatori: consente l’appagamento delle loro preferenze al costo più basso. Hayek: «Così come per la sfera intellettuale, anche in quella materiale la concorrenza è il mezzo più efficace per scoprire il modo migliore di raggiungere i fini umani. Solo là dove sia possibile sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose si otterrà una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle più efficaci tra queste, un miglioramento costante».
· E va da sé che chi aborre la competizione, deve avere chiaro il suo rapido ritorno alla vita della tribù o all’interno della caverna. La competizione, infatti, è il terrore di tutti i conservatori – conservatori di destra, di centro e di sinistra. Ha scritto von Hayek, nel saggio Perché non sono un conservatore, che «uno dei tratti fondamentali dell’atteggiamento conservatore è il timore del cambiamento». Ostile ai cambiamenti, il conservatore avverte d’istinto che sono le nuove idee a provocare siffatti cambiamenti, e di conseguenza le avversa. «Diversamente dal liberalismo, caratterizzato dalla fondamentale credenza nel potere a lungo termine delle idee, il conservatorismo è vincolato dal bagaglio di idee ereditate in un dato momento».
· Il liberale non cade nella tentazione di dare sostanza ai concetti collettivi, quali “stato”, “classe”, “partito”, “rivoluzione” e così via. Non reifica questi concetti, non li fa insomma diventare cose, entità autonome e indipendenti dagli individui. «Sono gli uomini che esistono […]; ma ciò che non esiste – scrive Popper – è la società. La gente crede invece alla sua esistenza e di conseguenza dà la colpa di tutto alla società o all’ordine sociale». Ecco, egli conclude, «uno dei peggiori errori è credere che una cosa astratta sia concreta. Si tratta della peggiore ideologia». E, con Popper, don Luigi Sturzo: «Contro gli organicisti di tutti i tempi, che fanno degli organismi sociali delle entità per sé stanti, io sostengo che la società in concreto è la coesistenza degli individui cooperanti coscientemente per un fine comune, e che né la società né le sue istituzioni o i suoi organi sono un quid tertium, una ipostasi vivente, una realtà distinta dalla realtà degli individui associati ed operanti ad un fine comune […] Chi agisce e chi patisce sono gli individui associati».  Contro gli statalisti e contro i monopolisti, il liberale è liberista – difende cioè l’economia di mercato – perché questa in primo luogo, genera il maggior benessere per il maggior numero di persone e, sostanzialmente, per tutti. Ma ci sono altre e più importanti ragioni per cui va difesa l’economia di mercato. L’economia di mercato vuol dire, prima di ogni altra cosa, proprietà privata dei mezzi di produzione. Ed è esattamente la proprietà privata dei mezzi di produzione a garantire, nel modo più sicuro, le libertà politiche e i diritti individuali. Difatti, come ha scritto Hayek, «chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini». Ed uno Stato, dove non esiste la proprietà privata, è uno Stato in cui sono automaticamente cancellate tutte le libertà fondamentali. Ci ricordano Mises ed Hayek: a che vale scrivere su di un pezzo di carta che c’è libertà di stampa, quando tutte le cartiere e tutte le tipografie appartengono allo Stato, cioè al gruppo che detiene il potere? Non è forse un inganno – come di fatto lo è stato – stabilire su di una Carta costituzionale che è garantita la libertà di riunione, se poi tutti i locali, comprese le chiese, appartengono allo Stato? La verità è che: economia di mercato e stato di diritto vivono e muoiono insieme.  Il liberale sa che l’economia di mercato presuppone e genera valori. L’economia di mercato genera il più ampio benessere. Sta a fondamento delle libertà politiche. Esige la pace interna ed esterna, poiché altrimenti si distruggerebbe la condizione minimale che rende possibile la cooperazione in regime di divisione del lavoro. A nessuno è lecito scambiare il “profitto” con il “saccheggio”. Commercium et pax era scritto sul porto di Amsterdam. Ludwig von Mises afferma che «la pace è la teoria sociale del liberalismo». E, prima di lui, Fédéric Bastiat: «Se su di un confine non passano le merci, vi passeranno i cannoni». Insomma: la libertà economica, vale a dire la «logica di mercato», genera la più ampia prosperità; è inscindibilmente connessa alle libertà politiche; esige la pace. E pone al centro della umana comunità una persona libera, creativa, responsabile. L’economia di mercato è democrazia economica: libero l’imprenditore, sovrano il consumatore. La figura dell’imprenditore, dell’innovatore che crea ricchezza e posti di lavoro, ha attraversato il deserto dell’impopolarità e dell’odio. Tutta una mitologia ideologica ha visto nella competizione una giungla, nel profitto un furto, nell’imprenditore un ladro. Come sottolineato da Joseph Schumpeter, tra il migliore imprenditore e il più spietato feudatario, gli storici ci dicono che è quest’ultimo che è riuscito «non solo a impressionare di più ma anche ad essere amato». Sennonché, ai nostri giorni – soprattutto dopo il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dall’Unione Sovietica – i meriti dell’imprenditore vengono sempre più ampiamente riconosciuti nella motivata metamorfosi dall’idea del “padrone sfruttatore” nell’idea del “costruttore di pubblico benessere”». E in una situazione del genere vale per l’imprenditore il consiglio che più di settanta anni fa Schumpeter dava agli imprenditori tedeschi, nel senso che ogni imprenditore deve imparare che «non basta aumentare realmente il livello dei salari grazie al suo impegno produttivo, ma occorre anche che la gente gli creda, creda cioè al fatto che egli lavora per essa anche quando apparentemente lavora per se stesso». Tutto ciò per dire che «qualsiasi interesse, se vuole imporsi, deve sapere reclutare».
E se è ben vero che non sempre e non tutti gli imprenditori sono accorti, abili, ingegnosi e desiderosi di critiche e che le società che hanno abbracciato l’economia di mercato non sono il paradiso, è altrettanto vero – per dirla con Michael Novak – che «la strada che più e meglio conduce i popoli al benessere, elevandone maggiormente il tenore generale di vita, non è il sistema economico socialistico ma quello capitalistico». John Stuart Mill: «Se la concorrenza ha i suoi difetti, essa previene pure mali peggiori».
· Da autentico e consapevole riformista il liberale è, per dirla con Antonio Rosmini, un antiperfettista. Sa che non esiste nessun metodo razionale per decidere quale sia la società perfetta: la società (presunta) perfetta è la negazione della società aperta. E l’antiperfettista ripete con Paul Claudel che «chi cerca di realizzare per gli altri il paradiso in terra, sta in effetti preparando per loro un molto rispettabile inferno». In realtà, in ogni utopista si nasconde un capitano di ventura. Conseguentemente, il liberale rifiuta il costruttivismo – di stampo illuministico, prodotto di «una irragionevole Età della Ragione -, vale a dire la concezione secondo cui tutte le istituzioni e tutti gli eventi sociali sarebbero risultati di piani intenzionali, di espliciti progetti voluti e realizzati. Difensore della famiglia, attento alle formazioni o corpi intermedi, il liberale propone una teoria evolutiva delle istituzioni, le più importanti delle quali (linguaggio, moneta, diritto, ecc.) egli vede quali esiti inintenzionali di azioni umane intenzionali volte ad altri scopi. Ammonendo lo scienziato sociale a non togliere mai lo sguardo dall’emergenza di conseguenze inintenzionali di progetti intenzionali, il liberale respinge la teoria cospiratoria della società stando alla quale tutti i fatti incresciosi ed eventi sociali negativi sarebbero esiti di progetti o congiure architettate da uomini malvagi – e la respinge esattamente per la ragione che l’inevitabile insorgenza di conseguenze inintenzionali di azioni umane intenzionali fa capire che possono esistere cause senza colpe e riuscite senza merito.   «Non esiste un uomo che sia più importante di un altro uomo» – è questo il primo e fondamentale principio di uguaglianza del liberalismo. Uguali in dignità, gli uomini, nella società aperta, sono uguali davanti alla legge. E una terza uguaglianza è quella riguardante l’uguaglianza delle opportunità. Gli esiti saranno sempre diversi, la riuscita o meno di un progetto di vita dipenderà dai tanti fattori (l’impegno, gli incontri, le occasioni, la salute, la fortuna, e così via) – ma le possibilità di una riuscita vanno garantite. La dottrina liberale dà onore al merito e combatte i privilegi. L’uguaglianza delle opportunità è uguaglianza «liberale»; l’uguaglianza degli esiti è uguaglianza «socialista» – è la via della miseria e delle più oppressive disuguaglianze, la via della schiavitù.
Scriveva Luigi Einaudi – a proposito dell’uguaglianza davanti alla legge – (Si veda il suo Memorandum, risalente ai mesi a cavallo tra la fine del 1942 e la primavera del 1943): «Corti e tribunali speciali, giudici di eccezione non devono esistere. Il solo magistrato ordinario, differenziato eventualmente per competenza, deve giudicare. E deve essere indipendente. Nominato dal re, giudicante in nome del re, ma indipendente dal re, dal potere esecutivo e da quello legislativo. Un paese nel quale i giudici non siano e non si sentano davvero indipendenti, i quali non siano chiamati a giudicare in nome della pura giustizia, se occorre, anche contro le pretese dello stato è un paese senza legge, pronto a piegare il capo dinanzi al demagogo primo venuto, al tiranno, al nemico. Il presidio maggiore della libertà dei cittadini in Inghilterra è l’indipendenza della magistratura. La celebre risposta del mugnaio di Sans-Souci a Federico II, il quale voleva le sue terre: ci sono dei giudici a Berlino! E’ la prova che quella prussiana era una società sana; e la sua resistenza a Napoleone ne fu la prova».

I cattolici e il federalismo. Un patrimonio d’idee inedito
Flavio Felice – 05/10/2010
Il dibattito attuale sul federalismo merita un cenno sull’importante contributo che il pensiero sociale cattolico ha fornito all’elaborazione di una teoria federale dello Stato. In particolare, Luigi Sturzo, circa un secolo fa, sosteneva la tesi di una maggiore diversificazione delle policy in grado di evidenziare le peculiarità locali e di ottimizzare la loro capacità economico-produttiva. Per il grande pensatore cattolico, il federalismo rappresentava una risposta alla questione meridionale. Vediamo perché.
Il meridionalismo ed il federalismo di Sturzo si comprendono solo a partire dalla sua teoria organica della società e del ruolo determinante dei corpi intermedi. In tutti i suoi interventi, compreso il noto discorso di Napoli del 1923, Sturzo inserisce la questione meridionale nella più ampia questione nazionale, dove accanto ad “un’area del Nord caratterizzata dall’espansione dell’industria manifatturiera e con un diffuso proletariato di fabbrica”, intravedeva l’esigenza di operare per un Sud “con un’agricoltura potenziata e legata a un’industria di trasformazione”. Perché ciò potesse avvenire, Sturzo intendeva rompere il latifondo, iniziare una incisiva politica di privatizzazioni della terra mediante l’organizzazione del credito agricolo, delle associazioni contadine, dell’autogoverno locale, delle industrie del settore agricolo e di quelle impegnate nelle bonifiche. Si tratta di interventi che agiscono come incentivi all’economia che nella prospettiva sturziana avrebbero dovuto sottrarre il Mezzogiorno dal rischio di un’urbanizzazione “industrialista” e avrebbero contribuito a rivitalizzare le zone interne, tradizionalmente più depresse rispetto alle zone costiere. In breve, Sturzo propendeva per una agricoltura industrializzata, in grado di far nascere una tanto nuova quanto qualitativamente inedita borghesia meridionale, non protetta paternalisticamente, sul modello del fascismo, bensì vitale e attiva nella lotta sociale e legata alle sorti della democrazia.
In definita, era opinione di Sturzo che la risoluzione di parte dei problemi della nostra economia nazionale sarebbe dovuta passare per la soluzione della questione meridionale e quest’ultima, a sua volta, avrebbe dovuto interessare una radicale evoluzione dello stato verso un federalismo efficiente capace di creare sviluppo economico e coesione sociale su tutto il territorio. È in un articolo del 1901, intitolato “Nord e Sud. Decentramento e federalismo” che Sturzo interverrà con forza sul tema, ancorandolo ad una proposta di riforma federalista dello stato italiano. Per Sturzo, la vocazione dello stato italiano era inevitabilmente federalista, un federalismo costruito su base municipalista e regionalista: “un sobrio decentramento regionale amministrativo e finanziario e una federazione delle varie regioni, che lasci intatta l’unità del regime”.
Con grande lungimiranza Sturzo, sin dai primi anni del ‘900 fino al suo rientro dall’esilio, continuò a sostenere l’esigenza di non rappresentare il Mezzogiorno come un’area esclusivamente agricola, dove l’industria assume i connotati di settore meramente complementare e che, di conseguenza, nessuno sviluppo economico nazionale si sarebbe potuto realizzare se prima non si fosse affrontato il nodo della “questione meridionale”, un’area storicamente depressa sotto il profilo industriale. A questo punto, egli intravide le tre condizioni per una rinascita del Mezzogiorno:
·      promuovere una politica di liberalizzazioni. L’ingerenza statale nell’industria avrebbe creato una situazione insostenibile, definibile in questi termini: “monopolio della grande industria che vive da parassita sulla nazione” e “paralisi industriale nelle regioni meno favorite dalla centralizzazione economica”.
·      Dare maggiore consistenza economica alle regioni e procedere verso una progressiva articolazione federale dello stato, in modo che “le giunte regionali concorrano con il governo centrale a ristabilire il necessario equilibrio economico fiscale già alterato a danno del Mezzogiorno”.
·      Educare allo spirito d’iniziativa e d’imprenditorialità, affinché il Mezzogiorno sia restituito ai meridionali e siano loro gli attori del suo risorgimento.

Sturzo scrive: “quando parlo di industrializzazione, non intendo dire che sorga qui una fattoria, lì un’officina, come segni sporadici di piccole iniziative locali, che vivono spesso una vita stentata e non reggono alla concorrenza di impianti più vasti e meglio attrezzati”. In breve, Sturzo non contemplava l’idea di industrie pesanti piovute dall’alto, da un centro culturalmente ottuso, che non è nelle condizioni di accertarsi circa la vocazione storica e naturale del territorio. Sturzo pensava ad industrie sorrette dallo spirito d’iniziative e nutrite dalla cultura del rischio: “il rischio che educa”, un ragionevole rischio che responsabilizzi e che orienti le attività imprenditoriali nella direzione strategica tale da mettere le imprese nelle condizioni di inserirsi in un contesto economico omogeneo ed in una filiera produttiva coerente con l’agricoltura e con il commercio.
Oggi i cattolici possono contare, oltre che sul Magistero sociale della Chiesa, su un patrimonio di idee e di proposte politiche in gran parte ancora inedito. A differenza di alcune copie scarsamente conformi, il federalismo, il liberalismo ed il meridionalismo di Sturzo e della tradizione del popolarismo sono funzione dello sviluppo economico dell’intera nazione ed appaiono come parti integranti di una politica industriale e sociale che diffida delle soluzione centralistiche, dei piani ciclopici, dell’uniformità legislativa e fiscale, mentre si mostra in sintonia con una visione del progresso economico e sociale coerente con la moderna Dottrina sociale della Chiesa ed incentrata sui corpi intermedi, sui piccoli plotoni, sui mondi vitali, nel rispetto dei principi di sussidiarietà e di poliarchia.

Chi scrive pensa – e crediamo a ragion veduta- che pochi meglio di Antiseri e Felice possano dare fondamento a questo tipo di impostazione con argomentazioni chiare e distinte.
Per questo motivo abbiamo ritenuto di “utilizzare” questi due testi al fine di dare conto di una precisa impostazione di pensiero che vede nel federalismo una trascrizione armonica della sussidiarietà e nella sussidiarietà un patrimonio culturale legato, se non indissolubilmente certo in termini del tutto naturali, al pensiero cattolico.
Qui, come altrove in questo lavoro, non vogliamo dire che solo questa visione rappresenti l’ortodossia, la verità e l’unica strada per i cattolici impegnati in politica, ma ci sentiamo comunque pienamente inseriti nel solco del cattolicesimo e forti di una visione culturalmente  argomentata quando nelle nostre scelte “pubbliche” abbiamo sostenuto la “rivoluzione federale” dell’Italia di domani.

IL POPOLO DELLA LIBERTA’ SÌ E PERCHÉ.
Una premessa  è d’obbligo: negli anni e progressivamente l’antiberlusconismo è diventata una categoria dominante della politica italiana fino ad assorbire ogni altro criterio di dialettica propriamente politica. Ciò chiaramente non per colpa dei giornali che hanno ospitato intercettazioni legate alla vita privata di Silvio Berlusconi e neanche per l’iperbolico interesse di una magistratura “stressata” da un protagonismo di surroga della politica partitica, ma sostanzialmente per uno svuotamento progressivo di una sinistra che ha fatto del moralismo uno strumento politico non riuscendo a vincere con il voto l’avversario (sul fronte dei contenuti). In questo senso Berlusconi ha rappresentato un’anomalia nell’Italia del dopo tangentopoli riuscendo a convogliare, attraverso la sua persona, un voto di opinione lontano dai partiti, ma disposto a ritrovarsi insieme in un unico grande partito. Per questo la sinistra ha pensato che la sua persona dovesse essere azzerata. Per molti di noi, cattolici e non, questa anomalia è parsa nel tempo al contrario una necessitata opportunità.
In quegli anni ci eravamo trovati orfani di una proposta politica che fosse capace di superare lo choc per la fine traumatica e “giudiziaria” della DC, del PSI, del PLI e del PRI. A questo choc alcuni di noi diedero inizialmente una risposta “identitaria” scegliendo il PPI di Martinazzoli e poi, per poco, il CDU di Buttiglione o il CCD di Casini. Fu evidente però quasi fin da subito che Forza Italia si stava sempre più dirigendo verso la tradizione del popolarismo europeo che, a sua volta e secondo noi opportunamente, stava in quegli anni allargando le braccia alla tradizione conservatrice europea pur mantenendosi saldamente nel solco dei democratici cristiani. Evoluzioni, non analoghe, ma non di meno significative le stava facendo la destra italiana che, con la svolta di Fiuggi e le tesi di Verona, si lasciò alle spalle aspetti del tutto incompatibili con la storia repubblicana e liberale del nostro Paese.
Quando nel 1999 l’allora Movimento per l’Europa Popolare chiese a tutti i partiti italiani afferenti al PPE di unirsi in una sola lista, solo Forza Italia si dimostrò aperta all’ipotesi e di fatto già in quel tempo Forza Italia entrò a far parte della famiglia popolare europea diventando uno dei Gruppi più numerosi d’Europa. Sarebbe stato logico, se non addirittura necessario, mettere insieme in Italia tutti coloro che in Europa già erano insieme per poter rafforzare l’idea di un centro forte alternativo alla sinistra. Questo schema non funzionò per due ragioni: una parte di centristi furono “rapiti” dal sogno dell’Ulivo mondiale che serviva certo alla sinistra italiana per ridarsi un volto (tralasciando l’anima!) dopo la caduta del Muro, ma assai meno all’Italia e agli ormai ex democristiani; un’altra parte di centristi che pure non andarono mai a sinistra non capirono che Forza Italia – grazie al consenso popolare – rappresentava non un soggetto usurpatore, ma semmai un soggetto motore di tutta un’area che poteva ricomporsi. Molti di noi – e siamo alle soglie del 2001 – rassicurati e convinti dal percorso intrapreso da FI e al tempo stesso piuttosto scoraggiati dalle battaglie dei “piccoli” che sembrano terrorizzati dal diventare grandi, decisero che la grande casa dei popolari in Italia poteva essere costruita solo a partire da Forza Italia.
Forza Italia, come creatura berlusconiana, rappresentò la speranza concreta; tanto è vero che il PDL, cioè la fusione con alcuni soggetti centristi ed in particolare con AN (che aveva  portato a compimento il tragitto avviato nel 1993) voluta da Berlusconi nel periodo di massimo splendore per Forza Italia, dimostra proprio il cammino coerente verso l’aggregazione ampia di una grande formazione liberale e popolare alternativa alla sinistra. In questo schema è logica anche l’alleanza con la Lega Nord (messa tra parentesi solo a seguito dello “scossone” Monti) che nel tempo ha dimostrato – al di là della retorica – la volontà e la capacità di essere parte attiva del governo del territorio.
Riteniamo che tutti questi sommovimenti propedeutici ed irrinunciabili per dare anche all’Italia una prospettiva popolare e liberale legata alle espressioni territoriali – quindi federalista – e lontana dalla moltiplicazione di piccoli partiti, non ci sarebbero stati senza l’intervento di Silvio Berlusconi. Oggi la prospettiva di costruire soggetti politici capaci di aggregare per dare risposte programmatiche vere e forti rimane ancora validissima  e crediamo necessaria. A fronte di tutte queste considerazioni rimane il dato storico di un Berlusconi vero e autentico innovatore.
Non solo: se oggi abbiamo una parvenza, certamente ancora da portare a maturazione, di un bipolarismo fondato sul concetto – elementare in tutto il mondo democratico ma ancora non sempre acclarato in Italia – che si vince le elezioni designando un premier e un programma, lo dobbiamo alla “rivoluzione di Berlusconi”. Qualcuno potrà dire che nel frattempo gli elettori hanno perduto il loro rapporto con gli eletti e che la politica così si è spettacolarizzata e che questo combinato disposto sia un male. Può essere, ma allora curiamo il male ma non neghiamo la bontà dell’impulso iniziale. Anche per questo bipolarismo in fieri pensiamo di dover essere  grati a Berlusconi.
Fin qui poco c’entra l’esser cattolici, queste considerazioni le possono condividere tutti quelli che si sono uniti al percorso fatto da FI – e crediamo anche AN – prima e dal PDL poi.
Crediamo, in aggiunta a tutto ciò,  che l’intuizione di Berlusconi abbia permesso di costruire, in Italia, una proposta politica che fosse laicamente capace di portare al centro del dibattito i valori cattolici in “carne ed ossa” e che camminano con le gambe e ragionano con la testa di ogni singolo elettore.  Valori centrali ma non dietro lo “scudo” di un partito unico, ma nella vitalità dei singoli cattolici. Berlusconi, con FI e il PDL, ha permesso che il dinamismo del mondo cattolico, non più obbligato a vincoli pregressi, potesse esprimersi al massimo e dunque creare la propulsione dei cattolici che si sono potuti liberamente “incontrare” con gli atei devoti o i socialisti liberali in base all’adesione ai valori non negoziabili. Non ricostruendo gli argini del partito unico dei cattolici, ma aprendo le frontiere di un unico partito a chi condividesse alcuni valori ha raggiunto due risultati: ha “liberato” i cattolici da un’opzione prevalente; ha permesso ai non cattolici, che però condividono valori comuni con i cattolici, di essere svincolati – volendo unirsi – da una scelta vagamente confessionale e quindi proibitiva. Ciò in concreto ha significato raggiungere in pochi anni più risultati di quanto non avessimo raggiunto con il partito unico dei cattolici: penso, per esempio, alle questioni legate alla scuola libera così come alla possibilità della Chiesa di parlare con la voce dei propri prelati senza usare come portavoce i politici “vicini” che certo esprimono la loro visione in linea con la Chiesa, ma lo fanno da laici cattolici e non più “in luogo di”.
Ciò non vuol dire non riconoscere la grandezza della DC specialmente nel primo dopo guerra, ma solo storicizzarla. A chi scrive pare che queste cose rappresentino fattori positivi per i cattolici in politica.
Chiudiamo con una riflessione sulla categoria dell’ “antiberlusconismo”. Crediamo che la sinistra italiana, spiazzata dalla sconfitta storica del proprio retroterra culturale-politico ed economico, abbia teorizzato (chissà se anche pianificato) di raccogliere elettoralmente i frutti del dopo tangentopoli essendo rimasta, “miracolosamente”, quasi indenne. L’irruzione berlusconiana ha “scombussolato” i piani e poi, come sia finita, è storia. Il combinato disposto di un trauma – il fallimento del socialismo reale – e di uno choc – la scesa in campo di Berlusconi – ha come anestetizzato gli anticorpi della sinistra congelandone la dimensione speculativa (quella cattolica compresa) tale da fare di Berlusconi e del berlusconismo in salsa negativa l’unica ragione di vita. L’avversione, del tutto comprensibile e naturale, alla politica di Berlusconi si è trasformata nell’isteria ossessiva verso la persona Berlusconi tale che, da ultimo, solo le presunte vicende personali portate allo stremo comunicativo hanno determinato uno stop alla sua esperienza di governo.
Chi scrive pensa che, il Berlusconi uomo politico, che lo si apprezzi o che lo si disprezzi, debba essere ricollocato nella sua propria categoria che è appunto quella delle politica. In questo senso pensiamo che il realismo dei cattolici, al di là dell’adesione alle scelte “berlusconiane”, possa rappresentare un contributo di chiarezza ormai non più procrastinabile. Una chiarezza che certo serve al centro-destra, ma che pensiamo alla fine serva ancora più al centro-sinistra. Di sicuro, osiamo dire, serve all’Italia.

DUE PARABOLE “POLITICHE”:  I TALENTI ED IL BUON SAMARITANO

Qui di seguito alcune considerazioni maturate nel dialogo con dei giovani aventi ad oggetto due parabole che, senza pretesa intellettuale alcuna, possono ben fondare e sostenere chi, come noi, ritiene che l’abbraccio tra il cattolicesimo ed il liberalismo sia stato e sia buono oltre che validissimo.
Durante quegli incontri tentammo una “laica” esegesi per dare ragione e sostegno alla tesi secondo la quale esiste una via al liberalismo e al personalismo responsabile – non collettivistico  né socialisteggiante – riscontrabile in due tra le più note e belle parabole. Qui di seguito alcuni spunti emersi in quelle occasioni di dialogo alla “ricerca” dei fondamenti

LA PARABOLA DEI TALENTI
“Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto. Venuto, infine, colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglieteli dunque il talento, e datelo a chi ha dieci talenti. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre: là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25,14-30; cfr. Lc 19,12-27)”.
Ho riportato la parabola perché credo che, come tutte le parabole, si presti a numerose interpretazioni. Una di queste è certo quella di rispondere al rapporto tra “cattolicesimo”, “imprenditorialità” e “ricchezza” in maniera diversa rispetto a letture pauperistiche o legate al concetto di ricchezza come “sterco” del Diavolo.
In una conferenza tenutasi all’Università di Napoli nel febbraio del 2009 dedicata a “Cristianesimo e libero mercato. La vocazione imprenditoriale” si è messo in luce, come in altre occasioni è stato fatto, che questa parabola ci permette di aprire una riflessione sul rapporto di imprenditorialità nel pensiero cristiano.
Ci preme una premessa. Questa parabola è tra quelle escatologiche, cioè legate al ragionare sui fini ultimi. Il “Padrone” che va via e non si conosce “né il giorno né l’ora” in cui tornerà, è Dio; i “talenti” non sono solo cose concrete, ma sono i doni che Dio dà a partire dalla vita che deve essere “capitalizzata” e messa a frutto; l’impegno a far crescere questi doni e dedicare loro tempo è la dimensione della fede e del coltivare e ricercare la “Grazia”. Tuttavia il cattolico nella sua incarnazione non può non dare una interpretazione anche “terrena” al messaggio scritto.
E’ il messaggio “mondano” e “terreno” sul quale ci deve interrogare e magari confrontare, visto che su quello escatologico, di certo, tutti i cattolici non possono che concordare.
Veniamo quindi alla dimensione “mondana”.
E’ convinzione di chi scrive che quanti considerano la vocazione all’impresa come un male necessario, che vedono il profitto con dichiarata inimicizia, che sviluppano la teoria pienamente pauperista come espressione fedele del messaggio cattolico dovrebbero – e pensiamo  ben potrebbero –  valorizzare e  tenere in piena considerazione il fatto che le Scritture concedono ampie opportunità alla dimensione imprenditoriale intesa non solo come elemento “economico” ma come predisposizione comportamentale.  Con riferimento al mondo materiale la parabola di Matteo, è una storia sul capitale, sugli investimenti, sull’impresa, sul denaro, sul rapporto che si può e deve avere con la materialità che qui viene “maneggiata” con coraggio e abilità.
Questa parabola crediamo possa essere, senza strumentalizzazioni, una risposta chiara a quanti sostengono che il successo negli affari sia incompatibile ed estraneo  con il vivere cristiano.
In questa parabola, la parola talento ha un doppio significato. E’ certo una unità monetaria diffusissima ai tempi di Gesù, forse la più diffusa. Il talento ha però anche una dimensione “interiore” non misurabile. Concentriamoci sulla prima definizione, quella “letteraria” ovviamente senza avere la pretesa di costruire da questa parabola un’etica del capitalismo.
Se facessimo ciò significherebbe commettere un enorme errore di tipo esegetico come, ci permettiamo di dire, hanno fatto i cosiddetti teologi della liberazione.
E’ innegabile, però, che un richiamo pratico e incarnato nella vita di tutti i giorni da questa parabola viene.
Riassumiamo in breve il testo: un padrone prima di partire lascia dei talenti, cioè del denaro a tre dei suoi servi. Due di questi investono il denaro e ciò significa che prima ci pensano, poi scelgono come investire e una volta razionalizzato il tutto rischiano ed investono di testa loro senza che il padrone abbia dato loro un “sì”.
C’è la scommessa, c’è il rischio, c’è l’azzardo, c’è il coraggio, c’è l’abilità e alla fine c’è un profitto ma il profitto è l’ultimo tassello di un modo di essere.
A fronte di questi due schiavi che hanno un preciso atteggiamento, il terzo schiavo fa una “buca” nel terreno e vi nasconde il denaro. Certo, così protegge quel denaro, non lo mette a repentaglio, si perita di poter ridare indietro tanto quanto aveva ricevuto anche perché a lui nessuno aveva detto di fare nulla di più. Al terzo schiavo sembra di essere un buon custode perché lui nulla fa di ciò che potrebbe, perché a lui nulla ha chiesto nulla e quindi non fa niente di più né niente ma neppure di meno.
Perché quindi al suo ritorno il padrone valorizza i due schiavi e non il terzo? In fondo, sulla carta, il terzo è quello davvero “fedele” al compito ricevuto: conservare il denaro. Però se andiamo al cuore della questione non possiamo negare un fatto e cioè che se il padrone avesse voluto semplicemente conservare questo denaro lo avrebbe potuto ben seppellire da solo. Anzi, così facendo non si sarebbe esposto al rischio di interporre tra sé ed il suo denaro altri che quel denaro lo avrebbero potuto anche rubare o investire male. Perché il padrone non nasconde da solo i soldi? Probabilmente perché si fidava dei suoi schiavi (ed in effetti all’atto pratico nessuno dei tre ha tradito), ma oltre che fidarsi si è affidato perché ha dato loro il peso della scelta, li ha messi al suo “pari”. Allora la domanda è: come hanno gestito i tre schiavi la fiducia avuta? Tutti e tre bene. Ma come hanno gestito i tre schiavi la categoria dell’affidarsi? I primi due molto bene, si sono fatti carico di fare con i soldi del padrone ciò che avrebbero fatto con i loro soldi e anzi di più perché hanno scommesso sulla carta senza avere l’ordine di farlo ma sentendo che al padrone andava risposto con l’attenzione.
Il terzo schiavo no. Lui ha solo fatto un atto di mantenimento dell’esistente. In lui non c’è impegno, non c’è volontà, non c’è compartecipazione, non c’è interesse. C’è solo il bisogno di rispondere ad un ordine.
Insomma: i primi due schiavi si sono comportati come il padrone avrebbe fatto per sé; perché i tempi morti sono un male per il denaro il cui problema non è solo non esser perduto, ma è farlo fruttare visto che c’è ed è  esso stesso manifestazione di un precedente interesse, lavoro, impegno. Il padrone si aspetta che i suoi servi, a cui ha dato fiducia tanto da tenerli in considerazione come suoi “pari”, si comportino nel suo interesse e non nel loro che alla fine è non perdere i soldi.
Il rapporto con il denaro è quindi positivo, il “maneggiarlo” è buona cosa, il farlo fruttare è naturale e anzi doveroso.
Se il padrone però è Dio- e ci sono ragionevoli motivi per pensare che possa esserlo-  allora la questione si complica perché i talenti sono di doni che abbiamo avuto, sono gli atti di generosità (materiali ed immateriali)  che ci sono stati dati.
“Risulta dunque chiaro che gli uomini devono dedicarsi alle opportunità di cambiamento, di sviluppo e di investimento. Inoltre, in quanto creati ad immagine di Dio e dotati di ragione e libera volontà, gli uomini devono includere una dimensione creativa nelle loro azioni. Pertanto, nel caso del terzo servo che ha nascosto il suo solo talento nel terreno, si è trattato del non-uso della sua capacità di restare aperto alle opportunità che si sarebbero presentate – il che precludeva ogni possibile guadagno sul denaro del padrone – ad essere severamente punito”. Tramite questa parabola, Dio ci “ordina” di usare i talenti in modo produttivo. Attraverso questa parabola siamo esortati a lavorare, ad essere creativi e a rifuggire la pigrizia, a rischiare, ad essere abili.
Chi scrive non ha la presunzione di dire che questa sia la parabola politica per eccellenza, ma di certo è una parabola che dà fondamento a chi, come noi, coniuga il cattolicesimo con il liberalismo.

IL BUON SAMARITANO
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo
percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall`altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va e anche tu fa lo stesso».
Alcune osservazioni “mondane” anche su questa parabola ci sembra possano essere utili per portare all’attenzioni delle riflessioni.
Va da sé che in termini generali il messaggio è chiaro: chiunque tu incontri sulla tua strada è tuo fratello, o meglio, è Cristo in persona. Ciò che fai a lui è come se tu lo facessi a Cristo. Vale, ovviamente, anche il contrario. Questo non si discute.
Ma come lo fai? Come agisce il buon samaritano? Diciamo che agisce in tre tempi.
Primo tempo: fa fronte all’emergenza e lo fa subito ed in prima persona “Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino”.
Secondo tempo: lo portò in luogo giusto ed adatto non in termini di ostentazione ma in termini funzionali capendo che lui, da solo, non avrebbe potuto fare molto di più che occuparsi delle prime emergenze “poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui”.
Terzo tempo: lo affida alle cure dell’oste, lascia denari per il giusto compenso di chi si occupa della persona in difficoltà, lascia detto che se servirà più denaro sarà lui al suo ritorno a farvi fronte. Al suo ritorno? Certo, perché il buon samaritano se ne va, torna a casa, alla sua vita, al suo lavoro, alle sue cose. Torna a casa e non porta con sé l’uomo malmenato e derubato ma lo lascia in buona mani, nel posto giusto e si assume l’onere di tornare per controllare che tutto sia in ordine così che ognuno possa riprendere la propria strada. Il tutto pagando chi lo aiuta – cioè l’oste- e  considerando pure che il denaro dato possa non essere bastevole. Non si aspetta, inoltre, che l’oste si faccia bastare una somma di denaro magari non sufficiente perché la solidarietà è una scelta personale.
C’è poi un quarto tempo che noi immaginiamo e cioè il ritorno del buon samaritano. Un ritorno per “chiudere” le cose sospese e per riprendere ognuno il proprio cammino senza inutili e prolungate azioni di assistenzialismo pensando che con chi ha bisogno è necessario fare un tratto di strada insieme,
Cosa deduciamo da questa parabola? Deduciamo uno stile nel fare la solidarietà che tiene conto di alcuni elementi. L’attenzione, l’opportunità, la giusta ricompensa. Ma non solo: lo stile del buon samaritano è lo stile di chi aiuta al momento giusto e non solo con il cuore ma anche con la testa. Non si esalta, non si bea, non si sente un super eroe, non impone agli altri di fare la stessa cosa. Lo fa sapendo che il suo aiuto ha come obiettivo rimettere in marcia chi al momento non può farcela da solo, ma che deve essere messo nelle condizioni di ripartire perché chi aiuta e chi viene aiutato non sono destinati a stare legati a vita. Anzi: l’obiettivo del buon samaritano è liberare il bisognoso tanto dal proprio bisogno quanto dall’altrui aiuto.
Crediamo che ci sia tanto da imparare da questa parabola: non tanto nel suo messaggio primario e principale quanto anche nei suoi messaggi “secondari”.
Questa “leggerezza” nell’aiutare; questa visione di una solidarietà a tempo e non a vita; questa idea che chi ha bisogno deve esser liberato dal bisogno che ha il prima possibile per essere poi nelle condizioni di fare da sè; questa concezione del sapersi tenere lontano da chi si aiuta; questo stile non invadente e moralistico ma essenziale e scabro; questo modo vero e diretto; questa forza di aiutare, andar via per poi ritornare; questa dignità nel non vedere il bisognoso un debole ma solo una persona in un momentaneo stato di fragilità; questa idea di pensare le proprie strade solo come temporaneamente insieme ma poi nella libertà e nella dignità ognuno prosegue la propria via sono tutti modi di vivere e di essere che tanto hanno da insegnare circa il tema della solidarietà.
Quante persone buone in più e quante buoniste in meno ci sarebbero se questo fosse il paradigma; quanta solidarietà – oggi trasformatasi in holding del bisogno o in dialettica “servo-padrone” – avremmo potuto interpretare meglio se al centro ci fosse lo stile del buon samaritano!
Mettere a sistema questo stile è, crediamo, un impegno politico per quei cattolici che hanno scelto la strada del liberalismo e del personalismo. Questo è il nostro modo di vedere l’aiuto verso il prossimo, sappiamo che non è il solo ma siamo anche certi che questo è pienamente entro il solco della cattolicità.

II Parte

Parole

Testimonianze dal “vivo” di cattolici che hanno scelto il centro-destra. Ragioni e storie di una scelta

In attesa di contributi singoli

III Parte

Opere

Che cosa abbiamo fatto, detto pubblicamente e sostenuto in concreto.
Breve viaggio nelle “battaglie” regionali e nazionali dei cattolici di  centro-destra

I testi qui di seguito sono a cura di Stefania Fuscagni
in collaborazione con Lucia Tanti

CI SIAMO STATI QUANDO…
In questa parte della pubblicazione ripercorreremo, con il rischio di una colpevole parzialità per la quale ci scusiamo fin da ora, alcuni “momenti” nazionali e regionali dove i cattolici del centro-destra, a parere di chi scrive, hanno fatto valere le proprie ragioni con coraggio e senza compromessi affrontando il pensiero comune e spesso fintamente buonista.
La selezione è breve ma, almeno speriamo, significativa.
Sul livello regionale molte sono le azioni che abbiamo fatto a sostegno della maternità, della scuola libera, della famiglia. Abbiamo promosso la costituzione anche in Toscana del fondo “Io Nasko” sul modello lombardo a sostegno delle donne o delle famiglie in difficoltà; abbiamo proposto fondi a sostegno delle famiglie meno abbienti per poter scegliere il percorso educativo che più desiderano al di là delle proprie possibilità economiche; ma la battaglia più “forte”  l’abbiamo fatta nella legislatura 2005-2010 per dare anche alla Toscana una legge quadro a promozione delle famiglie toscane. Su quest’ultima vogliamo soffermarci anche perché, e lo diciamo senza gioia, il comportamento dei cattolici “adulti” toscani in realtà ci ha molto deluso. Nel 2007 molte Regioni anche di centro-sinistra si “attrezzarono” legislativamente per dotarsi di una legge sulla famiglia. L’allora FI in piena sintonia con AN, propose un testo che raccoglieva esperienze regionali, non solo di centro-destra, per dare anche alla Regione Toscana una legge quadro in materia di politiche familiari. Una legge, per altro,  che oggi sarebbe stata utilissima per fare fronte alla crisi in atto. L’Aula respinse la legge con il voto negativo di tutti i cattolici del centro-sinistra non curanti del fatto che il Piemonte dell’allora Governatrice Bresso aveva approvato un testo simile.
Furono tanti, tuttavia, gli attestati di stima al nostro testo legislativo (singole persone, associazioni, categorie) tali che decidemmo di percorrere la strada della legge di iniziativa popolare dimostrando che la questione era urgente, “cara” a molti toscani e che era la Toscana “in carne ed ossa” che chiedeva una scelta di coraggio. Raccogliemmo oltre 7000 firme in poche settimane e la legge, questa volta di iniziativa popolare quindi non di un Gruppo ma di una Comunità, ritornò in Aula. Risultato: respinta di nuovo con il voto di astensione – che però vale come voto contrario- di tutto il PD, cattolici compresi.
Avremmo preferito il coraggio di un voto contrario. A distanza di qualche anno il Candidato Enrico Rossi, oggi Presidente, in campagna elettorale ha firmato l’appello del Forum delle Famiglie – che tra le altre cose chiede una legge per la famiglia – ma ormai a metà legislatura nulla è stato fatto. Al contrario in molti atti si nega quell’adesione e anche in termini “pubblicitari” si prendono posizioni davvero in contrapposizione manifesta.
Chi scrive non pretende né di giudicare né di avere ragione, ma un fatto è un fatto: ai cattolici sono richiesti atti di consequenziali. Noi li abbiamo fatti, a sinistra no. Notiamo con piacere che i laici del centro-destra, non riconducibili per tradizione alla storia del cattolicesimo impegnato in politica, ci hanno sostenuto concretamente ed in prima persona in queste battaglie (penso all’On. Denis Verdini che sostenne, insieme all’On. Massimo Parisi, la raccolta delle firme per la legge sulla famiglia), mentre i laici o  “non credenti” del centro-sinistra hanno imposto la linea allontanandola, ci sembra in maniera progressiva ed inesorabile, dai valori cosiddetti non negoziabili.
Sul livello nazionale moltissime sono le prese di posizione che abbiamo tenuto in conformità convinta con i valori non negoziabili anche se su due punti non siamo stati in grado di passare  dagli impegni ai fatti: il quoziente familiare e un sistema maturo e compiuto di libertà educativa. Certo, potevamo fare di più e forse potevamo avere più coraggio nonostante la crisi, ma da parte nostra può aver difettato la forza – e non è un bene – non certo la convinzione.
Vogliamo qui ricordare, tra le tante, la nostra posizione sulla vicenda – triste e davvero disperata – di Eluana Englaro.
Non ripercorreremo i fatti che sono noti. La nostra risposta fu chiara a forte: per noi la vita vale sempre e non pensiamo che ci sia qualcuno che si possa arrogare il diritto di definirla dignitosa o non dignitosa: non può farlo un padre, né un Parlamento, né un giudice. In Italia fu un giudice a staccare la spina nel silenzio della diretta interessata, a fronte di una sua presunta volontà di morte le fu data la certezza della condanna a morte. Si alzarono molte voci di cattolici, ma quella che ci rappresentò di più trovò espressione nelle parole e soprattutto negli atti veri e concreti (anche se purtroppo non bastevoli) dell’allora Ministro Sacconi – di tradizione socialista e riformista – che fece onore ad una classe dirigente intera e rese giustizia, a fronte di troppi silenzi dei cattolici di sinistra, a chi come noi crede che l’unione dei laici e dei cattolici sia vincente per fare fronte ai valori non negoziabili.
Come sia finita è storia, ma è anche storia quale fu la posizione del Governo Berlusconi.
Ci sono alcune persone che, cattoliche di sinistra, ci hanno accusato di averne parlato troppo, noi a loro – al contrario –  rimproveriamo di averne parlato troppo poco, chissà se per comodità, convinzione, imbarazzo o assenza di argomenti. C’è però un fatto e cioè che la politica specialmente in alcuni momenti e temi, non può non prendere posizione: noi l’abbiamo presa.
Aggiungiamo, per dovere di cronaca, un paio di articoli apparsi in quei giorni ne Il Giornale della Toscana.

Sul caso Englaro c’è bisogno di rileggersi l’Antigone
di Stefania Fuscagni

Bene ha fatto il Ministro Sacconi ha fare chiarezza ribadendo che in uno Stato di diritto la sospensione del trattamento di alimentazione e idratazione è un atto illegale. Tradotto in parole semplici vuol dire che nelle strutture sanitarie nazionali, secondo l’orientamento generale che il Ministro ha voluto ribadire, non si può sopprimere una vita. Sia chiaro, infatti, che l’idratazione e l’alimentazione non fanno parte dell’accanimento terapeutico. Nessuno di noi vivrebbe se fosse privato della possibilità di alimentarsi ed idratarsi. Nessuno di noi e quindi nemmeno la Englaro. Qualcuno ha detto che il Ministro Sacconi così facendo ha disatteso ingiustamente quella “sentenza di morte” e qualcun altro si è scandalizzato perché Sacconi avrebbe osato disattendere il verbo limpido e laico della magistratura. Definito come un atto maldestro, illegittimo e violento a me che  non sono una raffinata giurista – come non lo sono molti di quelli che ne parlano – pare invece che le linee guida che ha dato il Ministro siano un elemento di chiarezza in linea con la cultura giuridica e morale occidentale che ha sempre messo in evidenza come il diritto naturale non possa essere messo in secondo piano dal diritto positivo.  Una delle grandezze della cultura occidentale è l’equilibrio tra la giustizia e la legge che si dice esser nato grazie ad una donna, Antigone –  protagonista della tragedia greca che porta il suo nome- quando decise di dare degna sepoltura al fratello. Un fratello, quello di Antigone, che combatté contro la comune Patria e che nonostante la legge della città lo avesse condannato a morire e a rimanere esposto alle angherie delle carogne Antigone volle seppellire secondo dignità.  Antigone con la sua manciata di terra sopra il corpo del fratello- nemico della Patria dimostrò che esiste una legge ancestrale e umana che sta scritta nel cuore delle genti e che nessuno Stato può permettersi di calpestare. La legge naturale entra così in scena nel mondo del diritto e lo fa con il passo coraggioso di una donna. Quella legge è stata ribadita dal Ministro Sacconi che in fondo con la sua direttiva ha semplicemente detto che lo Stato cura e non uccide e che la vita in tutte le sue forme più o meno fortunate vale di per sé . Ma non solo: ha detto che la medicina è vita e cura della vita e ha ribadito che l’eutanasia non può entrare nel nostro ordinamento con la disinvoltura di una sentenza che in sordina tenta di aprire un precedente di “morte facile”. Qualcuno dirà che il diritto naturale riconosce oltre al diritto alla vita anche il diritto alla dignità della morte, ma il punto è che la Englaro ancora è viva e lo sarà fino a che una mano non deciderà di farla morire di fame e di sete. Uno Stato che somministra la morte non è uno Stato accettabile, meno ancora uno Stato che decide i livelli di dignità della vita e il tempo in cui una vita passa dal diritto di esserci al dovere di sparire.

Firenze, 6 febbraio 2009

Fuscagni (FI-PdL): una preghiera per Eluana e un atto di coraggio verso la strisciante ipocrisia.
Domenica ore 19.30 ritrovo presso la Chiesa di San Giovannino degli Scolopi in Via Martelli

“Una preghiera per Eluana Englaro perché non si dia corso al progetto inumano di farla morire di fame e di sete e una presa di posizione ferma e composta contro un clima strisciante che sembra abituarsi all’idea che la magistratura possa uccidere giudicando i parametri della dignità della vita. Ci troveremo- dichiara Stefania Fuscagni consigliere regionale di FI-PdL e responsabile regionale della consulta cattolica- domenica alle 19.30  presso la Chiesa di San Giovannino degli Scolopi in Via Martelli 11,  per la consueta Messa. Non una manifestazione chiassosa né una dimostrazione eclatante, ma un incontro di persone che non possono pensare che l’eutanasia si imponga nel nostro Paese. Un “momento di preghiera” non solo individuale ma di spontanea comunità cristiana nato con naturalezza e dopo un incrociarsi di sms di tantissime persone che sentono il bisogno di non lasciare che lo sgomento e il dolore prendano il sopravvento. Un gesto di presenza  composta ma visibile per richiamare tutti ad una elementare responsabilità: la vita è intangibile in ogni forma, stimabile in ogni momento e non esiste che la magistratura stravolga le regole di fondo. Bene ha fatto il Ministro Sacconi ha puntualizzare anche in queste ore che in Italia la Sanità cura e non uccide, bene sta facendo il Governo a non arrendersi ma dobbiamo dare tutti un segnale di indignazione profonda che non si rassegna. Sono certa- continua Fuscagni- che anche in questa occasione il popolo silenzioso sarà maggioritario rispetto al can can dei politicamente corretti, degli inseguitori di improbabili sondaggi e del solito plotoncino di radicali sempre pronti a mettere il cappello sulle sofferenze altrui. In politica come nella vita ci sono questioni non negoziabili ed una di queste è certamente la difesa ed il rispetto della vita. Non ci metteremo a fare la gara con le “pagliacciate per la morte” a cui stiamo assistendo in questi giorni, ma vogliamo dimostrare uno sdegno composto. Sarà una preghiera per la vita- conclude Fuscagni – e un momento in cui chiederemo la presenza di tutti coloro che credono  indegno programmare la morte di una persona che respira da sé, tossisce, si agita e  che quindi c’è e che per non esserci più ha bisogno di una mano umana che le tolga da bere e da mangiare.

Firenze, 9 febbraio 2009
Fuscagni (FI-PdL): Eluana, ora un silenzio che non sia assenso e che non soffochi la verità.
Eluana è morta. Ora è tempo del silenzio, del rispetto e per chi crede della preghiera. E’ morta da sola, è morta di fame e di sete. E’ morta mentre il Parlamento discuteva di una legge sul fine vita. Non ha avuto tempo di aspettare una legge che in nessun caso le avrebbe dato quella morte che le ha riservato la magistratura e che non le ha impedito il Capo dello Stato. C’è un tempo per parlare e battersi senza risparmiarsi e c’è un tempo per stare in silenzio. Ora è il tempo del silenzio. Un silenzio, però, che non si faccia assenso e sodale alleato di chi ha perseguito con zelo raro e non raramente incomprensibile questa soluzione finale. Oggi Eluana Englaro esce dalla storia di questo Paese e rimane nei pensieri di ognuno di noi, qui rimane il suo corpo martoriato che ieri sera dopo la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione si è arreso alla morte. Rimangono solo la sua morte certa, la sua volontà presunta di morire e un Paese diviso tra coloro che pensano che una persona che respira da sola, apre e chiude gli occhi, tossisce e si muove sia viva e chi, al contrario, crede e pensa che tutte queste “prove” non siano sufficienti a parlare di vita ma solo a pianificare la morte. Di questo da ora in avanti si dovrà parlare perché il modo con cui la politica tratta o non tratta i temi ultimi e fondamentali come la vita e la morte è la misura della civiltà- o inciviltà – di un intero Paese. In queste settimane molti di noi hanno fatto la loro piccola ma sincera lotta di testimonianza per salvare questa vita e ora che la corsa è finita siamo certi di aver combattuto una buona battaglia e rimane un fatto che nessun “becchino” di questi giorni ci potrà negare:  se è vero che non abbiamo avuto la forza di dare nuovi giorni alla sua vita, abbiamo avuto la determinazione di dare tanta vita ai sui ultimi giorni. Mentre infatti qualcuno le sottraeva acqua e cibo ne abbiamo sempre parlato per quello che era: una persona viva tra noi. Almeno questo è passato: Eluana non è morta 17 anni fa, Eluana è morta ieri e per intervento di mani “umane”.

IV Parte

Omissioni

La galleria delle azioni “mai nate”:
imparare ad avere più coraggio o forse solo più consapevolezza

I testi qui di seguito sono a cura di Stefania Fuscagni
in collaborazione con Lucia Tanti

PIÙ CONSAPEVOLEZZA CULTURALE E PIÙ TESTIMONIANZA. QUALCHE “MEA CULPA”…

La sola “necessità” di scrivere questo breve lavoro facendo chiarezza sui perché di una scelta mette in luce, onestamente, alcune difficoltà forse di troppo che in questi anni, specialmente in una Regione come la Toscana, abbiamo registrato e “subito”.
E’ nostra convinzione che il dato “locale” sia alla base di una maggior fatica nel coniugare la dimensione della cattolicità con quella dell’essere collocati per scelta nel centro-destra. Questa è la Regione di Balducci, Milani, La Pira, Mazzei personaggi tra i più “giganteschi” del cattolicesimo contemporaneo. Personaggi che negli anni, e non sempre in termini coerenti e storicizzati, sono stati indicati come icone dell’incontro più maturo e fecondo tra la sinistra ed il cattolicesimo. Varrebbe la pena, in particolare per don Milani e Giorgio La Pira, aprire una riflessione ampia e per certi versi “rivoluzionaria”, ma ciò che in questo contesto ci interessa mettere a fuoco è che questo messaggio, in Toscana, è passato con forza. Generazioni intere di giovani cattolici fiorentini e toscani sono nate, cresciute e vissute all’ombra e nel solco- morale e spirituale – di queste figure. Una vicinanza, spesso anche diretta e personale, che ha segnato la vita di moltissimi e verso la quale tutti sentono una riconoscenza – se non addirittura un privilegio – unico ed irrepetibile. Qui, più che altrove, scegliere di entrare nella metà campo del centro-destra ha significato – più in termini di vulgata che non in termini di vera valutazione-  una sorta di cesura anche interiore che ha richiesto grande libertà  e grande convincimento. Se a ciò si aggiunge che nella sua funzione “secolare” la Chiesa toscana è stata chiamata a confrontarsi con la sinistra istituzionale quasi ovunque e quindi dovendo mantenere con essa, e solo con essa, relazioni “mondane” si capisce come e perché molti cattolici abbiano avvertito una sorta di ostracismo morale e materiale che li ha sfidati profondamente e, ci permettiamo di dire, durissimamente.
Se quindi la Toscana rappresenta il luogo in Italia più difficile, forse, nel celebrare il matrimonio tra cattolicesimo strutturato e centro-destra in base ad un retroterra culturale che abbiamo brevemente sopra descritto, rappresenta però anche il luogo privilegiato per guardare in faccia la sinistra com’è quando ha la forza, i numeri e le strutture per gestire economia, cultura e potere.
Qui la sinistra è vita quotidiana e, qui più che altrove, si vede bene come essa è nell’esercizio del potere. I cattolici di centro-destra toscani se da una parte hanno dovuto sfidare l’accezione di “eretici” o “apostati” con la conseguente espulsione quasi pianificata dai “salotti buoni” e dai percorsi di coloro che contano (il che in politica non è secondario), dall’altra hanno visto dal vero come l’unione tra cattolici e sinistra essicchi la forza propulsiva cattolica e la possibilità di realizzare i valori non negoziabili.
La Toscana è stata una sorta di “laboratorio” che ci ha permesso di vedere come l’unione tra sinistra e mondo cattolico sia “a perdere” per il mondo cattolico. La Toscana dell’unione tra le due grandi tradizioni è stata la Toscana in prima linea e leader della sinistra più all’avanguardia sui temi cari alla sinistra (etica, culturale, sociale, antropologica) e distruttiva sui temi cari al mondo cattolico che ha dovuto assistere, ci permettiamo di dire non raramente impotente e atterrito da un abbraccio mortale, allo svuotamento della propria forza di realizzare i propri valori.
Questa è la terra che ha irreggimentato la cooperazione rossa rendendola sovrana e tradendo lo spirito cooperativo delle origini; questa è la Regione che ha affossato la libertà scolastica, che ha espulso il privato da perimetri centrali come la sanità, che ha detto sempre “no” alle politiche familiari e per la vita fin dal suo concepimento. Ma non solo: questa è la Regione che chiude le porte alla stessa idea di un regime privilegiato per le famiglie, ma dà un riconoscimento “morale” e materiale al gay pride, è la Regione che fa la legge manifesto sull’uso della cannabis, che vede forze di maggioranza negli enti locali- regione compresa- convinti di dover espellere i preti dalle corsie degli ospedali, i crocefissi dalle aule; è la Regione dove il buonismo e il relativismo culturale hanno contaminato lo stesso nostro modo di essere, vedere e vivere le cose; è la Regione che ha voluto dare il fiorino d’oro al padre di Eluana Englaro esaltando la scelta pubblica più che volendone riconoscere il dolore privato.
I cattolici toscani, per dirla in maniera platonica, sono – rispetto agli altri cattolici – un po’ come i saggi del mito della caverna: noi abbiamo visto come funziona la relazione tra sinistra forte e mondo cattolico; funziona con la prevalenza della prima sui secondi.
Dov’è allora l’omissione?
C’è un peccato omissivo (o se vogliamo di insufficiente valutazione) che riguarda un po’ tutti i cattolici che si sono orientati verso il centro-destra e cioè non aver saputo elaborare, forse in maniera adeguata, le ragioni profonde e fondate di una opzione politica pensando che il “fare” concretamente le scelte “giuste” ed in linea agendo quasi sempre secondo il solco dei valori non negoziabili, sarebbe bastato. Non è stato così: la cultura politica, il clima culturale sono questioni fondamentali nell’orientamento politico e nella giusta contaminazione delle scelte.
Tuttavia i cattolici di centro-destra toscani, a nostro avviso, hanno commesso forse un’omissione in più: non hanno avuto la forza di dimostrare come la commistione tra cattolicesimo e sinistra vera (perché qui è vera) fosse incredibilmente perdente per il cattolicesimo dei valori non negoziabili. Certo, ciò che abbiamo sfidato è stato un fuoco di fila enorme che non solo i cattolici ma tutti in questa Regione abbiamo in parte vissuto, tuttavia la testimonianza del “come va a finire” quando il cattolicesimo si unisce strutturalmente alla sinistra forse dovremmo sforzarci a darla con maggiore forza portando come supporto concreto i fatti, le scelte, le azioni, il clima cultuale.
Insomma noi, cattolici toscani, abbiamo il “privilegio” di vedere dal vivo ciò che succede per il solo fatto che qui, in parte, è già successo.
Queste due “omissioni” – per chi scrive- dobbiamo tentare di vincerle: più consapevolezza culturale e più testimonianza. Ovviamente entrambe vanno fatte insieme e non come singoli.
C’è poi una terza “omissione” che in parte abbiamo già esplorato in un precedente paragrafo e cioè il coraggio e l’umiltà di dire “fede” non come categoria del privato, ma come bussola pubblica. Questo, ovviamente, senza nessuna volontà confessionale che anzi è la maggior nemica di una sana laicità – che tanto serve al mondo cattolico – ma solo come “condizione” personale da mettere in luce nel percorso comune di vita e di lavoro. In questo senso il moltiplicarsi di incontri di riflessione aperti ci dà speranza e anche gioia.

Conclusioni
di Stefania Fuscagni*

L’obiettivo di questo lavoro è duplice: mettere nero su bianco alcuni pensieri, azioni e riflessioni fatte in questi anni e raccogliere le voci di amici che hanno condiviso scelte e posizioni politiche.
Non c’è nessuna volontà né di tirare le fila, né tanto meno di tirare le somme. Qui, semplicemente, c’è un pezzo di mondo –  tante vite – che hanno deciso, in politica, di sposare la sfida del centro-destra e lo hanno fatto sentendosi cattolici e volendolo testimoniare.
Niente di più e neppure nulla di meno. Diciamo che in queste pagine ci sono voci e pensieri di vita – politica – vissuta, è uno spaccato di verità e di lavoro senza pretese se non quella di voler dimostrare la propria esistenza, le proprie ragioni, la propria fondatezza.
Perché questo lavoro arriva oggi? Per molti motivi.
Tre in particolare.
Il primo: vivo la mia funzione di Portavoce dell’Opposizione come un compito istituzionale e politico, ma anche culturale. Si crea un’alternativa vera se si consolida un modo di sentire che non può prescindere dal condividere punti di vista, valori, interpretazioni, modi di vedere il presente ed il futuro. Il centro-destra, aperto e arioso, ha forse bisogno di momenti di scambio di idee perché la politica è certo agire ma è un agire sul solco del desiderio insopprimibile di far bene avendo una visione d’insieme.
Il secondo: la Toscana è di certo una regione rossa – la regione rossa per eccellenza-, qui il centro-destra “soffre” ma sa guardare lontano e i segni dell’implosione ci sono tutti. Pensare ad una Toscana “diversa” non è utopia, è una sfida possibile. Ma come tutte le sfide vere non si può alimentare solo della “pratica”, c’è bisogno di un respiro più grande, di una riscoperta dei “perché”, che si moltiplicano solo con lo scambio ed il dialogo.
Il terzo: il centro-destra ed il PDL, come tutti i Partiti, saranno forse chiamati a grandi scommesse, a grandi prove di coraggio, a grandi e nuove “rivoluzioni”. Non credo che sia logico avere paura, anzi credo sia razionale gettare il cuore oltre l’ostacolo valorizzando ciò che abbiamo già fatto. Ma perché le rivoluzioni riescano serve che alcuni punti fermi rimangano, appunto, fermi.
Chiudo dicendo che secondo me il PDL oggi rappresenta la più credibile trascrizione di un grande soggetto liberale, popolare, laico ma non laicista, concretamente vicino al cattolicesimo popolare senza nessuna implicazione confessionale.
Non so cosa il tempo futuro ci chiederà, ma ciò che è certo è che qualunque cosa ci chieda non può prescindere né nascere in contrapposizione a ciò che abbiamo fatto fino ad oggi con la scelta di dare vita ad un partito che avesse nel suo dna il richiamo al concetto di “popolo” e di “libertà”.
*Consigliere Regionale del PDL – Portavoce dell’Opposizione

Avviso ai “naviganti”

Stiamo scrivendo questo testo nel maggio 2012, con ogni probabilità lo finiremo entro la fine di giugno. E’ di tutta evidenza che la situazione politica generale – ed in particolare quella del PDL anche a seguito del risultato delle amministrative – è in piena ebollizione ed evoluzione.
Da più parti non si esclude che si possano costituire soggetti nuovi o che si affaccino sulla scena politiche nuove realtà. Molte strade sono aperte e, come spesso capita, non sono solo le persone che guidano gli eventi, ma anche gli eventi che guidano le persone.
Chi scrive non sa come finiranno le cose come pensiamo che davvero siano in pochi a saperlo. Noi, come tutti, possiamo impegnarci – nel piccolo spazio che abbiamo –  perché la crisi dei partiti, a partire dal nostro PDL, venga superata velocemente sapendo ritrovare l’impulso e l’incisività necessarie.
Di una cosa, tuttavia, siamo certe e al di là di ogni possibile cambiamento. Il Popolo della Libertà ha segnato una strada dalla quale non vogliamo tornare indietro e sappiamo che questa strada, a sua volta, può aprire nuove strade da guardare con fiducia purché tengano la rotta.
Qualunque cosa succeda, qualunque nome avremo, qualunque leader ci troveremo – e ci sceglieremo – qualunque composizioni si andrà determinando e qualunque contraccolpo verrà, di sicuro ci saranno molti cattolici liberali che, per dirla con Galli Della Loggia, sanno perfettamente che  “il destino della politica, la sua vocazione, sono iscritte nel dna stesso del cristianesimo” e per ciò stesso continueranno a far politica, e ne subiranno il fascino ed il bisogno come realizzazione naturale del proprio essere al mondo. Questi cattolici liberali, che vogliono un grande partito popolare alternativo alla sinistra (in termini culturali, forse ancor prima che politici), sceglieranno ancora la metà campo del centro-destra. Lo hanno fatto prima del PDL, lo fanno nel PDL, lo faranno – se il PDL evolverà ancora – dopo il PDL.
Questo breve vademecum è un modo per non interrompere il dialogo al di là degli eventi contingenti ed è un modo per posizionare una scelta in termini consapevoli.
Noi stessi, al di là del futuro che verrà, sappiamo che ciò che abbiamo fatto fino ad oggi è coerente con la costruzione del Partito Popolare Europeo in Italia. E’ già il PDL? Crediamo di sì, almeno nell’anima e nell’intuizione.

Indice

Introduzione
I Parte
Pensieri
Il coraggio di dire “fede”: diversi – ma insieme – agli “atei devoti”
Cosa si muove nel mondo cattolico
Spunti programmatici su…. ’Vita e scienza, immigrazione, scuola, famiglia, ambiente e acqua, ricchezza e povertà, federalismo e sussidiarietà’.
Il Popolo della Libertà: sì e perché.
Parabole “politiche”: i talenti ed il buon Samaritano

Annunci

From → ATTUALITA'

Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: