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NOI CATTOLICI NEL CENTRODESTRA, DELUSI, MA NON MOLLIAMO! (1° Parte)

17/11/2012

Viaggio nel mondo dei cattolici di centro-destra: tra battaglie, dubbi, certezze  e sfida culturale
di Stefania FuscagniRiceviamo e pubblichiamo per suscitare un dibattito (ndr)

“Il lavoro più difficile e più tentatore di un cristiano è quello della politica e della pubblica amministrazione. Ma se i cristiani davvero desiderosi del Paradiso sapessero come è facile meritarlo facendo buona politica e gestendo bene la pubblica amministrazione, molti cristiani sceglierebbero questo difficile lavoro”. (Konrad Adenauer, Cancelliere della Germania Ovest dal 1949 al 1963)

“La politica è per sé un bene: fare politica è un atto di amore per la collettività; tante volte può essere un dovere del cittadino”. (Luigi Sturzo, Sacerdote e Statista)

“Occorre una nuova generazione di cattolici impegnati in politica”. (Benedetto XVI)


Introduzione
di Stefania Fuscagni*

Questa breve pubblicazione nasce dai tanti stimoli e riflessioni che negli anni abbiamo elaborato a partire dal lavoro della Consulta Cattolica dell’allora Forza Italia. Sottolineo questo termine cronologico per caratterizzare il taglio e l’intenzione di questo intervento, volutamente angolato, perché possa essere un contributo ‘dal vivo’ nel passaggio politico-culturale che stiamo vivendo.

Oggi, il tema della presenza e del rapporto cattolici italiani e politica è tornato alla ribalta grazie ad un fiorire di iniziative promosse, direi sbocciate, da diversi ambiti del variegato mondo cattolico: da Eptaforum al Coordinamento Sociale Cristiano insieme allo storico Supplemento d’anima, dal cosiddetto gruppo di Todi ai seminari promossi in tutte le diocesi sulla Dottrina Sociale della Chiesa in vista dell’evento della 47sima Settimana sociale del maggio 2013. Significativa l’eco in tutta la stampa cattolica della beatificazione – processo peraltro iniziato a Firenze in ambito FUCI nel 1933 – dell’economista e sociologo Giuseppe Toniolo, pioniere della Dottrina sociale nel tempo della Rerum Novarum e ‘leader’  antesignano dei cattolici sociali italiani. Ho partecipato – tranne Todi, in quanto l’incontro è stato a porte chiuse – a quasi tutte le iniziative per respirare il nuovo clima e seguire il movimento di un mondo che storicamente in Italia ha costituito l’humus profondo e determinante dei cambiamenti politici e culturali del nostro Paese. Un paese europeo caratterizzato dalla presenza nel proprio territorio della Città-Stato del Vaticano e che, dagli anni della guerra fredda, ha visto e vissuto la presenza e la trasformazione del maggior partito comunista dell’occidente sì da essere la democrazia europea più complessa e in qualche modo anomala rispetto alle altre da sempre caratterizzate dall’alternanza di governo democristiani/popolari (e liberali) e socialisti.
Un mondo, quello cattolico italiano, in movimento ai cui stimoli vogliamo e dobbiamo rispondere sia come cattolici che come persone impegnate in politica “evitando ogni forma di strumentalizzazione di parte”.
Ritornano attuali, dopo anni di letargo, temi quali: i cattolici in politica; i cattolici dopo la “diaspora”; i cattolici a destra, al centro e a sinistra; i cattolici uniti o divisi, i cattolici verso una nuova DC o definitivamente dopo la DC. I cattolici combattuti tra la maledizione e la benedizione per la perdita del “partito unico di riferimento”.
Tante scelte in questi anni abbiamo fatto noi cattolici e le abbiamo riconfermate nel tempo; scelte di cuore e di testa, scelte fatte con convinzione e altre fatte con dubbi ed incertezze.
Scelte che tutti abbiamo fatto “volendo far bene”, ma che richiedono anche – a quasi venti anni di distanza – l’onere delle prova in un momento politico così anomalo e fluido.
La domanda è: abbiamo fatto bene a scegliere il centro-destra? Abbiamo fatto bene a seguire la strada aperta e tracciata da Berlusconi? E oggi facciamo bene, concretamente, a “puntare” sul PDL e cioè su una grande aggregazione popolare e ‘liberale’ alternativa alla sinistra?
Ma non solo: perché non siamo andati a sinistra? Perché non ci andremo? Perché resistiamo, specialmente in Toscana e nelle “regioni rosse”, a quel mix consolidato di cultura di potere diffuso e conformista dal sapore ‘politicamente corretto’ dilagante e pervasivo che ci avrebbe orientato quasi inerzialmente dall’altra parte?
Cosa ci convince a rimanere in quest’area politica, nonostante gli atteggiamenti ostruzionistici di una innervata cultura inerziale e a-storica rispetto ad un ‘nuovo presente’, nonostante alcune questioni da rimettere in “ordine” e nonostante qualche laicista con la puzza sotto il naso – anche in casa nostra – che guarda i cattolici come una sorta di corpo estraneo magari utile solo a portar voti?
Che cosa abbiamo dato, noi “cattolici della domenica”, a FI e AN prima e al PDL ora? Quanto ci somiglia questa opzione politica e quanto ci abbiamo messo del nostro? Quanto siamo capaci, ancora, di essere lievito e cemento senza chiusure da “testimonianza identitaria” che qualche volta ci possono tentare a dispetto della nostra vocazione ad un realismo cattolico, cioè “universale”,  attento al reale che viviamo?
Che cosa portiamo di diverso nella scena politica, o meglio pubblica, quando riteniamo che la “fede” sia certo personale, ma che debba essere riconoscibile nel nostro agire?
Tante domande a cui – in un momento di fluidità politica come questo – forse è tornato il tempo di dare qualche risposta esplicita. Noi, in questi anni, qualche risposta l’abbiamo data senza la presunzione di avere il “patentino” di cattolici più o meno “veri”, ma solo di argomentare le ragioni vive di una scelta politica – il centro-destra – che riteniamo nel solco della tradizione democristiana e  liberal-popolare alternativa al socialismo europeo.
Strettamente in linea con la complessa tematica sopra rappresentata è la presenza, in questo testo, di testimonianze di persone che hanno fatto, anche in tempi diversi, la stessa scelta e che oggi, in Toscana, rappresentano i cattolici nel centro-destra. Abbiamo ritenuto significativo raccoglierle per dare il senso di come, cammini diversi, possano trovare la medesima via quando seguono un’unica bussola.
Questo contributo quindi si dividerà in quattro parti e una conclusione che, come sempre, non vuol chiudere un ragionamento, ma solo fissare dei punti per riavviare una sfida a questo nostro presente.

La prima parte s’intitola: pensieri.
E’ la parte che tenta di leggere ed interpretare le riflessioni raccolte negli anni a partire dal 1994. Non, come vedremo, pensieri astratti ma pensieri vivi e pensieri di azione maturati nel corso di un’esperienza iniziata proprio nel passaggio dalla DC al Partito popolare di Martinazzoli.
La domanda è: quali pensieri ci sono dietro chi, da cattolico, ha ritenuto che fosse giunto il tempo di passare dal bipolarismo coatto e netto DC-PCI ad un bipolarismo alternante proprio e caratterizzante le democrazie europee occidentali? Rivendichiamo e argomentiamo le ragioni storiche, razionali e fondate, di una scelta che ci ha visti, nel tempo, aderire a FI prima e al PDL, oggi; che ci ha visto sturzianamente aperti all’opzione federalista come trascrizione della sussidiarietà vera; che ci ha fatto sentire naturaliter popolari europei e dunque all’interno di un popolarismo alternativo alla sinistra; che ci vede sostenitori dei valori di un liberalismo culturale che sentiamo vicino naturalmente all’opzione cattolica – al di là della sua concretizzazione storico-politica – e lontano dalla variante strettamente liberl-progressista che “in mano” alla sinistra italiana si trasforma spesso in relativismo etico; che ci vede persuasi che all’Italia non serva un unico partito dei cattolici, ma che servano semmai cattolici che facciano i politici e non politici che facciano i cattolici; che ci vede certi del fatto che vada ripensato il rapporto tra partiti e società, ma che tutto ciò non possa certo solamente limitarsi ad una teoria delle preferenze come panacea di tutti i mali della politica.
Siamo quelli che non amano il centrismo di principio ritenendo che la categoria centrista sia riferibile ad un momento storico e politico ormai tramontato definitivamente potendo distinguere tra moderati nei valori e moderati in termini partitici; che vedono la sinistra italiana culturalmente incistata perché incapace di essersi fatta socialista europea e di mettere a fattor comune la pluralità di segmenti eterogenei in essa assemblati; che alla DC rimproverano di essersi fatta sorprendere e di non essere riuscita ad interpretare il “dopo caduta del muro” mettendo a frutto una vittoria, quella del 1989, alla quale, in Italia, la classe dirigente democristiana aveva dato un contributo eccezionale avendo impedito al PCI di andare al potere col voto in tempi di guerra fredda.
Siamo i cattolici della “domenica”, maggioranza culturale e silenziosa, che – nonostante il periodo di dura transizione – su alcune battaglie non ha fatto sconti, che non identifica la Chiesa con l’associazionismo cattolico (che pure segue e osserva), che vorrebbe sacerdoti meno sociologi e più teologicamente attrezzati sulla scia della riflessione di Papa Ratzinger e capaci di incarnarsi nel proprio tempo; che vede nel volontariato un motore civile la cui sfida di libertà passa per una partecipazione attiva e non dall’essere una stampella meno costosa dei servizi offerti dagli enti locali.
Siamo quelli che, in Toscana, sono cresciuti con don Milani, con don Cubattoli, con Padre Balducci, don Facibeni, con La Pira e con Fioretta Mazzei, ma siamo anche quelli che questi esempi li hanno storicizzati e si sentono di non averli traditi.
Siamo quelli per i quali il primo pensiero e anche l’ultimo lo dedicano a don Luigi Sturzo, uomo di fede prima che uomo politico, che ha fondato lo sposalizio tra cattolicità e liberalismo che noi riproponiamo come soluzione forte ai problemi della nostra modernità. Siamo quelli che, alla vulgata secondo la quale la cultura è solo a sinistra, ne contrappongono un’altra, meno astratta e chiusa alle nuove realtà, protesa e impegnata ad interpretare la realtà, così com’è, per cambiarla in meglio grazie alle persone in carne ed ossa che in essa vivono. Siamo quelli che, di fronte a cambiamenti traumatici, non si scandalizzano né si tirano indietro e cercano di cogliere le opportunità che i vari momenti portano mantenendo una bussola valoriale di riferimento. Siamo quelli che s’impegnano nella prassi a distinguere tra pragmatismo utilitarista e sfida a trovare strumenti per rispondere ai nuovi bisogni e alle nuove libertà.

La seconda parte s’intitola: parole.
Qui le parole sono la testimonianza di chi ha fatto la medesima scelta, magari anche seguendo ragioni e tempi diversi. Una galleria di “vita in diretta” di persone che hanno vissuto e vivono la politica da dentro, la fanno con passione e da sempre si sentono cattolici in cammino dentro la metà campo del centro-destra.

La terza parte s’intitola: opere.
E’ la più importante perché chi fa politica sa che, alla fine, sarà misurato e giudicato per le azioni che avrà fatto o tentato concretamente di fare e la misura, così come il giudizio, sarà “personale”. Se quindi i “pensieri” ci danno conforto circa il fondamento teorico della scelta fatta, le “opere” che ripercorriamo ci danno la forza per dire che, al di là dei limiti e degli errori, nei momenti cruciali e discriminanti ci siamo stati. Concretamente ed in prima linea.
C’eravamo e ci siamo quando si è trattato di dire sì alla vita in ogni sua forma e momento, c’eravamo e ci siamo quando si è trattato di esporsi per le politiche familiari, c’eravamo e ci siamo per portare avanti azioni concrete per l’educazione intesa come estensione ed espressione della persona e della famiglia, c’eravamo e ci siamo quando si è trattato di difendere il lavoro che crea lavoro contestando ogni forma di pauperismo di maniera e valorizzando lo spirito imprenditoriale che trova nel francescanesimo – sorprende ma è così – un suo fondamento; c’eravamo e ci siamo quando abbiamo detto parole di verità sulla funzione della Chiesa e dei cattolici in una società laica e sulla realtà ancora ignorata e invisibile dei nuovi martiri cristiani nel mondo.
Ma non solo: anche su temi “caldi”, spesso considerati di “sinistra”, abbiamo la nostra da dire e la vogliamo dire con forza e tenacia sul solco di alcune interpretazioni non diffuse che rappresentano esse stesse il pensiero cattolico. Ci riferiamo all’immigrazione, alla globalizzazione, ai beni comuni, al rapporto tra accoglienza ed identità.

La quarta parte s’intitola: omissioni.
Ne abbiamo fatte? Di certo sì. Ne dobbiamo prendere atto. Tra le tante omissioni, personali e collettive, mi sento di dire che forse la più “grave” è quella di aver pensato che il “fare” politica sarebbe stato sufficiente. Non solo non è stato sufficiente, spesso non è stato neppure bastevole.
La politica ha bisogno di azione, ma non può rinunciare alla riflessione che spesso è anche stile nel ragionare. Questo aspetto lo abbiamo accantonato, anzi l’abbiamo aggirato per paura di perdere il momento della ‘valorizzazione’ del peso del voto di opinione raccolto da Berlusconi. Non abbiamo capito che la scelta della DC di lasciare alla sinistra tutto il campo della cultura, dall’università alla scuola, all’editoria, era una scelta di segno gramsciano politicamente e razionalmente storica, fondata e protetta da esigenze internazionali. Quel: ‘A noi il governo, alla sinistra la cultura’ fu il grande scambio che scelsero gli altrettanto grandi democristiani del primo dopo guerra con l’obiettivo di mantenere una democrazia vera, sebbene non alternante, nel nostro Paese. Non posso dimenticare il disagio, a volte l’incredulità provata – come cattolica –  di fronte ad una intellettualità che era ritenuta tale solo se era di sinistra. A noi tutto ciò strideva, proprio a noi che all’università ci eravamo potuti andare grazie al “presalario” di Amintore Fanfani che valorizzava il merito ed innescava un vero ascensore sociale!
Ma ben più forte fu il disorientamento, soprattutto dopo il 1989, nel vedere che le ragioni e le scelte politiche interne ed internazionali – che avevano giustificato un assetto forzoso ma garante della libertà – pur venendo meno nei fatti, rimanevano nei comportamenti inerziali di una DC che a quel punto poteva e doveva rompere il consociativismo (ormai inutile e dannosissimo) per posizionarsi essa stessa in alternativa alla sinistra italiana che la storia stava facendo mutare per ragioni evidenti e ad essa estranee. Ci fu da parte della DC una grande incapacità di riorientarsi e di mettere a frutto una vittoria storica – il collasso del socialismo reale che in Italia era sempre stato il riferimento del PCI – maturata con sacrifici reali e sostanziali. Perdere quella consapevolezza volle dire, crediamo, per la DC perdere il proprio significato nel futuro del Paese: non furono solo le inchieste – sebbene orientate a sommo studio – a decretare la morte della grande DC, ma fu la mancanza di scatto vitale che vide i nuovi “popolari” incapaci di tradurre in Italia l’assetto bipolare europeo che doveva vederci tutti contrapposti ad una sinistra che doveva diventare normale – cioè socialista e quindi anticomunista – e che non lo diventò perché ad alcuni mancò la forza della separazione e svolsero il ruolo di ormai inutile “foglia di fico”. La Dc non solo uccise se stessa così facendo, ma impedì alla sinistra italiana di guardare in faccia la propria anomalia, il proprio fallimento e di spurgarsi definitivamente da retaggi che ancora la caratterizzano.
Tanto è vero che ancora adesso la sinistra italiana è ostaggio di trasformismi di facciata, “acquisti” verbali di tradizioni politiche ad essa estranee, rigurgiti totalitari almeno in senso culturale ed etico fino a manifestazioni di professori girotondini ormai disorganici ad un Partito che non c’è più e che prefigurano e fondano l’ “Alba” di un nuovo ineffabile corso.
Fu all’origine di questo nuovo  tempo che Berlusconi lanciò Forza Italia e in quella sfida ci fu la capacità di comprendere ciò che la DC  e i partiti da essa discesi non seppero fare o capire seppure alcuni di noi gli concessero l’onere e la generosità della prova.
Berlusconi con FI e con le “scelte di campo” successive di fatto costruì, nel tempo, e con volontari e convinti passaggi e “abbracci” una casa comune dei popolari e liberali alternativi alla sinistra.
Questo corso, buono dal punto di vista di molti cattolici liberali, trova nel PDL e in ciò che dal PDL potrà venire un naturale compimento se riusciremo ad osservare e interpretare ciò che di vivo si muove intorno e dinnanzi a noi.
Rimane aperta, apertissima crediamo, la sfida culturale a fondamento di una collocazione politica. In questo senso i cattolici nel e del centro-destra rivendicano il diritto di esserci come interlocutori veri – dentro e fuori il perimetro di chi ha fatto medesime scelte – nella convinzione che nell’epoca del post-moderno debbano essere ridescritti i fondamentali.

*Consigliere Regionale del PDL – Portavoce dell’Opposizione

I Parte

Pensieri

Viaggio tra le riflessioni dei cattolici di centro-destra.

I testi qui di seguito sono a cura di Stefania Fuscagni
in collaborazione con Lucia Tanti

IL CORAGGIO DI DIRE “FEDE”: DIVERSI – MA INSIEME – AGLI ATEI DEVOTI
Indro Montanelli, come sempre caustico, scrisse: “Quando sarò morto sarò io ad essere arrabbiato con Dio e a chiedergli delle spiegazioni. Perché se la fede è un dono dovrà spiegarmi perché io questo dono non l’ho meritato”. In molti sostengono questa tesi che, ovviamente, non condivido perché come ogni dono, anche quello della fede – e per lo stesso credente -, va ricercato e desiderato, non atteso come un diritto. Tuttavia questa frase ci serve per aprire un ragionamento sulla differenza che dobbiamo, credo, ricostruire tra chi ha fede e chi è ‘ateo devoto’ anche all’interno dello stesso soggetto politico.
La categoria degli ‘atei devoti’ si è imposta in questi ultimi anni e ha molto aiutato a far chiarezza su alcuni punti.
Primo punto: le opzioni politiche “care” al cattolicesimo sono fortemente razionali, comprensibili e condivisibili anche da chi non ha fede. Parlare di dignità della vita, di famiglia, di parità scolastica, sul solco della dottrina sociale della Chiesa, non impone la condivisione del credo religioso, ma l’adesione ad una visione personalistica che si tiene in piedi anche “senza” Dio o avendo dubbi sull’esistenza di Dio. Magna pars nell’emersione di questo fenomeno ritengo sia stata la ‘persona’ di Papa Ratzinger che ha potentemente ricercato e fondato culturalmente lo spazio di dialogo tra credenti e non credenti. Non a caso il ‘Cortile dei Gentili’, promosso dal Pontificio Consiglio per la Cultura, è diventato uno dei luoghi più interessanti dello scambio culturale tra credenti e non credenti a livello italiano ed europeo e si appresta a diventare un sentiero fertile anche per la cultura mediterranea. D’altronde per la Chiesa universale, l’Occidente, tale anche per le profonde storiche radici cristiane, è terra di difficile, nuova e urgente rievangelizzazione. Il fulcro e il solco di tale strategia è dato dalla connessione tra  ragione e  fede e dalla centralità della ‘persona’.
“Non vogliamo convertire gli atei, vogliamo solo proporre un dialogo che eviti il vuoto, gli stereotipi e la banalità”, è questo che dice Mons. Ravasi. Del resto un Papa tedesco, che sa bene che la teologia è una scienza, non poteva non tentare di rimuovere l’ossessione di Porta Pia che ancora assedia il dialogo tra laici e cattolici in Italia.
Sono state tante, tantissime, le occasioni nelle quali il contributo degli “atei devoti” è stato insostituibile per raggiungere risultati che i cattolici, da soli, avrebbero fatto fatica a cogliere. Mi vengono in mente alcuni fatti precisi.
Il referendum sulla procreazione assistita fu vinto anche grazie ad una splendida affermazione di Giuliano Ferrara quando ebbe a dire che serviva prudenza nel “maneggiare” gli embrioni perché noi “non sappiamo, fino in fondo, se si tratta di qualcosa o di qualcuno”.  Aiutò alla causa di certo molto di più di tante altre posizioni.
Il “caso Englaro”, che pure finì tragicamente, ebbe grande eco non solo per la posizione dei cattolici, ma anche per la scelta a favore della vita “in ogni forma, tempo e caso” che molti non credenti o personalità di tradizioni diverse da quella storica del cattolicesimo impegnato in politica fecero con forza e determinazione (ricordo in particolare l’allora Ministro Sacconi di matrice socialista e il Sen. Quagliariello).
La centralità delle politiche per la famiglia così come di quelle per la parità scolastica trovano nell’impegno degli ‘atei devoti’ una chance fortissima che certo va a rafforzare le tante pluridecennali battaglie dei cattolici. Si pensi all’incapacità cultural-politica, nonostante il riconoscimento formale presente nella Riforma Berlinguer, di dare sostanza alla differenza tra scuola statale e scuola pubblica!
Punto secondo: il centro-destra come il luogo privilegiato per l’incontro tra cattolici e laici nel solco della tradizione personalistica e liberale occidentale. Gli ‘atei devoti’ hanno partecipato con grande efficacia e passione alla sfida di costruire in Italia un grande soggetto liberale, popolare, cristiano non confessionale. L’hanno fatto tanto e forse più dei cattolici che avevano sperimentato la grande laicità della DC, rimanendone poi condizionati e attardati culturalmente.
La presenza consistente di ‘atei devoti’ nel centro-destra ha dimostrato come il centro-destra sia la “casa” naturale di un’opzione politica (e culturale) laica, ma non laicista, che trova nella decodificazione del rapporto dialettico religione-civiltà/cultura (una evoluzione della teoria crociana del “non possiamo non dirci cristiani”) un punto di forza vero e fecondo. Di grande interesse è stato il recente incontro su ‘Il PDL e i valori non negoziabili’  promosso da Magna Carta dove è emerso il dato che una cultura laica e liberale non può non avere essa stessa valori ‘non negoziabili’.
Punto terzo: non c’è bisogno di un partito unico dei cattolici perché le questioni che stanno a cuore ai cattolici, in quanto razionali e fondate in un umanesimo “liberale”, possano ben farsi strada in contesti politici ampi legati alla tradizione popolare europea, che di per sé da ultimo ha allargato la “casa madre” democristiana per accogliere molta parte della tradizione conservatrice europea. Ciò non esclude che i cattolici possano stare anche da altre parti, e infatti ci stanno, ma è innegabile che, sui temi sensibili legati all’etica e alla politica dei valori ‘non negoziabili’, sia intesi come fondanti del cristianesimo che come principi scelti e caratterizzanti una democrazia liberale, il centro-destra sia stato più affidabile e aperto per i cattolici.

A questo punto, tuttavia, chi ha fede deve pur farsi una domanda: che cosa noi portiamo, non in più, ma di diverso, rispetto agli ‘atei devoti’? Esiste un modo di far politica dove i “segni”  del dono della fede si possano vedere oltre l’adesione valoriale comune e le battaglie di principio che facciamo insieme, dentro il medesimo partito, uniti nella stessa coalizione avendo la forza di creare quella maggioranza numerica grazie alla quale la politica ha la capacità di fare scelte conseguenti e vincenti? Siamo, noi cattolici, in grado di dimostrare una nostra particolarità e peculiarità mostrando il dono della fede? Oppure dobbiamo pensare che la fede sia una scelta individuale e che in termini pubblici l’ateo devoto e l’uomo di fede siano sovrapponibili perché credono, seppure su categorie diverse, le medesime cose e per i medesimi valori fanno battaglie e costruiscono partiti politici di matrice popolare e liberale?
Possono i cattolici che hanno fede, o meglio che sentono la grazia di avere la fede, sentire e testimoniare qualcosa di diverso? Credo di sì. C’è nella nostra esperienza e nella nostra riflessione un senso di appartenenza direi una ‘categoria’ del sentimento e del pensiero cristiano che si chiama “il Popolo di Dio”, una percezione ben precisa che sia chiama “Provvidenza” e un approccio costante alla realtà quotidiana che si chiama “stupore” verso il creato inteso come luogo sacro.
Il “Popolo di Dio” prima riferito al popolo ebraico, poi a quello cristiano è stato recuperato come concetto nel Concilio Vaticano II. Qui la Chiesa, “erede del popolo dell’Antica Alleanza ampliato e redento da Cristo, non è una realtà disincarnata, che sta fuori o al di sopra della storia, ma una realtà inserita nel tempo, un popolo in cammino, che non cammina in disparte ma in mezzo agli altri popoli, condividendone i problemi, le difficoltà, le angosce, operando come il buon samaritano e il buon pastore”. In questo senso la dimensione è comunitaria e personalistica al tempo stesso e vi è l’idea, o meglio la certezza “provvidenziale”, che questo Popolo fatto di singoli sia funzionale al cammino di ognuno e che nel cammino di tutti vi sia la strada di ciascuno. Questa impostazione “di comunione” che vede nel Popolo di Dio il corpo vivo nel quale si realizza la missione di ciascuno ha una sua dimensione ben precisa – direi quasi teologica- che non è la “gente”, non è la “società”, non sono “le persone” ma è la Chiesa nella storia. Questo fa sì che le cose, le medesime, siano viste al modo stesso rispetto a coloro che il concetto di Popolo di Dio non possono averlo, ma con un’accezione aggiuntiva – e non migliorativa, sia chiaro- che chi ha fede in ogni caso sente e dovrebbe poter comunicare.
Così come il concetto di “Provvidenza” nella storia non può avere per il cattolico una dimensione di natura “casuale” o fatalistica ma è ciò che è: “la cura che Dio ha per i suoi” e per tutte le creature. Ricordo il passo di Matteo (6:25; 10:29-31) “Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete”. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? (…) Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri”. Ciò non è ascetismo, atarassia o pauperismo ma è, appunto, affidamento alla “cura che Dio ha per i suoi” unita al richiamo, che poi vedremo, ai talenti e all’impegno in prima persona come realizzazione di ciò che Dio ha in mente per noi. Questa “cura” di Dio si sostanzia nel passaggio del Padre Nostro “dacci oggi il nostro Pane quotidiano” che estensivamente significa: ‘dacci ad ogni giorno la pienezza per quel giorno’. Questi richiami forse nulla cambiano su ciò che facciamo rispetto ad altri, ma danno una prospettiva diversa – e ripeto non migliore ma ‘altra’- al modo di fare e vedere le questioni del mondo. In particolare in questo tempo dove le carte dell’impegno politico e sociale si stanno rimescolando: si pensi ai significati diversi del cosiddetto Terzo settore o non profit che va dal volontariato espressione della sussidiarietà, di una volontà di partecipazione dal basso antistatalista per eccellenza, all’associazionismo di servizio sostitutivo di un troppo pesante e costoso stato sociale.
Stesso discorso vale per la valorizzazione della persona intesa come “vestigia Dei” per dirla con Sant’Agostino e che, quindi, porta con sé un richiamo d’infinito che non la slega dai propri limiti, errori, responsabilità ma che in ogni caso ha sempre aperto un canale di redenzione e riscatto che è oltre la storia e che nella storia si realizza.
“Popolo di Dio”, “Provvidenza”, “Persona” non sono quindi categorie che necessariamente ci rendono diversi nel nostro agire perché ci sono uomini e donne che al posto del “Popolo di Dio” hanno la sacralità della comunità, al posto della “provvidenza” hanno il rispetto per l’imprevedibilità che non raramente sembra avere una sua “ratio”, che in luogo di “persona” vedono individualità uniche e irripetibili e perciò hanno comportamenti del tutto analoghi a quelli che dovrebbero avere i cattolici. Però hanno categorie diverse che si possono respirare e declinare diversamente.
E’ questa diversità, questo dono della fede che non ha spessore “politico”, ma ha una sua rilevanza “pubblica” nel modo di leggere le ragioni prime ed ultime, che forse dovremmo imparare a far sentire dal vivo e dal vero ai nostri “compagni di strada”.
Giovanni Paolo II diceva “Gli uomini del nostro tempo chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma di farlo loro vedere” tramite il nostro vedere le cose, vivere la vita, approcciarsi agli altri.
Forse dovremmo esercitarci di più a dimostrarci come “donne e uomini di fede” non in termini di ostentazione, ma in termini di diverso modo di leggere le medesime cose.
Questa è la cifra del praticare il dono della fede a viso aperto e a testa alta avendo il coraggio di dire “fede” e di far scoprire a chi ci sta vicino il nostro modo di guardare la vita senza paradigmi, sapendo che non abbiano nulla da insegnare ma semmai solo da comunicare un dono che, forse, crediamo di avere e che proprio per questo ci mette alla prova tutti i giorni.
Per questo nel titolo è scritto “diversi, ma insieme agli atei devoti” perché una diversità di fondo c’è ed è la fede che non ha valenza privatistica né intimistica, ma ha dimensione di vita piena. Tuttavia nella vita piena c’è anche la dimensione pubblica cioè politica che ci trova uniti agli atei devoti nella battaglia circa i valori non negoziabili e quindi nella scelta di vivere insieme in un medesimo soggetto politico dove non esistono “fratelli maggiori” o “minori” ma solo uomini e donne che hanno scelto la cristianità chi per ragioni di “testa” e chi anche per ragioni di “cuore”.  E’ bene che ognuno abbia lo spazio, la forza, il coraggio e il modo di raccontare le proprie ragioni.
COSA SI MUOVE NEL MONDO CATTOLICO
E’ sotto gli occhi di tutti il diffuso attivismo del mondo cattolico nelle sue diverse espressioni, una sorta di risveglio che ricorda, mutatis mutandis, la vitalità che caratterizzò la presenza dei cattolici della società italiana del dopoguerra, meno strutturato, più problematico, in ricerca. Oggi non sono palesi e visibili le ferite nella e della società, ma sono evidenti le sconnessioni e i sommovimenti di una comunità alla ricerca di risposte a problemi inediti. E’ un dato che trova riscontro in tutte le società europee occidentali, ma che in Italia ha caratteristiche diverse soprattutto nei luoghi della rappresentanza politica. Non è un caso che tutti i partiti siano alla ricerca di nuove modalità di consenso e di rappresentatività dovute certo all’ingresso massiccio delle nuove tecnologie della comunicazione, ma ciò che appare in crisi è soprattutto la loro identità. E’ come se il mondo cattolico cogliesse e studiasse queste novità e volesse attraverso le tante manifestazioni, i seminari, gli incontri far sentire la propria voce e il proprio sentire.
In Toscana, storicamente avvezza a momenti di confronto, si sono moltiplicati gli appuntamenti promossi dalle Diocesi su temi legati alla dottrina sociale della Chiesa promossi sia dalle strutture ecclesiali che dall’associazionismo storico come ‘Supplemento d’anima’. Il dato, tuttavia, è nazionale.
Ricordo il Festival della Dottrina sociale della Chiesa di Verona (che si ripeterà nel prossimo settembre), ma, per il rilievo che ha assunto e per le presenze che ha mosso – tre dei relatori sono diventati ministri del governo cosiddetto tecnico di Monti -, la mente va all’incontro di Todi.
Detto questo, faccio due considerazioni di premessa prima di dare avvio ad alcune riflessioni circa il tema.
La prima: molti incontri sul livello nazionale hanno coinciso con la chiusura dell’esperienza del Governo Berlusconi che, inutile dirlo, ha rappresentato e rappresenta un elemento di difficoltà e di perplessità per il PDL, cattolici del PDL ovviamente compresi, temperato dalla celebrazione di congressi locali che hanno consolidato la segreteria di Angelino Alfano indicato nel luglio 2011 dal Presidente Berlusconi e votato dal Consiglio nazionale.  Non raramente molti esponenti del mondo cattolico, non si sa quanto titolati a fare da portavoce di tutto il “Popolo di Dio”, si sono espressi con parole severe nei confronti del Presidente Berlusconi a seguito di suoi presunti atteggiamenti privati che sarebbero assurti prima a pubblici reati e poi a pubblici peccati. In questo senso credo di poter dire che qualche eccesso di moralismo, nel caso con valenza propriamente politica, abbia caratterizzato alcuni esponenti del laicato cattolico e questo non lo dico per “difesa d’ufficio” ma perché l’esorbitante centralità di illazioni o simil prove estorte all’intimità di una casa privata dovrebbero invitare a maggior prudenza. Tra le altre cose un eccesso di moralismo non fa bene a chi lo pratica perché porta al piano dei comportamenti individuali il giudizio complessivo su questioni generali quando, e bene lo sa la Chiesa, la dimensione del comportamento singolare ha rilievo (morale e/o penale) per chi lo fa, ma non inficia il giudizio sulle “opere” pubbliche di chi rappresenta le Istituzioni. Crediamo, e lo tratteremo sul paragrafo dedicato alle “omissioni”, che i cattolici del e nel centro-destra abbiano forse peccato di timidezza non nel difendere il Presidente Berlusconi, che certo si difende bene da sé, ma nel non rimarcare quanto sia stato assai poco edificante un dibattito politico tutto orientato su presunti comportamenti personali usati per esprimere giudizi politici a loro volta utili a liquidare l’esperienza del PDL che, mi pare, alla causa dei valori del cattolicesimo impegnato in politica aveva invece dato prova di sicura affidabilità. Il vero “peccato” anche dei cristiani impegnati è stato quello di aver ridotto tutta la dialettica politica al semplice criterio dell’antiberlusconismo! In questo gioco sono stati coinvolti comprensibilmente ma impropriamente e strumentalmente anche movimenti di donne come ‘Se non ora quando’ alle quali chi ha conosciuto i movimenti femministi del secondo dopoguerra ha l’obbligo di ricordare che la presenza nelle istituzioni politiche delle donne non è un fatto legato alla morale privata di un presidente del consiglio ma al fenomeno ben più profondo e cioè alla ‘sordità’ dei partiti e il limitato interesse delle donne stesse di trasformare la loro presenza nella società in presenza politico-partitica.
La seconda riflessione: la critica alla politica attuale – che mi pare oggi essere comune non solo al mondo cattolico – non deve né può necessariamente risolversi da parte dei cattolici con il richiamo al partito unico dei cattolici. In sostanza: si può essere persuasi che il sistema così non funzioni, che la questione morale s’imponga come urgente (tema che non appartiene solo ai cattolici), che esista un vulnus sempre più ampio tra cittadini e politica senza per questo teorizzare che servano nuovi partiti o un partito di soli cattolici. Chi scrive pensa, anche a seguito di quanto ha visto e sentito, che si è cercato di forzare una critica severa che il mondo cattolico ha fatto e fa – e che in larga parte non si fa fatica a condividere – come una nuova “crociata” da parte della Chiesa che “rivorrebbe” il proprio partito di riferimento. Non mi pare che sia così o almeno non mi pare che questo sia il sentire prevalente. Tuttavia questa interpretazione – più filo “centrista” che non filo “cattolica” – ha confuso il dibattito anche tra i cattolici del centro-destra che hanno spesso inteso il tema del contendere o come una critica al bipolarismo in termini radicali e sostanziali o come una sorta di richiamo della “foresta”.
Crediamo che sia giunto il momento di storicizzare la straordinaria funzione svolta dalla DC nel mantenere la libertà e la pace sociale nel dopoguerra, straordinaria perchè seppe trovare risposte intelligenti ed efficaci in una situazione internazionale e nazionale di complessità ben maggiore delle altre democrazie europee. E crediamo anche sia giunto il momento di storicizzare la demonizzazione verso la DC come partito della corruzione quale prodotto di una scelta più politica che ‘morale’.
Ci è parso che la critica alla politica sia stata estesa all’assetto politico più per esigenza dei cattolici già in politica che non dei cattolici che guardano la politica. Diciamo questo – e ci torneremo – perché se il richiamo fatto è da stimolo vitale allora serve davvero, ma se è un pungolo per riposizionamenti di singoli forse fa più male che bene.
Fatte queste due premesse, veniamo al punto.
Il punto, ci pare di poter dire, è questo: la politica sta attraversando un momento di crisi profonda, troviamo retorico darne le ragioni o gli estremi. A questa crisi ogni realtà viva della società ha il dovere e il diritto di dire la propria. Tra queste realtà vive c’è la Chiesa, c’è il Popolo di Dio e tra quelli che fanno parte del Popolo di Dio ci sono coloro che fanno politica attivamente.
Questi si confrontano, con la Chiesa in primis, su due ordini di questioni: la questione valoriale che in politica non si misura con la sola testimonianza, ma con la capacità di portare a casa “risultati” e la questione morale che è legata a comportamenti sì individuali, ma più ancora alla valutazione collettiva di una politica che fa fatica a realizzare azioni utili a problemi veri (il lavoro, l’economia, la bioetica, l’ambiente, ecc…). Questo è stato magna pars dei dialoghi di questi anni da cui, poi, ognuno ha fatto discendere coerenti e del tutto proprie valutazioni. Valutazioni circa le quali, date le premesse – rimettere al centro la “buona politica” che porta con sé risultati di valore – deve vederci, come cattolici del centro-destra, aperti a ragionare sulle “derivate” ma tenendo presente che le “derivate”, appunto, sono “derivate” e che ciò che sta al centro del ragionamento sono altre considerazioni.
Prima derivata: serve un partito di soli cattolici? La nostra risposta è no. Non serve perché in termini valoriali – al di là della fede – è dimostrato che l’unione con gli atei devoti, che certo qualche problema avrebbero ad aderire ad un “partito confessionale”, è buona e feconda.
Seconda derivata: serve mandare al macero la svolta bipolare? La nostra risposta è no. Crediamo che il bipolarismo sia il frutto del superamento del bipolarismo coatto DC-PCI che ha prodotto un ‘consociativismo’ necessario, magari, durante la guerra fredda ma poi del tutto negativo e anzi “mortale” per l’assetto maturo e normale che richiedono le democrazie alternanti.
Il bipolarismo attuale corrisponde a una forma di democrazia ‘normale’ dove le parti possono alternare perché i fondamentali sono comuni e la differenza si basa su diversi programmi elettorali grazie ai quali si vincono o si perdono le elezioni. E’ vero: il bipolarismo che abbiamo vissuto è stato ammorbato dalla categoria politica – unica per la sinistra – dell’antiberlusconismo che ha impoverito la dialettica politica italiana attraverso toni eccessivi o radicalismi inutili. Il passo indietro di Berlusconi ha avuto il significato di superare questa fase per poter mantenere la struttura bipolare come indicatore di capacità di governo che dia risposte chiare ed efficaci alle domande-proposte degli elettori.
Semmai c’è da valutare il fatto, a cui personalmente attribuiamo una non secondaria responsabilità ai centristi, che il nostro bipolarismo poteva essere centrato sulla costituzione di un soggetto popolare europeo (come aspira oggi ad essere il PDL) già da molti anni, direi dalle elezioni europee del 1999.
Terza derivata: si dà credibilità alla politica cambiando la legge elettorale e reintroducendo le preferenze? In parte forse sì, ma non solo. Va da sé che il sistema elettorale può e forse anche deve essere rivisto, ma il sistema elettorale – compreso quello che prevede l’uso della preferenza – è, appunto, un sistema e non un contenuto. Tra l’altro personalmente – e sappiamo di essere “minoranza” anche tra i cattolici, ma speriamo “creativa”- crediamo che il grande schieramento circa la reintroduzione delle preferenze forse merita di essere collegato all’altro tema che è quello dei costi della politica e del ricambio della classe dirigente. La preferenza, che anche semanticamente ha accezione positiva, non si coniuga bene con il controllo dei costi della politica e con la fluidità del ricambio della classe dirigente. Possiamo dire che queste due osservazioni siano “mali minori”, ma pensiamo opportuno parlarne.
Queste tre derivate – partito unico dei cattolici, bipolarismo, legge elettorale – non sono al cuore del grande dibattito che ha visto animare il mondo cattolico almeno per quello che a noi è sembrato anche se di ciò si è a lungo parlato.
Il cuore del ragionamento ci è parso fosse duplice e ruotasse intorno a questo: una nuova formazione dei cattolici in politica e una nuova sfida da dare alla politica. Di questo e su questo i cattolici di centro-destra, che nel centro-destra bene stanno, non possono esimersi dal fare riflessioni concrete.
Del resto nessuno che nella Chiesa abbia titolo ha chiesto, né penso avrebbe potuto farlo, né di lasciare le proprie “case”, né di diventare costruttori di nuove “case”, ma semmai di farsi portavoce di valori nelle nostre “case”.
Su questo saremo valutati ed è nostra convinzione, nonostante le tante cose che non vanno, che la “casa PDL” sia la più giusta per far valere i nostri valori e i nostri convincimenti.
C’è poi un punto che forse sfugge ai più: quando la Chiesa parla e forma il “Popolo di Dio”, non lo fa per censurare chi nel “Popolo di Dio” ha presumibilmente abdicato, ma lo fa perché è suo precipuo compito. Il vitalismo, quindi, del mondo cattolico nasce certo da una crisi reale e attuale ma risponde al bisogno che la Chiesa ha di parlare con il “Popolo di Dio” e che il “Popolo di Dio” ha di parlare con la sua Chiesa.
Questo dialogo, anche se forte, non è una “dichiarazione” di guerra verso qualcuno, ma è un’esigenza interna e costante che dovrebbe sorprendere quando manca, non quando c’è e che, come la Chiesa spesso fa, orienta le coscienze, non ordina le scelte.
Pensiamo, in conclusione, che da dentro il PDL dobbiamo sì farci orientare facendo però presenti le nostre scelte e le nostre ragioni nella consapevolezza che il dialogo che noi, “Popolo di Dio” abbiamo con la nostra Chiesa, non sarà mai tale se ci limiteremo ad ascoltare.

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