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NOI TIFAVAMO PER ROMNEY, CI PIACEVA UN SACCO IL SUO VICE RYAN!

08/11/2012

La strategia economica di Barack Obama è strutturalmente perdente e la sua riforma sanitaria un autentico disastro. Il discorso pronunciato la sera del 29 agosto da Paul Ryan alla Convenzione nazionale del Partito Repubblicano a Tampa è chiaro e limpido: se vi sconfiggeremo, cambieremo tutto, proprio come voi avete cambiato tutto quanto fatto dal governo di George W. Bush.
Dopo il titolare Mitt Romney e l’incontenibile Chris Christie, dopo il guardingo Newt Gingrich e la signora Ann Romney, dopo il passionale Rick Santorum e i mille altri ospiti della kermesse, è il momento di Ryan quello che segna lo zenit di questa manifestazione politica. Romney è il candidato presidenziale, va bene; ma l’aspetto più smagliante, convincente e puntuto della sfida Repubblicana viene dal Wisconsin e si chiama Paul Ryan.

È la seconda volta di fila che il candidato Repubblicano alla vicepresidenza ruba la scena al front-runner: fu così nel 2008 con Sarah Palin, è di nuovo così oggi con Ryan. Chi fosse John McCain nel 2008 lo si sapeva bene così come bene si sa chi sia Romney ora: per questo in entrambi i casi (anche se tra McCain e Romney passa una differenza abissale) il vero colpo di reni viene dai running-mate. Oggi come ieri, è il candidato alla vicepresidenza che assicura il collegamento tra l’establishment del GOP (che in questa tornata ha sempre puntato su Romney) e la base elettorale, ed è un collegamento vitale. Senza questa liaison, il GOP potrebbe persino non presentarsi alle urne di novembre. Con essa può invece sperare addirittura di spuntarla.
La differenza tra il 2008 e oggi, del resto, sta tutta nel fatto che allora McCain si allontanò troppo coscientemente dal mondo conservatore per sperare che la Palin, ricuperata in extremis al proprio fianco, potesse porre efficacemente rimedio alla situazione (e comunque la Palin impedì che la sconfitta del GOP si trasformasse in un tracollo), mentre per tutto il 2012 Romney ha fatto l’esatto contrario. Ha cercato di contendere ai propri avversari di partito proprio quella palma di “miglior conservatore dell’anno” che invece quattro anni fa a McCain nemmeno interessava. Certo, l’elettorato conservatore non si è lasciato sempre e unanimemente convincere dalle promesse di Romney, ma nel momento in cui l’ex governatore del Massachusetts, per dimostrare la propria perfetta fede (e in modo assai più funzionale di quanto fece McCain), ha scelto di accompagnarsi a Ryan, molti ostacoli si sono appianati. Come ha subito riconosciuto Santorum, con Ryan accanto la proposta politica di Romney è davvero conservatrice e quindi i conservatori la possono votare.
Ryan, 42 anni, padre di tre figli, deputato del Wisconsin, responsabile della Commissione Bilancio della Camera federale di Washington, sta affilando da tempo il coltello della proposta economica anti-Obama sperando di affondarla il prima possibile nelle carni politiche dell’attuale Amministrazione. Non da oggi propone soluzioni alternative, ispirate all’abbassamento delle imposte, alla liberalizzazione di vari settori del mercato statunitense pericolosamente ingessati dallo statalismo obamiano, alla privatizzazione dei servizi, agl’investimenti, alla riduzione sia della spesa pubblica sia delle dimensioni degli apparati statali.
Fu lui a pronunciare la replica di rito al vuoto e retorico Discorso sullo stato dell’Unione svolto da Obama nel 2011, ed è da quel dì di ribalta nazionale che il suo astro cresce. Siccome in quell’occasione l’opposizione congressuale svolse una seconda replica a Obama (se ne incaricò Michele Bachmann a nome e per conto dei “Tea Party”), a qualcuno parve che il fronte Repubblicano fosse già irrimediabilmente diviso fra un’ala ufficiale e l’altra movimentista. Ma non era affatto così (e chi sapeva cosa e dove guardare se ne accorso subito): l’attualità lo conferma bene oggi. Ryan, anche grazie alla giovane età che molto gli permette di ciò che ad altri più attempati suoi colleghi non è invece consentito, riesce contemporaneamente a farsi ben volere sia dal partito sia dai “Tea Party”, come spiega bene su FoxNews Matt Kibble, presidente di Freedom Works, una delle realtà più organizzate, efficaci e attive dentro la galassia della protesta fiscale. Strettamente parlando, Ryan non è il campione puro né dell’una né dell’altra “fazione” del mondo Repubblicano, ma ciò, a questo punto, è un grande vantaggio.
Bene inserito nelle scuderie del GOP, per contro del quale svolge appunto da mesi un lavoro egregio, Ryan ha il physique du rôle adatto a entusiasmare la base. Nulla nel suo curriculum lo rende antipatico all’uno o all’altro versante del GOP (e questi due versanti sanno essere anche molto distanti), scheletri nell’armadio non ne ha, amanti sotto inginocchiate il desco nemmeno, passi falsi inciucisti non ne ha fatti, quando lo vede la Destra pensa di toccare il cielo con un dito.
Antiabortista granitico, schietto oppositore del “matrimonio” omosessuale che tanto piace a Obama e ai suoi ricchissimi supporter organizzati in lobby, cattolico tutto di un pezzo, a lui si deve molto dell’ultima fase cronologica della riconversione della Chiesa Cattolica statunitense sulla candidatura presidenziale Repubblicana (per le altre confessioni è stato strutturalmente più facile), una Chiesa Cattolica esasperata da un braccio di ferro di mesi contro il radicalismo dell'”Obamacare”.
Da mesi la Chiesa Cattolica è infatti in prima fila nella contestazione alla linea Obama; e questo essa facendo nel più americano dei modi possibili, si è guadagnata un plauso senza precedenti da parte di tutte le altre “religioni americane” che han finito per eleggerla leader di fatto. Ma l’effetto Ryan sta producendo persino altro: la “scelta” della Chiesa Cattolica di abbracciare Romney, un mormone, uno che per certi cattolici e per certi protestanti nemmeno può dirsi autenticamente cristiano. Intrinsecamente cristiana se non altro però è ‒ ragiona la leadership cattolica statunitense ‒ l’opposizione risoluta che Romney promette alla linea Obama, e poi quella sua disponibilità a scegliersi per compagno un cattolico integrale come Ryan. Il plauso convinto a Ryan di un conservatore cattolicone come Santorum, che a lungo ha insidiato la nomination di Romney, ha del resto pure il sapore (così di sicuro pensano molti) di un passaggio di testimone nella continuità.
Ad altri (il GOP e il suo establishment, ai conservatori non cattolici, e così via) Ryan va del resto altrettanto a genio poiché comprende come pochi la realtà economica contemporanea, schierandosi per la libertà contro la via della schiavitù. Peraltro, non manca nemmeno chi, tra i conservatori e i Repubblicani non cattolici, oggi saluta con mal celata meraviglia il fatto che un cattolico intero come Ryan sia pure uno strenuo difensore del privato e dell’economia libera di mercato.
Circola infatti un certo pregiudizio tra i conservatori non cattolici statunitensi: che i cattolici fedeli alla dottrina sociale della Chiesa finiscano presto o tardi per tirare la volata alle culture “solidariste”, scambiando il comunitarismo con il socialismo, crogiolandosi nel corporativismo, magari persino concedendo troppo alle strutture statali. Tale pregiudizio è sbagliato, e basta citare a testimone lo storico Thomas E. Woods jr., cattolico e libertarian. Ma gli è che purtroppo molti cattolici offrono davvero il fianco al diffondersi di queste dicerie; la dottrina è in salvo, certo, ma è l’atteggiamento culturale di certi cattolici a offrire il destro. Diversi di quei cattolici oggi dicono “Votiamo Ryan perché è cattolico, nonostante le sue idee economiche”: mentre invece è vero ciò che rispondono altri cattolici, culturalmente più robusti e conseguenziali: “Votiamo Ryan proprio per le sue idee cattoliche anche in economia”.
Il “liberismo” di Ryan, infatti, è né più né meno che l’applicazione cristallina del principio di sussidiarietà, perno sì della dottrina sociale della Chiesa ma spesso più citato che davvero compreso da certi cattolici che pure vorrebbero genuinamente ispirarsi al magistero sociale cattolico. La sussidiarietà, che è l’essenza autentica dell’impianto federale delle istituzioni statunitensi, è l’antidoto più sicuro allo statalismo, ed è di questo che Ryan fa il centro della propria proposta economica “liberista” alternativa all'”Obanomics”. Se ne sono accorti anche gli evangelical più rigidi, come quelli della rete televisiva CBN, i quali, per nulla spaventati da questa virtuosa ingerenza della fede cattolica nell’impianto economico-politico di Ryan, salutano la cosa come un gran guadagno per tutti.
Insomma, Ryan è cattolico perché è conservatore ed è conservatore perché è cattolico anche e soprattutto in campo economico (che è il suo pane quotidiano), e agli occhi degli americani la sua siffatta proposta economica ne fa un americano vero. È la quadratura del cerchio, notata e apprezzata persino da mons. Robert C. Morlino, vescovo della diocesi di Madison, in Wisconsin, di cui Ryan è un fedele. In un magistrale intervento sul Catholic Herald della diocesi di Madison datato 16 agosto in cui distingue i “princìpi non negoziabili” (tra cui il diritto alla proprietà privata) dalle scelte legittimamente opinabili, il prelato sottolinea che la politica attuale del candidato Ryan è la proposta al Paese fatta oggi da un cattolico ben consapevole di tutti i contenuti della dottrina sociale della Chiesa. Non è un endorsement, eppure lo è. Autorevole, ci scommetto concordato ben in alto.
Insomma, è nata una stella. Si chiama Paul Ryan e se ne parlerà ancora a lungo.

Di Marco Respinti

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From → POLITICA

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