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L’ASTENSIONISMO: ESPRESSIONE DELL’ANTIPOLITICA O NUOVO PARTITO DI MAGGIORANZA?

31/10/2012

Non ci si può limitare ad esecrare l’antipolitica: al suo interno c’è qualcosa da ascoltare. Astensionismo, disaffezione, caduta dei partiti tradizionali ci parlano di un grido di sdegno, della volontà di non fornire ulteriore legittimazione a qualcosa in cui non si ha più fiducia.
Possiamo con ragione affermare che non è stata comunque la società a ritirarsi dalla politica, come erroneamente si pensa; semmai è stata proprio la politica che ha perso la capacità di ascoltarla e di comunicare con essa.
Il discredito che oggi avvolge tutti i principali partiti non è una invenzione di fantomatici antipolitici, ma se lo sono procurato “motu proprio” i partiti stessi, offrendo, specie negli ultimi tempi, uno spettacolo di corruzione, di contiguità con la mafia, di privilegi e sprechi di denaro pubblico, di incapacità amministrativa. Tutti fattori che hanno generato un fenomeno che sembra diffondersi a macchia d’olio tra gli italiani: l’astensione, il non-voto.

L’astensione non è antipolitica, bensì una delle opzioni della politica. Il 50% degli astensionisti, infatti, non si rifugia in un atteggiamento di rifiuto della politica, ma indica esattamente negli attuali partiti la ragione della mancata partecipazione elettorale. I comportamenti dei politici vengono percepiti con la massima negatività e l’utilizzo dell’incarico pubblico per un interesse puramente privato risulta una delle maggiori preoccupazioni, così come emergono altre valutazioni di ordine morale o comportamentale.
Pertanto, si possono individuare due fattori principali che potrebbero far tornare gli astensionisti al voto: una nuova classe dirigente nella politica – popolata da nuovi protagonisti e nuovi leader, magari più giovani degli rappresentanti – ed una maggiore generale moralità nella cosa pubblica, governata stavolta da gente più onesta, trasparente e disposta ad agire esclusivamente nella legalità.
Il non-voto rappresenta, in modo crudo e malsano, quella frattura che si è venuta a creare tra chi ancora si sente di far parte di un sistema e chi invece da sempre ha cercato o ha chiesto di cambiarlo. Quindi non posiamo rinunciare a riflettere sui dati sia delle ultime elezioni amministrative del maggio scorso, sia delle più recenti elezioni regionali in Sicilia: in entrambi i casi è emerso che nessuno ha realmente vinto e che poco più del 50% dei votanti pensa di poter rappresentare un Paese nettamente diviso in parti uguali. In effetti, se tutti coloro che si sono astenuti – ovvero la maggior parte degli aventi diritto al voto – decidesse di formare un movimento, sarebbe il primo partito maggioritario in Italia e, con l’attuale sistema elettorale, potrebbe governare da solo senza accordo alcuno con gli altri schieramenti.
Tuttavia, se da una parte risulta chiaro che la politica stenta a governare una società sempre più complessa e a raccogliere la domanda popolare in una stagione ella storia che invece richiede grande capacità di visione, progetti globali e lo sforzo di tutti per venire fuori da una crisi che si preannuncia ancora lunga, dall’altra è anche vero che, nonostante questo stato di cose, non necessariamente devono venir meno la passione per la democrazia e l’impegno per il bene comune.
Abbiamo il diritto di scegliere per la nostra vita e, al tempo stesso, il dovere di decidere per la vita delle generazioni future; per questo abbiamo il dovere morale di non astenerci. Il cittadino deve essere partecipe della scelta – scelta che avviene oggi, fortunatamente, nella massima libertà – di chi dovrà rappresentarlo. Chi deliberatamente non coglie questa opportunità, poi non venga a lamentarsi!

Di Marina Pitone

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From → POLITICA

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