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LA VERITA’ DELLA MARCIA SU ROMA: L’ASCESA DI MUSSOLINI TRA CONSENSO POPOLARE E PAURA DEL COMUNISMO

28/10/2012

A seconda della convenienza, la marcia su Roma viene presentata a volte come un colpo di stato incruento, altre come un tentativo di insurrezione armata. Tesi inverosimile la prima, in quanto i golpe li fanno i militari in totale segretezza, mentre la marcia su Roma fu una manifestazione pubblica e ampiamente propagandata; pura fantasia anche la seconda tesi, dal momento che non fu sparato un solo colpo né versata una sola goccia di sangue. In quei giorni la vita a Roma proseguì nella totale normalità quotidiana.

Le fabbriche, le scuole, i negozi, gli uffici pubblici rimasero aperti. L’occupazione da parte dei fascisti di alcune prefetture furono solo degli atti simbolici che comunque non impedirono l’ordinario svolgimento delle attività; inoltre sarebbero bastate un paio di fucilate dell’esercito (la capitale era difesa da circa 28.000 soldati) per mettere a tacere i pochi pericolosi sovversivi che si aggiravano per la città. In realtà quindi, nonostante la sua “mitizzazione”, la marcia su Roma fu essenzialmente una parata che non influì più di tanto sulle sorti politiche dell’Italia. Era stata organizzata come una grande manifestazione di piazza dal futuro Duce che, nel frattempo, trattava anche con i partiti dell’area governativa per preparare un governo di coalizione. Quando due giorni dopo, il 30 ottobre 1922, il re gli conferì l’incarico, la lista dei ministri era già pronta e di questa compagine i fascisti erano solo tre. Vi erano rappresentate tutte le forze parlamentari, eccetto socialisti e comunisti. In pratica fu un governo che oggi definiremmo “di larghe intese”.
Senza il sostegno dei partiti cattolici e liberaldemocratici – da quello popolare vicino al Vaticano a quello liberale di Giolitti e Salandra – Mussolini non sarebbe mai andato al potere. E fu così che il 16 novembre di quello stesso anno si presentò al Parlamento dove ottenne alla Camera una larghissima maggioranza. Decisiva, quasi schiacciante, fu anche la fiducia ottenuta al Senato dove ebbe soltanto pochissimi voti contrari.
In Parlamento Mussolini guadagnò la piena fiducia di personalità politiche di grande rilievo come i futuri presidenti della Repubblica Enrico De Nicola e Giovanni Gronchi. Figuravano nomi importanti del panorama politico italiano come quello di Alcide De Gasperi, futuro Presidente del Consiglio nell’immediato dopoguerra, e dei precedenti capi del governo quali Giolitti, Salandra, Facta, Bonomi e Orlando. La sua nomina fu accolta con soddisfazione anche da alcune personalità del mondo culturale e accademico come Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi e Giuseppe Ungaretti.
Mussolini, a 38 anni, ottenne dunque l’incarico di formare il suo governo non in virtù di una manifestazione di piazza, seppur massiccia e ben organizzata, bensì in forza delle sue capacità di mediazione politica e di coinvolgimento popolare che lo indicavano come l’unico in grado di risollevare le sorti del Paese in quel difficile momento storico.
Quando Mussolini assunse il potere, L’Italia era, in effetti, in totale disfacimento istituzionale. I governi cadevano uno dopo l’altro per l’incapacità della classe dirigente liberale di affrontare gli enormi problemi sociali ed economici che affliggevano il Paese. I partiti di sinistra e le organizzazioni sindacali si limitavano a proporre soluzioni demagogiche che miravano a fare dell’Italia uno stato totalitario sul modello sovietico. Una guerra vittoriosa, ma disastrosa nelle sue conseguenze, con i suoi seicentomila morti e novecentomila tra feriti e mutilati, aveva creato una voragine nei conti dello stato, distrutto l’agricoltura e frenato l’economia ancora imperniata su un’industria bellica che stentava a riconvertirsi. I soldati che tornavano dal fronte, una grande massa di uomini provati fisicamente e distrutti moralmente, senza più lavoro ed alcuna prospettiva, venivano accolti con ostilità e sbeffeggiati da sinistra e dai “pacifisti”.
Il drammatico e sempre più accentuato contrasto fra le precarie condizioni del proletariato e dei contadini, i quali avevano il loro tributo di sangue e sofferenze in trincea, e il lusso esibito dai “pescecani”, i nuovi ricchi che avevano tratto enormi profitti dalla guerra, acuì le tensioni in un Paese sempre più segnato dall’aumento vertiginoso del costo della vita e il ritmo galoppante dell’inflazione.
Il malcontento popolare infine scoppiò in forme violente che portarono alla formazione di vere e proprie strutture paramilitari che affiancavano l’azione politica dei partiti, come quella comunista dei cosiddetti “Arditi del Popolo”. I sindacati proclamavano scioperi e occupazioni di fabbriche a cui gli industriali rispondevano con serrate e licenziamenti. Le manifestazioni di piazza si concludevano spesso con scontri a fuoco con le forze di polizia che ogni volta lasciavano sul selciato decine di morti e feriti.
Le violenze fasciste, su cui la storiografia ufficiale pone tanta enfasi, vanno dunque inquadrate in questo contesto di guerra civile di tutti contro tutti a cui la politica di Palazzo non sapeva dare risposta. Le manganellate e l’olio di ricino dei fascisti furono pertanto la conseguenza delle violenze ben più sanguinose di comunisti, socialisti e repubblicani, che misero a ferro e fuoco l’Italia, e alle prevaricazioni e imposizioni dei sindacati filo-leninisti che caratterizzarono il tristemente noto “biennio rosso” 1919-1920.
L’Italia, stanca e sfiduciata, era a un passo dal baratro. Anche l’Europa e l’America guardavano con grande apprensione al nostro Paese considerato una nazione a rischio, pericolosamente vicina ad una svolta di stampo sovietico che avrebbe potuto estendersi al resto del continente dove già si stavano affermando i partiti comunisti legati a Mosca attraverso la Terza Internazionale. Di conseguenza, quando Mussolini fu chiamato a reggere le sorti del Paese, molti tirarono un sospiro di sollievo, sia in Italia che all’estero.
Mussolini inoltre – elemento non trascurabile – godeva di una ampio consenso popolare senza il quale (mai e poi mai!!) avrebbe potuto raggiungere il potere. Se fosse bastata una grande parata, condita con un po’ di violenza, per conquistare il potere, chiunque l’avrebbe fatto.
Gli storici marxisti insistono ancora oggi a presentare il fascismo come braccio armato del capitalismo, composto quasi esclusivamente da una minoranza facinorosa di piccoli borghesi ed ex militari ambiziosi e frustrati. Le ricerche di Renzo De Felice, Arrigo Petacco e Indro Montanelli, che sono tra i più autorevoli e profondi conoscitori del fascismo, dimostrano invece il contrario e cioè che quello mussoliniano fu un grande movimento di massa nel quale affluì con entusiasmo gran parte della classe lavoratrice attratta da un programma socialmente avanzato e stanca della litigiosità dei partiti tradizionali e dell’inconcludente sindacalismo, come dimostrato dal fatto che, in occasione della marcia su Roma, la social comunista CGL neppure si azzardò a proclamare uno sciopero generale, certa che si sarebbe concluso con un flop.
Ottenuto l’incarico, il nuovo governo si mise subito a lavoro per risanare i conti pubblici, contrastare la disoccupazione, rilanciare l’economia e gettare le basi dello Stato Sociale, dove significativi traguardi furono raggiunti grazie ad un’accorta gestione dei conti pubblici, alla riorganizzazione dell’amministrazione statale, ad un grande piano di opere pubbliche che ridiede finalmente slancio all’economica. Non dimentichiamo gli importanti servizi al cittadino come la riforma sanitaria, al fine di garantire a tutti gli italiani un’assistenza pubblica e gratuita; la riforma organica della scuola ora aperta a tutti i ceti sociali (mentre fino ad allora era stata esclusivamente privata o confessionale); l’abolizione del lavoro minorile; gli ammortizzatori sociali; gli assegni familiari; le case popolari; gli asili nido; ecc.
Un regime comunque blando e basato – è bene ribadirlo spesso – sul consenso popolare proprio in virtù degli enormi successi ottenuti in campo economico, sociale e internazionale.
In seguito, le sciagurate leggi razziali, una guerra mondiale più subita che voluta, una tragica guerra fratricida hanno poi, in parte, vanificato e offuscato quanto di buono fu realizzato in quegli anni. E se ancora oggi, a novant’anni dalla marcia su Roma – e a dispetto della storia – si insiste a criminalizzare il fascismo e a sminuire i suoi meriti è perché, a dire la verità, si ha paura del confronto tra i fatti del regime, ossia tra ciò che è effettivamente successo in quel periodo, e le chiacchiere dei partiti.

Di Marina Pitone

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From → POLITICA

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