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POLITICA CULTURALE E ITALIAN STYLE: LA SOLUZIONE PER IL RILANCIO DEL MADE IN ITALY

10/10/2012

Basterebbe guardare all’estero per accorgersi come una politica culturale seria possa diventare determinante per lo sviluppo economico del nostro Paese, dove ci sarebbero tutte le condizioni per collocare la cultura agli altri settori produttivi e dove possiamo orgogliosamente vantarci di un patrimonio di conoscenze probabilmente insuperabile, tutte riassunte nel cosiddetto Italian Style in cui si fondono cultura scientifica e cultura umanistica, creatività e industria.
Un’impressione sempre più forte è che tutto il mondo percepisce il Made in Italy (i prodotti industriali e artigianali italiani) come un’espressione diretta dell’Italian Style, una conseguenza, cioè, del patrimonio culturale italiano, quindi un frutto della cultura italiana. Tutto il mondo tranne noi!

Qui, infatti, il Made in Italy risulta ancora strettamente connesso a due ambiti: il lusso e la creatività. Per quanto riguarda il lusso, questo è tuttavia concepito secondo una considerazione errata e antica che lo associa ad altri significati, tra cui quelli di esclusività, artisticità, élite, ricchezza, costo elevato; mentre oggi il concetto di lusso è oggetto di una dilatazione significativa che coinvolge aspetti di natura intima, riconducibili alla sfera del benessere e dell’equilibrio personale. E’ divenuto un concetto molto ampio, in cui i suddetti significati non sono più necessariamente ad esso connessi. Dunque, un oggetto può essere lussuoso anche se non costoso, anche se non elitario. Il Made in Italy, tuttavia, non ha ancora compiuto questo salto valoriale. Un equivoco simile investe anche il concetto di creatività, termine col quale si vuole indicare una certa artisticità, piuttosto che la disposizione umana di produrre, in qualunque ambito, idee originali, di unire cose e concetti in maniera del tutto nuova e inaspettata. Quindi: l’ingegneria è creativa, la tecnologia è creativa, la botanica è creativa. Nel resto del mondo – in particolare in alcuni Paesi emergenti, ma dalle resistenze culturali molto forti (india, Iran, Corea, Nuova Zelanda), lo sanno molto bene, mentre qui da noi lo abbiamo dimenticato, cosicché il Made in Italy è connesso esclusivamente ad ambiti ambiguamente artistico/creativi (moda, design, architettura), ma non sfiora neppure i settori più avanzati dell’industria contemporanea, in particolare quelli legati ai new media e alle new technologies. In tal senso, allora, possiamo dire che il Made in Italy è limitato e arretrato.
L’impressione che se ne ricava è, pertanto, quella di un ritardo culturale abissale, incapace di liberarsi di vincoli e di pregiudizi e, al tempo stesso, incapace di immaginare un modo diverso di produrre e quindi di manifestare l’italian Style. Alla fin fine, dunque, incapace di leggere le dinamiche di consumo, di comprendere i meccanismi che attraggono e che spingono a consumare e a vivere i prodotti e le esperienze.
La conclusione di fondo è che l’italia (proprio l’Italia!) manchi di una consapevolezza culturale: carenza, questa, che si traduce in un’assenza di politica culturale, vale a dire in un’assenza di visione strategica complessiva che consideri la cultura una risorsa alla stregua delle altre, ossia in grado di imporsi come una delle leve forti dello sviluppo economico.
Alcuni dei Paesi che negli ultimi anni hanno fatto registrare un significativo tasso di crescita e di competitività (Irlanda, Giappone, Canada, Paesi Scandinavi, Benelux, e alcune aree degli Stati Uniti) hanno fatto della politica culturale uno degli assi portanti della propria politica economica, ossia uno degli strumenti centrali attorno al quale nel primo decennio del 2000 è stato pensato e sostenuto lo sviluppo. Da noi invece, nello stesso decennio, la competitività è scaduta ai minimi storici e la politica culturale si è limitata ad un fiorire di grandi eventi e mostre che, fra l’altro, in un contesto debole come il nostro, oggi non funzionano più, perdendo pubblico e disperdendo capitali. Quei Paesi, al contrario, ci segnalano che avere una politica culturale significa comprendere che è in corso una radicale trasformazione delle dinamiche motivazionali delle persone, per cui il tempo libero e la sua occupazione (o consumo) ha assunto una centralità vitale per gli individui. Ci segnalano inoltre che avere una politica culturale significa possedere una visione strategica complessiva della cultura, mettere cioè in atto politiche non episodiche né tanto meno conservative, ma, al contrario, profondamente laiche, interdisciplinari, fondate sul legame fra arte, scienza e tecnologia, piuttosto che sulla loro separazione. Potrebbero insegnarci, infine,che avere una politica culturale significa pensare alla cultura come qualcosa di vivo e di dinamico, un laboratorio e una sperimentazione costanti, capaci di generare sì sviluppo sociale, elevazione culturale e aumento della secolarizzazione, ma anche crescita dei mercati culturali e, soprattutto, spillover verso altri settori dell’economia: dai servizi, all’industria manifatturiera, al turismo. Così, secondo questa visione, dotarsi di una politica culturale equivarrebbe ad avere una politica interna della cultura, ossia una visione ed un progetto tesi a generare anzitutto un clima utile e fecondo per la comunità che, forte e consapevole del patrimonio prodotto e accumulato nel passato, si alimenta con i bisogni, le istanze, le idee generate giorno dopo giorno dalle persone e dalle imprese. Significa dare luogo ad una comunità culturalmente orientata e significa anche dotarsi di un piano a lungo termine che, facendo leva su tale orientamento, rafforzi la propria presenza sullo scenario internazionale per competere sui mercati globali. Tale piano, se fondato sul rilancio e sul potenziamento delle attività creative, sulla valorizzazione delle culture e delle tradizioni regionali, sulla formazione delle persone nel sistema produttivo culturale, sulla ottimizzazione della cultura italiana evidenziando il suo contributo alla cultura globale, mediante lo sviluppo e il funzionamento delle varie infrastrutture, avrebbe certamente dei risultati tangibili con un notevole aumento dei consumi culturali interni e con una progressiva centralità della specificità locale nella produzione di beni e prodotti.
E’ arrivata l’ora, dunque, di iniziare a renderci finalmente conto che il Made in Italy è frutto diretto della cultura italiana. E poi regolarci di conseguenza!

Di Marina Pitone

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