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SAN FRANCESCO D’ASSISI: UNA CULTURA DI FRATERNITA’

04/10/2012

Nella storia del Cristianesimo, la figura di San Francesco d’Assisi si distingue indubbiamente per l’atteggiamento accogliente e dialogico, in tempi di sospetto, di intolleranza e di repressione delle differenze (crociata degli albigesi, crociate contro i saraceni, ecc.). Pur stando attenti a non commettere anacronismi, a non forzare cioè i limiti dell’universo culturale di un uomo del XIII sec., il suo linguaggio e il suo pensiero, dobbiamo però sottolineare fortemente l’attitudine sottostante al suo essere-con-gli-altri / essere-per-gli-altri:

“Esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo che, quando vanno per il mondo, non litighino ed evitino le dispute di parole, né giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici, modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come conviene” perciò “chiunque si avvicina ai frati, amico o avversario, ladro o brigante, venga ricevuto con benevolenza”.

La prima esortazione sopra riportata vuol evitare che i frati adottino lo stile delle disputationes quando si mettono in relazione con coloro che la pensano diversamente, per convincerli con le parole a mutare idea e atteggiamento. Non è con l’imporre schemi di pensiero estranei che si avvicina il diverso, ma col mostrare uno spirito di fraternità.
Anche dove non appare alcuna reciprocità, l’unica strada additata da Francesco è quella dell’accoglienza incondizionata dell’altro, nemico o brigante che sia.
Per i frati che si trovano “fra gli infedeli”, uno solo è l’atteggiamento richiesto:

“non facciano liti o dispute…ma siano sottomessi ad ogni creatura per amore di Dio e confessino di essere cristiani”.

Non si tratta di abdicare alla propria identità e alla propria fede ma, ancora una volta, di evitare polemiche e disputationes allora tanto di moda, di optare non per la riduzione al silenzio dell’interlocutore, ma per una testimonianza silenziosa e rispettosa di sottomissione: con ciò si intende la volontà di inserirsi nel tessuto sociale e nelle strutture ivi esistenti come fratelli, come servitori, come minores, cioè come fratelli minori, non come maestri, aspettando il momento in cui una relazionalità correttamente instaurata possa permettere di esprimere la propria identità e quindi le proprie convinzioni senza impaurire l’altro, senza dominarlo, senza respingerlo.
Sottostante a questo atteggiamento è una cultura della fraternità (unita nella diversità, diversità riconciliata) che non teme l’altro in quanto diverso: chi si converte al dialogo deve giungere alla metà di una autentica capacità spirituale di saper ospitare dentro di sé l’altro e di saper farsi ospitare dall’altro. L’accoglienza, prima di esprimersi e di concretizzarsi in strutture e gesti nasce dentro la persona.
Francesco si apre all’altro, lo rispetta, lo promuove esistenzialmente, per questo motivo può indicare il cammino verso una cultura dalle porte aperte, ecumenica e dialogica, che superando i sospetti e la diffidenza, sia capace di offrire le condizioni per un dialogo basato sul rispetto, sull’accoglienza e sulla speranza, anche di colui che dissente ideologicamente.
Francesco , che in tempo di crociate va dal sultano disarmato e in pace, non ha una propria teoria dell’uomo da proporre, né una teoria della società e della cultura. Non pensa con categorie astratte, ma vive intensamente e profondamente la propria esperienza esistenziale che è fondamentalmente un’esperienza della paternità di Dio, perciò ogni uomo è fratello perché Dio è padre di tutti.
Per lui l’altro, nella sua esistenza personale, sociologica o culturale, non è una cifra, un individuo caricato di sospetti o un rivale che si misura con le sue capacità personali e sociali, ma è il risultato dell’amore di Dio che lo ha creato.
In una società competitiva come a nostra, per non dire aggressiva, il modello di vita francescano conserva una sua vitalità come modello di cultura della pace, della giustizia, del mutuo rispetto, del dialogo.
Il modello francescano non è altro che il modello evangelico ripreso e incarnato in risposta ai bisogni di una società; ed è un modello che trova concretezza nel conosciutissimo episodio del lupo di Gubbio, racconto carico non tanto di toni leggendari e favolistici quanto di forti valenze simboliche, dove il lupo – attenzione – non è un lupo a quattro zampe, ossia non è un animale vero, ma l’adombramento di un personaggio storico dell’epoca, di famiglia nobile e prestigiosa, tirannico e spadroneggiatore, oppressore dei cittadini, una specie di “Innominato” ante litteram, che non viene nominato un po’ per non offendere e screditare una famiglia importante, un po’ per circondare il racconto stesso di un fascinoso alone di mistero…
Il lupo, che non è un lupo, è un “diverso”, un qualcosa di inquietante e minaccioso, una presenza pericolosa e incombente che turba la pace della popolazione e suscita, come unica risposta la risposta delle armi, un fronte comune schierato contro di lui. San Francesco, invece, va incontro a lui con la parola, con la comprensione, con il dialogo, comprende la sua diversità, la sua ferocia, ma anche i suoi bisogni, la sua “fame”, e il lupo ascolta:

” Io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più ed eglino ti perdonino ogni passata offesa; e né gli uomini né li cani ti perseguitino più.

San Francesco però, ci dice il racconto, non si limita alle parole ma passa a proposte operative, proponendo un patto di pace con condizioni concrete:

“<<Udite, fratelli miei: frate lupo, che è qui dinanzi a voi, mi ha promesso e fattomene fede di far la pace con voi e di non offendervi mai più in cosa nessuna, e voi gli promettete di dargli ogni dì le cose necessarie; ed io v’entro mallevadore per lui che ‘l patto della pace egli osserverà fermamente>>. Allora tutto il popolo promise di nutricarlo continovamente… Allora il lupo, levando il pie’ retto, sì il puose in mano di Santo Francesco”

Francesco di Assisi, modello di vita evangelica, nutre ed esplica un amore universale, fatto di rispetto, delicatezza, dialogo: dialogo che abbraccia cristiani e mussulmani, poveri e ricchi, inermi e potenti, uomini e animali, insomma il cosmo intero.
E il suo modello è ancora vivo nel terzo millennio.

Di Marina Pitone

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From → RELIGIONE

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