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CARA SINISTRA ,DICIAMO UN PO’LA VERITA`SU PIAZZA FONTANA!!

18/09/2012

Tratto da : “Il Segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fontana” di Fulvio e Gianfranco Bellini. A cura di Paolo Cucchiarelli, Selene Edizioni, 2005, pag. 182, euro 13 (c) 2005 Selene Edizioni

Molti anni fa, il compianto Primo Moroni (leggendario animatore della Libreria Calusca di Milano) mi fece sapere che un giornalista romano lo aveva contattato per chiedere notizie del libro “Il Segreto della Repubblica” a firma Walter Rubini. Primo sapeva perfettamente chi si celasse sotto lo pseudonimo di Walter Rubini: aveva “spinto” il libro attraverso una distribuzione speciale destinata ai compagni del movimento, che numerosissimi frequentavano la libreria. Fu così che incontrai Paolo Cucchiarelli.
Paolo era interessato al libro e a capirne gli antefatti. Voleva inoltre incontrare mio padre, cosa che puntualmente avvenne. Dopo un periodo di reciproca cautela, iniziammo a sentirci regolarmente. Oggi, quel lontano incontro si è concretizzato nella richiesta di Paolo di procedere alla ristampa de Il Segreto della Repubblica. 7

Ho accettato la proposta con una certa fatica: si trattava di riprendere una storia di per sé non piacevole (si parla comunque di bombe) e per me particolarmente gravida di ricordi. Al pari di tutta la generazione di cui faccio parte, la mia gioventù (la mia vita) è stata violentemente segnata dalla bomba di Piazza Fontana e dalla “strategia della tensione” nei suoi due momenti: “stragismo nero” e tentativi golpisti con la guerra tra bande degli “opposti estremismi”, terrorismo “chirurgico” e guerra civile strisciante della lotta armata.
Il tutto si concluse con la repressione di massa e con la grande normalizzazione dell’epoca craxiana, l’ottundimento di un’intera generazione zittita da un consumismo basato sui debiti.
Ricordo perciò perfettamente i morti, gli arresti, i furibondi scontri di piazza, i giovani di allora caduti nelle trappole (astutamente tese) degli opposti estremismi, dell’eroina, del terrorismo nero prima e rosso poi.
E ricordo la fortissima motivazione che mi spinse, nel periodo a cavallo tra il 1977 e il 1978, a spendere un anno di vita per scrivere, insieme a mio padre, questo libro.
Un libro che ha una sua storia che vale la pena di raccontare.

Come nacque “Il Segreto della Repubblica”
1975: momento culminante della grande avanzata della sinistra, iniziata nel 1968 con la rivolta studentesca e continuata nel 1969 con la grande stagione rivendicativa e unitaria delle lotte operaie dell’autunno caldo. Nel mezzo, la grande lotta di resistenza per bloccare quella che sembrava esclusivamente una controffensiva “di classe”: le bombe (utilizzate con spietata puntualità ogni cinque-sei mesi), l’aggressività delle squadracce missine, i tentativi di colpo di stato, più o meno dichiarati e credibili.
Il Paese aveva reagito e si era rafforzato nella grande battaglia difensiva. L’ultimo baluardo da espugnare era quello della minaccia della sedizione militare. Un anno prima, il 1974, il referendum sul divorzio aveva dimostrato come il Paese si fosse ormai liberato dalla pesante ipoteca confessionale su cui si era basato il potere della Dc per trenta lunghi anni, aprendo così la strada alla vittoria delle sinistre e a una reale speranza di cambiamento.
Fu proprio allora che si registrò l’ultimo vero tentativo golpista.
Un complotto molto articolato e pericoloso, anzi il più pericoloso, perché ordito fuori dalla Dc e contro la Dc stessa. Fu bloccato in extremis dall’intervento di Giulio Andreotti che, alcuni giorni prima che scattasse l’“ora x”, nell’agosto 1974, fece spostare una decina di alti ufficiali da un incarico all’altro. Il “Drago Scarlatto” (questo il nome in codice del complotto) confermava pienamente le preoccupazioni espresse da Enrico Berlinguer, allora segretario del Pci, sul rischio del ripetersi in Italia del sanguinosissimo colpo di stato organizzato l’anno prima in Cile dagli americani (sotto la direzione di Henry Kissinger).

Inoltre, nel 1974, moltissimi giovani del baby boom, già testimoni e protagonisti del 1968 e del 1969, nonché in parte provenienti dai vari gruppi di autodifesa della sinistra (servizi d’ordine), stavano esaurendo le possibilità di rinvio per ragioni di studio della leva obbligatoria. Centinaia di sperimentati militanti dell’estrema sinistra, migliaia di ex studenti e laureati, semplicemente di sinistra, e molti altri simpatizzanti furono, così, incorporati nelle forze armate come soldati e ufficiali di complemento. La presenza nei corpi militari di questi giovani sui ventiquattro-venticinque anni fu decisiva: essi disponevano di una consolidata coscienza politica, di un’elevata disponibilità alla lotta e al sacrificio e dell’attitudine organizzativa ereditata dai periodi precedenti. Gli “anziani” politicizzati si collegarono con le reclute diciottenni sulla base comune del giuramento reso alla carta costituzionale. Tanto bastò per trasformare l’esercito di leva in una forza non solo aliena a qualunque mena golpista, ma anche un baluardo della democrazia in grado di reagire con determinazione a un tentativo eversivo. Non si trattava certo di una svolta rivoluzionaria come quella che il 25 aprile del 1975 aveva portato il Portogallo nella “rivoluzione dei garofani”, ma era sicuramente una svolta in senso democratico.
Nel dicembre 1975, si tenne a Roma l’assemblea generale del movimento dei soldati, ove si riunirono (clandestinamente ma non troppo) i rappresentanti di tutti i corpi delle forze armate: dai paracadutisti ai lagunari e agli artiglieri, dai granatieri di Sardegna ai bersaglieri e ai carristi, dagli alpini ai pontieri e alla brigata missili. La sola eccezione fu quella dei carabinieri.
Questa assemblea, a mio avviso, segnò la conclusione della prima fase della “strategia della tensione”: quella basata sullo stragismo e i colpi di stato militari.
Fu così che il periodo della grande avanzata elettorale delle sinistre, con le elezioni regionali e amministrative del 1975 e le politiche anticipate del 1976, si svolse in una relativa calma sotto l’attenta garanzia dei giovani del ’68 in armi. Purtroppo, però, molte delle attese di cambiamento (tra le quali c’era, a buon diritto, la verità sulla strage di Piazza Fontana) andarono rapidamente deluse.

I nuovi rapporti politici ed elettorali usciti dal “biennio rosso” 1975-1976, benché estremamente favorevoli alla sinistra, non produssero quel rinnovamento e quella modernizzazione della realtà italiana, ormai non più procrastinabile. Durante il periodo del governo della “non sfiducia”,(1) maturò il disincanto di moltissimi militanti e simpatizzanti di sinistra.
Alcuni di questi, per reazione (e in piena buona fede), andarono a formare la base di massa della cosiddetta “lotta armata”. Essi furono l’inconsapevole “brodo di cultura” della seconda fase della strategia della tensione basata sulle tecniche dell’infiltrazione nel terrorismo di sinistra.
L’unico elemento costante nelle due fasi della strategia della tensione fu l’obiettivo: l’onorevole Aldo Moro. E questo, a mio modesto avviso, non perché Moro fosse un pericoloso sovversivo o un agente di Mosca, ma semplicemente perché era troppo imprevedibile, intelligente, spregiudicato, furbo e, in ultima analisi, indipendente per i padroni (americani) dell’Italia.

Le vicende del libro
Tornando a casa dal servizio militare, alla fine del 1976, ero quindi convinto che la “strategia della tensione” fosse un capitolo ormai archiviato e che fosse giunto il momento di partecipare alla ricostruzione dei fatti.
Per questa ragione, convinsi mio padre, con il quale avevo a lungo discusso degli eventi del 1969, a mettere “nero su bianco” una ricostruzione basata sulle molte informazioni inedite di cui egli disponeva.
Il lavoro di preparazione, raccolta e vaglio dei documenti, iniziò subito e durò alcuni mesi. In seguito, procedemmo alla stesura del testo, un lavoro particolarmente accurato e sofferto. Bisognava infatti evitare assolutamente qualunque appiglio formale e una qualsiasi querelle legale che potesse innescare un processo di disinformazione sul libro. Fu un lavoro snervante, di massima concentrazione, mentre intorno a noi il panorama politico cambiava rapidamente. Era l’epoca in cui le “nuove Brigate rosse” iniziavano l’escalation militare che culminerà col rapimento di Aldo Moro.

Infatti, quando il libro era ormai pronto arrivò il primo inaspettato ostacolo: il rapimento di Moro, appunto.
Visto che il libro stesso si imperniava sulla figura del politico democristiano, il rapimento ci obbligò a un rinvio forzato: non era possibile pensare alla pubblicazione del Segreto durante la lunga agonia dello statista pugliese. Alcuni mesi dopo la tragica fine di Moro ci decidemmo, e il libro venne presentato alla casa editrice Feltrinelli (che, tra l’altro, aveva pagato un anticipo). Ma con la morte di Moro e la coda di polemiche (e operazioni dei servizi segreti) che ne era scaturita, la situazione si era ormai fatta complicata. Fu così che l’allora responsabile editoriale decise di non pubblicare il libro, probabilmente per non esporre direttamente la casa editrice. In cambio, propose una soluzione di compromesso: un’edizione indipendente del libro e la sua diffusione su scala nazionale, utilizzando la distribuzione della Feltrinelli stessa.
In effetti, alla fine del 1978, in piena caccia alle streghe e con i servizi segreti scatenati, pubblicare un libro sui mandanti della strage di Piazza Fontana e sul ruolo di Moro e Andreotti era una cosa veramente da pazzi.
Per chi non abbia vissuto quei momenti, è bene ricordare quanto fosse facile allora morire in un attentato, e come dietro le sigle terroristiche si potesse nascondere qualunque cosa, come dimostra l’esecuzione del giudice Emilio Alessandrini, il 29 gennaio 1979, da parte di un commando di Prima Linea (seconda formazione terroristica del Paese dopo le Brigate Rosse).(2) L’omicidio di Alessandrini, oltre a essere assolutamente oscuro nel movente,(3) ebbe delle conseguenze fondamentali nel tormentato panorama politico dell’epoca. La notizia della morte del coraggioso giudice, verso il quale il rispetto della sinistra, anche rivoluzionaria, era assoluto (e ben riposto), provocò un moto di reazione da parte di tutta la magistratura, che da quel momento non fece più alcun distinguo tra chi propugnava e conduceva la cosiddetta “lotta armata” e chi in Italia si dichiarava “né con lo stato né con le brigate rosse”, cioè coloro che si rifiutavano di considerare eroi quei personaggi che appena dieci anni prima avevano incominciato a “colpire obiettivi civili in stato di pace”, obiettivi del loro stesso paese. Quindi, l’omicidio Alessandrini potrebbe indicare il passaggio a una nuova fase della “strategia della tensione” che persegue obiettivi “secondari”, quelli legati all’annichilimento della sinistra antagonista in Italia e alla repressione giudiziaria di massa quali premessa della “normalizzazione” del Paese, nonché del rinvio a tempo indeterminato della verità sulle stragi di Stato.

Ripensandoci dopo anni, la proposta della Feltrinelli di distribuire il libro fu veramente coraggiosa e decisiva, e confermava anche la sua tradizione “militante”. Purtroppo non potemmo rallegrarcene con il propugnatore dell’idea perché morì poco dopo in un incidente stradale.
Con la disponibilità della Feltrinelli in tasca, mi assunsi il ruolo di editore e stampai Il Segreto della Repubblica grazie ai soldi raccolti tra compagni, amici e amiche. Il primo passo dell’operazione fu l’acquisizione (a titolo gratuito) della Flan, la piccola casa editrice di Alessandro Previdi. Vale la pena di raccontare cosa fosse la Flan.
Alessandro Previdi (coraggioso partigiano combattente, giornalista e amico di famiglia) aveva creato la Flan qualche anno prima per permettere la stampa del libro “L’assassinio di Enrico Mattei” a firma sua e di Fulvio Bellini, mio padre. Il libro, rifiutato da ogni editore, aveva riaperto il caso del presidente dell’ENI, caduto col suo aereo nel 1962 alle porte di Milano, a Bascapè. Il libro uscì nel 1970. Oggi, si sa che Mattei fu ucciso e che probabilmente gli ispiratori e organizzatori dell’attentato furono gli aderenti al “partito americano”. Ma, nel 1969, Mattei non era annoverato tra le pur tante vittime del “terrorismo di Stato” targato USA. Anzi i collaborazionisti nostrani avevano deciso che il capo dell’ENI doveva, per tutti, esser stato vittima di un fortuito incidente. Fu così che intorno al libro si distese subito una vera e propria cortina del silenzio durata due anni, a dir la verità non perfetta e certe volte persino comica.(4)
L’ostracismo del potere fu infine lacerato da un lungimirante produttore cinematografico che acquistò i diritti del libro e produsse l’ottimo film, Il caso Mattei (1972), interpretato da Gian Maria Volonté. Con nostra grande sorpresa, il successo travolgente del film non mutò però di molto la situazione del libro della Flan che, ovviamente, doveva restare nell’oblio del silenzio di Stato.
Ma poiché il caso era ormai aperto, si scatenarono i ben noti profittatori italici. A partire da un cineasta che cercò addirittura di accreditarsi come autore della storia, fino alle “grandi firme” del giornalismo italiano che, copiando di sana pianta il libro, senza però citarlo, cercarono di inserire dubbi e “variazioni sul tema”.
Un vecchio metodo della disinformazione, inventato dai servizi segreti inglesi, in particolare dalla sezione della guerra propagandistica del Foreign Office inglese, l’IRD(5). Vale la pena ricordare che l’IRD all’epoca raggruppava un bel po’ di giornalisti e scrittori inglesi autori di una gloriosa storia di falsi, disinformazioni e interventi culturali anticomunisti. Nel meno recente passato, il più famoso collaboratore a tempo pieno dell’IRD fu certamente l’“anarchico” George Orwell, l’autore di 1984, quello del “grande fratello”. La lista dei collaboratori dell’IRD nel periodo 1968-1978 è, comunque, rintracciabile.(6) Come vedremo dopo, almeno una delle testate “influenzate” dall’IRD, The Observer, ebbe un ruolo centrale nelle vicende italiane legate alla bomba di Piazza Fontana. Ma torniamo a noi.

Dopo l’esperienza de “L’assassinio di Enrico Mattei”, in famiglia eravamo ormai assolutamente smaliziati e privi di eccessive illusioni sulla sorte del nuovo libro. E non avevamo torto: puntualmente, l’arrivo nelle librerie de Il Segreto della Repubblica fu accolto dalla ormai sperimentata congiura del silenzio. A dir la verità, questa volta più drastica della precedente, e con una copertura quasi assoluta: dall’estrema sinistra “rivoluzionaria” ai grandi partiti popolari, fino alla stampa indipendente. Sorpreso nella mia ingenuità e buona fede, ottenni la conferma dell’esistenza di un “ordine di servizio superiore” da un amico, un giornalista della redazione di Panorama ora ai vertici della televisione. Oggi, quindi, apprezzo ancor di più l’unica recensione dell’epoca: quella di Ottobre, quotidiano dell’estrema sinistra filosovietica diretto da Antonello Obino. Un giornale importante che, purtroppo, uscì per un mese soltanto.
Comunque, con grande costernazione dei molti attivisti del silenzio di Stato, la distribuzione del libro garantì la vendita di oltre cinquemila copie, consentendo così di coprire le spese, ma soprattutto di innescare quella catena di eventi che oggi ha portato a questa ristampa.
Fu così, magari anche per un po’ ripicca, che qualche tempo dopo mi fu recapitato a casa un libro svuotato contenente una bomba, predisposta per esplodere al momento dell’estrazione dalla custodia di cartone. La mia buona stella, una certa dose di prudenza e di addestramento mi fecero scoprire il trucco (il che probabilmente mi salvò la pelle). Dato che personalmente non avevo nessun dubbio sulla provenienza del gentile omaggio, ben mi guardai dal chiamare organi dello Stato e denunciare il fatto.
Insieme ad alcuni compagni del Casoretto (in particolare “Bongo” che mi accompagnò con la sua 500, io non possedevo auto) gettai, quindi, la bomba nel fiume Lambro (laddove attraversa l’omonimo parco di Milano). Il tutto si concluse con una bella colonna d’acqua (biologicamente pura, tanto il fiume era inquinato!).
Decisi, infine, un ultimo tentativo per rompere la cortina del silenzio. Un tentativo basato sul fatto che Sandro Pertini, socialista, partigiano, era diventato presidente della Repubblica. In quanto presidente della Repubblica Pertini presiedeva il Consiglio Superiore della Magistratura, e una sua “parola”, circa i mandanti della strage di piazza Fontana, non poteva andare nel vuoto. Feci, perciò, appello ad alcuni compagni della disciolta banda (“vecchietti” sempre ben disposti quando si trattava di “rompere le scatole” al potere), per l’occasione integrati con giovani del centro sociale Argelati. Feci preparare due manifesti, in bianco e nero: il primo con una lettera aperta al compagno Pertini in cui si riassumeva il libro e si denunciava il fatto che gran parte dei “segreti” su piazza Fontana erano a disposizione di tutti, bastava cercarli in alcune librerie (nascosti negli scaffali, certo). Nel secondo, organizzai una compilation con una decina di fotografie, da Saragat in giù, appartenenti a coloro che ormai potevo indicare, a chiare lettere, tra i “mandanti” della strage e del tentativo di colpo di Stato. Una specie di scheda segnaletica di gruppo, una sorta di Wanted all’americana. Un libraio fece poi stampare una sovracopertina con la lettera aperta da un lato e “i faccioni” (li chiamavamo così) dall’altro. Ripensandoci, eravamo proprio una bella banda di Pazzi!

Quindi, aspettammo. Arrivò la notizia che il Presidente-Partigiano sarebbe venuto a Milano per la Prima della Scala: era il momento giusto. Una delle notti precedenti alla Prima, uscii con i compagni ad attacchinare i manifesti – anni di serate passate con colla e pennello ci permisero di fare un lavoro rapido e accurato, un’affissione sufficientemente estesa e numerosa (un migliaio di pezzi), ma soprattutto difficile da staccare.
Pensavamo di aver raggiunto l’obiettivo: secondo le nostre intenzioni, Pertini, nella sua libera passeggiata per le vie di Milano (il Presidente-Partigiano amava ritornare “normale” durante le puntate nella città che lo aveva visto trionfatore il 25 aprile 1945) avrebbe potuto vedere uno dei manifesti e, data la sua innata curiosità, magari incuriosirsi e informarsi. Poi, da cosa nasce cosa… Ma tutto andò in fumo: la prevista visita di Pertini era stata annullata. Così, senza altre spiegazioni. Organizzai così una “seconda” uscita del libro, questa volta nelle librerie militanti e con la sovracopertina (oggi, non dispongo più di questo “reperto”, avendo distrutto tutto per evitare di facilitare il compito della polizia in caso di perquisizione; forse qualche lettore, in un angolo buoi della propria soffitta potrebbe ancora avere questo vecchio cimelio).
Questo ultimo episodio segnò la fine degli sforzi miei e dei compagni per fare luce su piazza Fontana. Del resto, all’epoca ero sufficientemente sicuro che in tempi brevi me l’avrebbero fatta pagare e non volevo rischiare più di tanto. Ma, fortunatamente, non incappai in nessuna retata, che all’epoca erano all’ordine del giorno (mio fratello Andrea sì, si fece nove mesi di carcere preventivo e poi arrivederci e un grazie, con una bella assoluzione). Né subii altri attentati. Comunque, tutto finì lì, in un’ovattata coltre di nebbia, come di quelle che a Milano (ahimé) non si vedono più.
Poi il silenzio, per una ventina d’anni, interrotto da qualche sporadico riferimento alla tesi del Segreto e da qualche intervento dei successori della IRD.(7) Questa è, in breve, la storia de Il Segreto della Repubblica.
Vediamone ora le conseguenze.

Le conseguenze
La conseguenza più evidente di questo libro è contenuta nel rinvio a giudizio per la strage di Piazza Fontana predisposto dal giudice Guido Salvini. E questo ha mutato completamente la storia del libro.
Normalmente, i libri-inchiesta partono da qualcosa di assodato, magari il lavoro di qualche magistrato, se non altro per evitare spiacevoli conseguenze legali, querele e danni che certe accuse possono causare. Prendono atto delle evidenze assodate e dei fatti riconosciuti in sede penale, li collegano e cercano di inquadrarli nel contesto storico per arrivare a conclusioni di tipo generale. Nel caso de Il Segreto della Repubblica è avvenuto il contrario. La ricostruzione storica fatta nel libro (che in trent’anni non ha prodotto nessuna querela) è stata in parte valutata e recepita nella ricostruzione penale. Ci sono voluti decenni, ma è successo. Ed è successo anche, seppure con minore clamore, per il primo libro della Flan, L’assassinio di Enrico Mattei. Ambedue i testi hanno prodotto profonde conseguenze nel mondo giudiziario. Ambedue sono stati letti e studiati da magistrati. Niente male per la vecchia Flan, una ratio del 100 per cento. Ne è valsa la pena. Vediamo, dunque, come la Procura della Repubblica ha citato il libro:
Tale complessiva ricostruzione trova corrispondenza in un documento molto particolare e precisamente un volumetto, riguardante gli attentati del 12.12.1969 e soprattutto quanto sarebbe avvenuto, sul piano politico/istituzionale, dopo gli attentati stessi, quasi sconosciuto anche agli studiosi del settore e mai preso in considerazione ed analizzato durante le precedenti istruttorie. [ecco qui una conferma successiva della “cortina del silenzio”, N.d.A] Si tratta del breve saggio politico-giudiziario Il Segreto della Repubblica, edito nel 1978 dalle sconosciute Edizioni FLAN e firmato da tale Walter RUBINI.
[…]
Chiave di volta della ricostruzione operata nel volume pubblicato nel 1978 (che comunque non contiene, in merito all’esecuzione degli attentati, nulla che non fosse già noto alle indagini) è il compromesso, appunto Il Segreto della Repubblica, che sarebbe stato raggiunto il 15.12.1969, subito dopo il solenne funerale delle vittime della strage di Piazza Fontana, fra due ampie aree politiche, una autoritaria e quasi filo-golpista e una più cauta e non disponibile a ridurre gli spazi di democrazia, compromesso che comportava che il Presidente del Consiglio, on. Mariano Rumor, non si adoperasse per la dichiarazione dello stato di emergenza e non decidesse di sciogliere le Camere e che tuttavia in cambio, quale condizione posta dalla componente autoritaria, si desse via libera alla prosecuzione della pista anarchica voluta dal Ministero dell’Interno.

Di Giulia Delorenzi

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