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GLI INCREDIBILI: TUTTI I SEGRETI DEL PD.

16/09/2012

Pierluigi Bersani è tra i più assenteisti tra i parlamentari eletti alla Camera de Deputati.
I suoi impegni di segretario lo tengono lontano dal lavoro istituzionale per il quale è pagato – anche profumatamente – dai contribuenti.
Il suo posto alla Camera è rimasto desolatamente vuoto in 3997 votazioni (pari al 69,9% del totale).

Assenteismo a parte pero`, i segreti nel Partito Democratico sempre pronto ad indossare la finta maschera della purezza sono tanti ,come si evince da questo articolo :
 “Guarda che loro sono già tutti d’accordo, eh”. E’ venerdì pomeriggio, sono le 14 e 30, siamo a Roma, a pochi passi da piazza Trilussa, quartiere Trastevere, e di fronte a noi c’è un famoso e rampante dirigente del Partito democratico, non bersaniano ma con ottime entrature nella segreteria del leader democratico. Il dirigente del Pd, poco prima del caffè, tira fuori una penna nera dal taschino della giacca e dopo essersi fatto spazio tra piatti, posate, chiazze d’olio e briciole di pane a un certo punto fissa il cronista e comincia a scrivere sulla tovaglietta di cartone sei nomi con altrettante parentesi. Primo: Bersani (Chigi-Economia). Secondo: Veltroni (Camera). Terzo: D’Alema (Esteri, Commissario Europeo). Quarto: Bindi (Vicepremier). Quinto: Letta (Sviluppo). Sesto: Franceschini (Segretario). “Ecco, via, diciamo che questo è più o meno il Papellum del Pd…”.

Il dirigente del Pd, che per ovvie ragioni chiede la garanzia dell’anonimato, chiude la penna, versa una zolletta di zucchero di canna nella sua tazzina e dopo aver sorseggiato del caffè inizia a spiegarci il senso di quei nomi sulla tovaglia. Li spiega con un sorriso, sapendo naturalmente che tra una briciola di pane e una chiazza d’olio il “documento” vale quello che vale; ma li spiega, come vedremo, contestualizzando il tutto all’interno di un ragionamento che un suo fondamento politico comunque ce l’ha: eccome se ce l’ha.

“Quelli che leggi sono i nomi che compongono il ‘patto di sindacato del Pd’, e quelli che invece leggi tra parentesi sono gli incarichi offerti o richiesti in vista del 2013: presidenza della Camera; ministro degli Esteri, o Commissario europeo; vicepresidenza del Consiglio; ministero dello Sviluppo; segreteria del partito. In alcuni casi si tratta di promesse esplicite, in altri casi di semplici richieste, in altri casi ancora di singole offerte. Puoi prenderlo come vuoi, questo Papellum, ma per capire qualcosa su quello che sta succedendo in questi mesi nel Pd è davvero difficile non partire da questi nomi, da queste offerte, da queste richieste e da questo patto tra i supercapi del Pd”.

Il documento vale quello che vale – e vale soprattutto per essere la testimonianza fotografica di un certo e insistente vociferare che gira nel Palazzo; ma dietro ai pettegolezzi sulla ragione e sull’origine della “grande pax” tra i super azionisti democratici esistono alcuni fatti che vanno ben oltre le indiscrezioni, e che confermano tutti la presenza effettiva di una sorta di Grosse Koalition costruita “dai grandi pattisti” intorno al segretario del Pd. Una Grosse Koalition che implica dietro la stessa barricata storici nemici giurati come Bindi e Franceschini o come D’Alema e Veltroni e che al momento, almeno così si racconta, si ritrova impegnata su alcuni fronti tutti a loro modo importanti: garantire al segretario un appoggio solido in una fase delicata come quella che sta attraversando l’Italia; tenere insieme sotto un unico tetto le anime in movimento del Pd (montiani, anti montiani, camussiani e anti camussiani, liberisti e anti liberisti); muoversi con cautela per non compromettere nel 2013 l’alleanza con il Centro di Pier Ferdinando Casini; fare di conseguenza di tutto per non accelerare troppo il percorso che dovrebbe portare da qui alle prossime elezioni alle primarie; e difendere infine con tutte le forze possibili il nucleo storico del partito dagli attacchi degli “sfascisti del Pd” (insomma, Renzi e compagnia) preservando così quel nucleo che, a giudizio degli stessi grandi azionisti, può essere il solo in grado, per esperienza e competenza, di traghettare il partito lungo questa fase storica non adatta a “inesperti giovinastri in carriera”.

“Sembra di vivere all’interno di una specie di ‘congresso di Vienna’ in servizio permanente effettivo – aggiunge con un altro sorriso l’anonimo dirigente del Pd, in questi anni valorizzato non solo dalla segreteria Bersani ma anche da quella di Veltroni e Franceschini – un congresso cioè in cui la regola, come nel primo Dopoguerra, sembra essere quella di agire sullo spirito del ‘Conservare progredendo’ e in cui ovviamente i ‘big’, in questo contesto, hanno interesse a mantenere certi equilibri e a non mettere in discussione alcune rendite di posizione”.
Il ragionamento che viene fatto da diversi esponenti di primo piano del Partito democratico sulla natura stessa di questo patto di sindacato ruota attorno all’unica questione che potrebbe mettere in crisi gli equilibri degli azionisti del Pd: le primarie. A microfoni spenti, infatti, non c’è esponente del Pd che non ti confermi l’impressione che le primarie siano diventate tutto tranne che una priorità, e a guardar bene, in effetti, sono almeno due mesi che i grandi azionisti del patto di sindacato (D’Alema, Letta, Veltroni, Franceschini) ammettono pubblicamente di non considerare una priorità il tema delle consultazioni del centrosinistra. Tra questi, qualcuno lo fa per ragioni legate al fatto che una partecipazione di un Renzi e di un Vendola, anche se poi a vincere dovesse essere lo stesso Bersani, avrebbe comunque l’effetto di modificare con la conta gli equilibri del centrosinistra. Altri lo fanno per evitare che una “lotta fratricida” nel Pd possa mettere a rischio il grande patto per il 2013 tra “progressisti e moderati” (e dunque compromettere così lo schema dell’alleanza con Casini). Altri ancora sono spinti dalla convinzione che si debba alimentare il motore silenzioso del partito “Monti 2013”, e il dibattito sulla leadership è un ostacolo.

“Effettivamente – ammette Enrico Morando, senatore del Pd ed esponente dell’ormai sciolta corrente veltroniana di Modem – un patto di sindacato tra le anime forti del Pd oggigiorno è una realtà che sarebbe da ipocriti negare. E’ vero che qualcuno nel nostro partito in queste settimane non ha fatto mistero di considerare le primarie quasi un ostacolo sulla via del 2013 ma non credo che quello delle primarie sia un appuntamento che possa essere ‘sconvocato’, e sono convinto che alla fine si faranno. Detto questo non c’è dubbio che le primarie saranno il momento in cui risulterà chiaro quanto forte è questo patto tra gli azionisti del Pd. E sarà chiaro perché di fronte a proposte diverse e di fronte a schemi alternativi – come quello modello ‘neo-Pci’, che prevede di delegare al Centro la raccolta dei voti moderati, e come quello modello vecchia vocazione maggioritaria, che prevede invece che sia sempre il Pd il partito a raccogliere i voti dei moderati – sarebbe naturale vedere gli azionisti di maggioranza del Pd appoggiare il candidato con le idee più simili alle proprie”. Per esempio, Veltroni protorenziano. “Invece – continua Morando – difficilmente andrà così: e il rischio è che, a prescindere dalle personali convinzioni, alla fine in molti metteranno da parte le proprie idee e proveranno, chi per una ragione chi per un’altra, a difendere il grande patto tra i grandi capi del Pd”.

Patto coi Sindacati?Congresso di Vienna permanente?Assenteismo?Un Renzi che vuole dividere il suo partito, autoinvestendosi del ruolo di rottamatore?Capi del Pd che millantano la difesa ad oltranza delle loro poltrone e fanno muro per cambiare la legge elettorale?i dirigenti del Pd che dal canto loro boicottano i candidati per paura di venire sovverchiati?E`questa la sinistra che volete?E`da questa che vi farete incantare?Dai venditori di fumo?Io spero di no.

Di Giulia Delorenzi

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From → POLITICA

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