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DIRE DIO DOPO AUSCHWITZ

03/09/2012

“Io mi faccio un’altra idea dell’amore e mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati”
(A. Camus, La peste)

Auschwitz sta qui a significare tutti gli orrori e i misfatti di cui gli uomini d’oggi sono stati diretti o indiretti testimoni, il luogo-simbolo delle più atroci malvagità, il punto di arrivo di un lungo processo di decomposizione che ha portato l’uomo agli estremi limiti delle sue capacità fagocitanti e oppressive. Un millennio finito ingloriosamente in una oscura località dell’est europeo, dove l’olocausto ebraico ha celebrato la punta massima delle sue aberrazioni.
Tuttavia la vicenda travalica l’interesse del popolo ebraico per dar luogo ad una domanda che condiziona e sollecita l’umanità intera: perché Dio ha permesso un così efferato misfatto? Ciò che è accaduto è ancora compatibile col tradizionale concetto di Dio, l’essere provvidente e onnipotente che ci ha trasmesso la fede del passato? Non è forse il tempo di cambiare le nostre impostazioni e le nostre prospettive? E cosa decisamente deve mutare?

C’è chi ha vissuto in modo emblematico l’urgenza di questa domande a cui, con “timore e tremore”, ha cercato di dare una risposta, pur nel fremito della carne e nella ribellione dell’anima. Egli dice che, se per tutti la domanda di Giobbe è da sempre il problema fondamentale della teodicea, per l’ebraismo essa si fa più acuta e misteriosa in quanto rende più aspro e difficile da comprendere l’enigma dell’elezione, dell’alleanza stipulata tra Dio e Israele. Sembra proprio che la situazione si sia invertita: il popolo dell’alleanza è diventato – e non solo da oggi – il popolo della sofferenza e del martirio; una situazione che si è trascinata per molti secoli e che è esplosa nella virulenza più assurda nei giorni interminabili della shoà. Inutile invocare categorie che pure erano servite nel passato, come quelle di testimonianza o di martirio o del significato nascosto ma reale del sangue innocentemente sparso.
Auschwitz divorò bambini che non possedevano ancora l’uso della parola e ai quali questa opportunità non fu neppure concessa. Chi vi morì non fu assassinato per la fed che professava e neppure a causa di essa o di qualche convinzione personale. Coloro che vi morirono furono anzitutto privati della loro umanità in uno stato di profonda umiliazione e indigenza; nessun barlume di dignità umana fu lasciato a chi era destinato alla soluzione finale. E tuttavia – paradosso dei paradossi – fu proprio l’antico popolo dell’alleanza, alleanza a cui nessuno ormai più credeva, ad affrontare il destino dell’annientamento totale con il falso pretesto della razza: il più mostruoso capovolgimento dell’elezione in maledizione che rese ridicolo ogni tentativo di attribuirvi un senso. Quindi un qualche nesso sussiste, magari del tipo più perverso, con coloro che cercarono Dio e con i profeti, i cui discendenti furono tratti dalla dispersione e riuniti nella realtà di una morte comune.
Dio permise che ciò accedesse. Ma quale Dio poteva permetterlo?
Così stando le cose, chi non intende rinunciare, sic et sempliciter, al concetto di Dio deve pensare questo concetto in modo del tutto nuovo e creare una nuova risposta all’antico interrogativo di Giobbe. Dio è ancora il Signore della storia?
Decenni di riflessione non fanno altro che confermare un’antica intuizione elaborata nella forza di un mito di platonica memoria, secondo la quale Dio deve aver rinunciato al proprio essere, deve essersi spogliato della sua divinità per riaverla di nuovo nell’odissea del tempo, gravata di quanto ha mietuto e raccolto a caso nell’esperienza non prevedibile del divenire. Ora il tempo chiarisce meglio che deve trattarsi di un Dio sofferente, anche se l’affermazione cozza violentemente con la rappresentazione biblica della maestà divina. Dal momento della creazione, soprattutto dal momento della creazione dell’uomo, Dio ha cominciato a soffrire; in secondo luogo, Dio appare come diveniente. E’ un Dio che si cala nel tempo, anziché possedere un’essenza perfetta destinata a restare identica a se stessa nell’eternità.
In ultimo, l’idea di Dio è quella di un essere che “si prende cura”, di un Dio che non è lontano e distante e chiuso in se stesso ma coinvolto in ciò di cui si preoccupa, di un Dio che ha aperto agli altri uno spazio di libertà e di azione, il quale costituisce, appunto, l’oggetto della sua preoccupazione. Il punto fondamentale della riflessione ora si fa più chiaro: questo Dio è ancora un Dio onnipotente? E la domanda si pone in netta antitesi con l’idea di Dio della tradizione ebraico-cristiana, ma non ci sono vie d’uscita: dopo Auschwitz non rimane altro che affermare, con estrema decisione, che una divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile. Dinanzi al Dio che rimane muto nella notte di Auschwitz, non rimane altra scelta da fare, concludendo che Dio non intervenne non perché non volle, ma perché non poteva. Un ragionamento, questo, che non è affatto estraneo a colui che prende sul serio la libertà dell’uomo: questa diventa un limite invalicabile alla potenza di Dio, che non può essere più concepita in termini di totalità. Il male morale, l’atto di ribellione, l’inferno stesso come il “no” definitivo a Dio costituiscono la prova di questa limitazione.
Pertanto, una possibile risposta che lasci l’animo meno sospeso e forse anche più convinto può essere questa: con Giobbe, simbolo di tutta la sofferenza dell’umanità, anche Dio soffre. Il velo del mistero su uno dei più grandi problemi dell’umanità non è certamente tolto, ma questa idea di un Dio più vicino e partecipe è certamente più consona alla sensibilità dell’uomo moderno.
E’ proprio il dolore, però, a riaprire le porte ad un nuovo incontro con Dio e con il suo vero volto. Sia la fede in Dio che l’ateismo hanno le loro radici più profonde nella sofferenza senza senso, la sofferenza degli innocenti, la morte dei bambini, il dolore dei giusti.
In realtà il dolore umano pone la domanda di Dio nella giusta direzione di un appello di fede: più che di domanda teorica sul “perché Dio permette che ciò accada”, la domanda esistenziale della fede nello spasimo della sofferenza è “Dio, dove sei? Dov’è Dio?”: essa si chiede se Dio condivida la nostra sofferenza, aprendo così la via all’idea di un Dio compassionevole.
Di Marina Pitone

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From → ATTUALITA'

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