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QUALI RIFORME?

29/08/2012

A partire dal novembre 2011 le vicende istituzionali italiane, con la crisi del governo Berlusconi e la nascita del governo Monti, hanno fatto registrare una diffusa volontà del mondo politico di aprire una nuova stagione di riforme costituzionali stagione ed istituzionali su cui impegnare l’ultima parte che rimane della XVI Legislatura.
Mentre il governo Monti, in collaborazione con la maggioranza parlamentare che lo sostiene, ha operato per la messa in sicurezza dei conti pubblici, per la coesione e l’equità sociale e per il rilancio della crescita e della competitività del Paese, i vari partiti si sono interrogati se varare un ristretto ma incisivo pacchetto di misure di riforma costituzionale ed elettorale, scegliendo quelle che possono avere, nell’immediato, maggiore impatto e che presentano ostacoli politici non insormontabili. Si tratterebbe di misure essenziali per dare strumenti efficaci di azione a chi dovrà, nella prossima legislatura, proseguire e completare il lavoro ora iniziato. Proporle e vararle, più che del governo, è compito delle forze politiche, le quali, anche su questo terreno, potrebbero ricominciare a riconquistare legittimazione e consenso.

L’accordo di principio che c’è stato, a questo proposito, tra i maggiori partiti che sostengono l’attuale governo, è stato un atto significativo ed apprezzabile. Tuttavia, da questo accordo le conseguenze si fermano, perché di là da questo restano ancora molto incerte e distanti le posizioni dei diversi schieramenti riguardo ai contenuti e alle procedure da adottare per queste riforme.
Pertanto, su questo terreno si sono scontrate diverse contrapposizioni: chi vorrebbe solo semplici aggiornamenti su alcuni punti particolari della costituzione vigente, da realizzare attraverso l’impiego dello strumento ordinario dell’art. 138 della Costituzione, e chi pensa, invece, che si debba procedere con interventi più radicali sulla forma di governo e sulla forma di Stato, anche attraverso l’uso di strumenti straordinari come il richiedere una nuova Assemblea Costituente.
Se questo è oggi lo stato di cose, dovrebbe indurci a qualche riflessione più intensa su quello che sembra essere il punto di partenza del problema: perché fare le riforme?
La domanda, così come la più plausibile risposta, potrebbe risultare ovvia e scontata, ma in realtà non è così, dal momento che a scelta di attuare delle riforme non può non prescindere da un giudizio sull’attuale stato di salute della nostra Carta Costituzionale. Solo partendo dalla risposta alla nostra domanda, si troverà il punto di incrocio tra le riforme che è giusto adottare e quelle che invece risulterebbero poco incisive e rischiose, tali da rompere l’equilibrio che la Carta del 1948 venne con molta accortezza a delineare. Un equilibrio che per sessant’anni ha reso possibile una perfetta armonia tra le funzioni di indirizzo politico, affidate alla maggioranza, e le funzioni di controllo e di garanzia affidate ad organi neutrali.
A tal proposito, sarebbe utile domandarsi se la spinta verso le riforme sia costituzionali che istituzionali sia dovuta a problemi di funzionalità del nostro sistema politico o dipenda, piuttosto, da problemi di funzionalità del nostro modello costituzionale ormai superato e troppo vecchio per rispondere alle più moderne esigenze dei nostri organismi sociali, politici e religiosi, nonché delle norme fondamentali su cui si regge il nostro Stato.
Se la risposta fosse orientata verso la prima ipotesi, allora sarebbe il caso di puntare al miglioramento della qualità della nostra democrazia, attraverso una chiave di riforme condotte sul terreno della legislazione parlamentare, nonché il terreno di una possibile disciplina politica dei partiti, di una riforma dei regolamenti parlamentari e ad un maggior ruolo e peso del governo in Parlamento.
Riforme sì, dunque, purché orientate al miglioramento della nostra democrazia senza metterla a repentaglio. Riforme che, oltre a non modificare la nostra forma repubblicana, la cui inviolabilità è sanzionata dall’art. 139, non dovrebbero intaccare quel nucleo di “principi supremi” riferibili al sistema delle libertà che caratterizza la prima parte della nostra Costituzione. Riforme che, in un Paese con una forte tendenza alla disomogeneità e alla frammentazione delle forze sociali e politiche, siano efficienti e adattabili alle varie fasi di sviluppo del nostro impianto repubblicano, democratico, in una parola: popolare.

Di Marina Pitone

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From → POLITICA

One Comment
  1. Gianfranco Chenet permalink

    Sono del parere che la prima ipotesi abbia prevalenza sulla seconda, senza escludere quest’ultima.

    Di certo che tutto questo deve avvenire nel lasso di tempo di una legislatura appena nata, non di certo in questa morente laddove altre priorità emergenziali, tra cui la legge elettorale, necessitano di priorità assoluta.

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