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COME FATE A DIRE CHE L’ISLAM NON E’ VIOLENTO?

27/08/2012

Sahar Gul è una ragazzina afghana di 15 anni che ha quasi rischiato di essere uccisa dal marito perché non voleva prostituirsi. Lei è arrivata in un ospedale di Kabul nelle condizioni che vedete nella foto qui sopra. Venduta a maggio del 2011 per un matrimonio forzato al prezzo di 5.000 dollari dalla famiglia che non ha più rivisto dalla data del matrimonio. Rinchiusa nella cantina dai suoceri, che volevano costringerla a prostituirsi, Sahar Gul è stata torturata per cinque mesi: i suoi parenti l’hanno picchiata selvaggiamente, strappato le unghie, rotto le dita delle mani, spento sigarette sul corpo, lasciandola deperire nello scantinato. A denunciare la scomparsa della giovane sono stati gli stessi genitori che l’avevano data in sposa, preoccupati del fatto di non aver avuto più notizie della figlia.

Il 27 dicembre, quando la polizia è intervenuta, ha trovato Sahar in condizioni disperate e l’ha liberata portandola immediatamente all’ospedale di Kabul dove la piccola è stata soccorso e ha ricevuto le visite di rappresentati di governo afghano. Il ministro della Sanità, Suraya Dalil, esprimendosi in merito a questo caso, ha dichiarato che “chi è responsabile delle violenze contro questa ragazza deve essere perseguito dal governo afghano in modo che altri imparino la lezione”, mentre Sediq Sediqi, portavoce del ministero dell’Interno, ha aggiunto che la suocera e la cognata della ragazza sono state arrestate, e che il marito della giovane è ricercato. Secondo il rapporto Oxfam di ottobre 2011, in Afghanistan l’87% delle donne subiscono diverse forme di violenza e molte sono ancora costrette a matrimoni forzati. Gli occhi talmente gonfi di botte da essere semi-chiusi, il collo tumefatto, un orecchio bruciato da un ferro da stiro, il corpo così debilitato da essere costretto su una sedia a rotelle, le mani ricoperte di croste nere al posto delle unghie strappate dai suoi torturatori. Sahar era stata data in sposa sette mesi fa al soldato Gulam Sakhi che, con la complicità della sua famiglia, ha reso la sua vita un inferno. Quattro mesi fa la sposa-bambina era riuscita a fuggire ed aveva chiesto aiuto a dei vicini di casa: “Se siete dei musulmani dovete dire alle autorità quello che mi sta succedendo – aveva detto disperata -, vogliono farmi prostituire”. La polizia di Puli Khumri, la città nella provincia di Baghlan dove è avvenuto il fatto, è stata avvisata ma non ha fatto altro che restituire la povera ragazza alla famiglia torturatrice dietro la promessa che gli abusi non sarebbero più continuati. Invece, come da copione, è accaduto l’esatto contrario. Sahar è stata chiusa in un seminterrato dove è stata picchiata e affamata per altri tre mesi finché un parente lontano arrivato a far visita non ha fatto scoppiare lo scandalo. Ma anche allora le autorità hanno cercato di trovare un accordo con il marito per evitare che la vicenda finisse sulla stampa. Un comportamento che, purtroppo, non è una novità in Afghanistan dove, come avevamo già raccontato in questo post, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, le donne sono trattate come bestiame. E chi si rivolge alla polizia spesso subisce ulteriori abusi, tra cui lo stupro e le molestie, prima di essere riconsegnata alla famiglia e dimenticata.

Questa volta però il volto gonfio di botte della piccola coraggiosa Sahar Gul ha fatto il giro del mondo destando condanna o orrore unanime. Tanto che il presidente afghano Hamid Karzai ha ordinato una commissione d’inchiesta e il ministro della Sanità è corso in ospedale per portare la sua solidarietà alla giovane. Il marito torturatore è ora ricercato e il resto della famiglia è agli arresti. Le orribili immagini di Sahar sono, dunque, servite a rendere visibile il tragico destino delle donne nel nuovo Afghanistan, dieci anni dopo la caduta dei Talebani. “Rompiamo il silenzio mortale sullo stato delle donne” titolava qualche giorno fa l’Afghanistan Times. Nonostante la recente ‘approvazione di una legge che per la prima volta punisce la violenza domestica le tradizioni più bieche sono dure a morire e Kabul è al sesto posto nella classifica dei Paesi in cui le diseguaglianze tra i generi sono più accentuate. Ma forse qualcosa si sta muovendo. Soltanto qualche anno fa un caso come quello di Sahar non sarebbe venuto alla luce. Ne è convinta Fawzia Kofi, deputata e capo della commissione parlamentare sulle questioni delle donne: “Penso che ora ci sia un maggiore senso di consapevolezza dei diritti delle donne – ha detto all’Associated Press -. La gente sembra voler cambiare e parla di questi temi”. Ma fermare gli abusi è una sfida grandissima in una società patriarcale dove l’altra metà del cielo viene considerata ancora merce di scambio e il delitto d’onore è una prassi consolidata. E le associazioni dei diritti umani temono che anche i piccoli progressi fatti sin qui possano sparire con il ritiro delle truppe internazionali. “Se i Talebani torneranno nella società tutto questo non ci sarà più” dice all’Ap l’attivista Sima Natiq.

Noi tifiamo per Sahar Gul e per tutte le ragazzine come lei che hanno subito abusi pesantissimi. Il ministero della Sanità ha fatto sapere che la giovane “si sta riprendendo fisicamente ma siamo molto preoccupati – ha aggiunto – per le sue condizioni mentali perché è stata torturata per un periodo molto lungo”. Speriamo che il suo caso spinga il governo a intervenire più prontamente in futuro.

Di Marinella Tomasi

Fonti: il corriere della sera , il manifesto

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From → ATTUALITA'

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