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I MONACI BUDDISTI PREGANO SEMPRE PER IL LORO TIBET : UN ALTRO MASSACRO COMUNISTA.

21/08/2012

Per comprendere l’abominio di cui si sono macchiati i Comunisti Cinesi ,bisogna prima inquadrare storicamente il contesto del Tibet.

Nel 1898 la Gran Bretagna intervenne militarmente una prima volta in Tibet e nel 1904 spedì forze militari indiane, al comando di Sir Francis Younghusband (1863-1942) per sanare una controversia confinaria, che di fatto significò l’occupazione militare del Tibet, volta a contrastare l’interesse per il Tibet manifestato dallo Zar di Russia. In risposta a questa operazione militare il ministro degli esteri cinese affermò per la prima volta in modo esplicito che era la Cina ad avere sovranità sui territori tibetani.[29]

Quando la missione militare britannica raggiunse Lhasa, il Dalai Lama era già fuggito ad Ulan Bator, in Mongolia, situazione che avrebbe costretto Sir Younghusband a ritornare in India senza aver raggiunto gli obiettivi prefissati, opzione non ritenuta accettabile. Younghusband decise quindi di redigere un trattato unilateralmente, facendolo approvare a Potala dal reggente, Ganden Tri Rinpoche, e da altri ufficiali tibetani reclutati con funzione di “governo”.

All’insaputa di Younghusband il ministro tibetano con cui trattò era appena stato nominato, in quanto il predecessore era stato imprigionato di recente insieme ad altri ministri, accusati di essere filo-britannici e potenzialmente troppo accomodanti con il comandante inglese.[30]

Il Tibet nel 1914
Il trattato stipulato obbligò il Tibet ad accettare diverse condizioni, tra cui l’apertura dei suoi confini all’India britannica senza l’imposizione di tasse doganali o altri impedimenti ai mercanti indiani e britannici, l’accettazione dell’insediamento di un agente e di avamposti commerciali nel sud del paese, l’obbligo di pagare 2,5 milioni di rupie come forma di indennizzo e l’impegno a non stringere relazioni con altre nazioni straniere senza l’approvazione preventiva della Gran Bretagna.[31]

La vittoriosa spedizione durò un anno e l’esercito invasore si ritirò lasciando sul campo 5.000 vittime tibetane contro le sole 5 britanniche.[32]

Questo trattato anglo-tibetano fu di fatto ratificato dai cinesi nel successivo trattato sino-britannico del 1906, con cui i britannici si impegnarono a non annettersi alcun territorio tibetano e a non intromettersi nell’amministrazione di quel governo, ricevendo in cambio il consenso dei cinesi all’istituzione dei rapporti commerciali anglo-tibetani avvenuta nel 1904. Entrambe le potenze si impegnarono ad impedire che altre nazioni estendessero la loro influenza nel Tibet.[33] Il governo di Pechino si prese inoltre la responsabilità del pagamento alla Gran Bretagna dei 2,5 milioni di rupie che il Tibet sarebbe stato costretto a versare in base al trattato del 1904.[34]

Nel 1907 la Gran Bretagna e la Russia, nell’ambito della spartizione delle rispettive aree di influenza in Asia, si accordarono che, nel rispetto di quanto stipulato con i precedenti trattati del 1904 e 1906, fossero riconosciuti i diritti di suzerain sul Tibet dei cinesi, ai quali veniva riconosciuto anche il diritto di intermediazione su tutti gli affari esteri tibetani. Con tale trattato i due stati europei si impegnarono inoltre a non minacciare l’integrità territoriale del Tibet e a non inviare loro rappresentanze a Lhasa (Accordo anglo-russo).[35]

Nel 1910 i manciù, che governavano la Cina, invasero nuovamente il Tibet e costrinsero il Dalai Lama a fuggire nell’India britannica dove rimase fino al 1913, dopo che in Cina scoppiò la rivoluzione che pose fine al millenario impero nel 1911. Gli inglesi intervennero a loro volta e liberarono Lhasa nel 1912.

L’interferenza manciù cessò nel 1912, in concomitanza con la fondazione della repubblica di Cina. Nella prima costituzione di tale stato fu riaffermata la sovranità sul Tibet, che veniva eletto a provincia cinese.[28]

I tibetani risposero espellendo tutte le truppe cinesi di stanza a Lhasa e in altri centri del Tibet e il tredicesimo Dalai Lama dichiarò l’indipendenza del Tibet nel 1913.

Nello stesso anno Tibet e Mongolia firmarono nella capitale mongola Urga, l’attuale Ulan Bator, un trattato di alleanza e di reciproco riconoscimento dell’indipendenza dalla Cina (“Trattato di Urga”). Le ultime truppe cinesi abbandonarono il Tibet nel 1914. Il XIII Dalai Lama fu accolto trionfalmente in Tibet e si sforzò di modernizzare il paese nel rispetto della tradizione religiosa. Vennero create linee telefoniche, linee elettriche, le prime strade ed acquedotti, il servizio postale (vennero emessi anche i francobolli), ma la società rimase quella feudale di sempre.

Nel 1914 venne negoziato in India un ulteriore trattato fra il Tibet, la Cina e la Gran Bretagna (la “Convenzione di Simla”) per definire confini e sovranità. Questo trattato era favorevole ai britannici e i cinesi non lo firmarono né lo riconobbero mai; per questo motivo rivendicano, ancora oggi, il territorio dell’Arunachal Pradesh, che i tibetani accettarono di cedere ai britannici. I confini seguivano una linea (“Linea McMahon”) tracciata dall’allora negoziatore britannico, Sir Henry McMahon (1862-1949). L’indipendenza tibetana, sotto la suzeraineté cinese, era contemplata nell’ accordo bilaterale che venne raggiunto a Simla tra Tibet e India Britannica lo stesso giorno in cui la delegazione cinese lasciò la convenzione (3 luglio 1914), ma non poté essere ratificata per l’assenza dei cinesi.

Spedizione nazista in Tibet: fotografia di gruppo ricercatori tedeschi e tibetani
La prima guerra mondiale e la guerra civile cinese causarono un impoverimento della Cina che accantonò provvisoriamente l’interesse per il Tibet, facendo sì che Thubten Gyatso (XIII Dalai Lama, 1876-1933) governasse indisturbato sul territorio reclamato oggi dal Governo tibetano in esilio, ad eccezione della regione dell’Amdo (Qinghai) dove gli Hui, che controllavano i territori vicini dello Xining, cercavano di estendere il proprio potere.

Nel 1927 la Cina spostò la capitale a Nanchino, dove fu spostata anche la commissione per gli affari mongoli e tibetani, nella quale furono fatti entrare come membri diverse personalità tibetane, tra cui il Dalai lama ed il Panchen Lama.[28]

Per un trentennio il Tibet si mantenne equidistante da tutte le potenze, e permise ad una spedizione pseudoscientifica inviata dal Terzo Reich nel 1938, di cercare il fantomatico regno di Shambhala (o Xambala), un regno sotterraneo centroasiatico la cui ipotetica capitale Agharti sarebbe stata governata da saggi rappresentanti della “razza ariana”.

Nel 1942, nel corso della seconda guerra mondiale, la strada di rifornimento tra India e Cina che passava per la Birmania fu interrotta dai giapponesi. Il governo britannico richiese invano il permesso di aprire una via militare per i rifornimenti attraverso Zayul (Tibet nord- orientale) al governo tibetano, che si era dichiarato neutrale e non allineato.

Fu una vittoria tanto fragile quanto breve: contando sull’appoggio della potenza militare britannica, non venne ammodernato l’esercito, e dopo trent’anni d’instabilità politica all’interno della Cina, nel 1949 i comunisti presero il potere, mentre i britannici avevano evacuato l’India già nel 1947. La neonata repubblica indiana allacciò nel 1948 relazioni diplomatiche col Tibet, mentre la repubblica nazionalista cinese mantenne l’ambasciata a Lhasa fino all’8 luglio 1949, quando il governo tibetano ne chiese la soppressione in séguito alla sconfitta dell’esercito nazionalista cinese da parte dei comunisti. Complice il mondo distratto dalla contemporanea guerra di Corea, nel 1950 i comunisti cinesi entrarono in Tibet al grido:”Liberiamo il Tibet dagli imperialisti e dagli schiavisti”

Il cosiddetto Tibet storico (territori in cui vivono anche popolazioni tibetane) aveva una superficie quasi doppia rispetto a quella della regione autonoma locale odierna. Con 3,8 milioni di chilometri quadrati di superficie, quanto l’Europa occidentale, il Tibet storico occupa un terzo della Repubblica popolare cinese, ma i suoi sei milioni di abitanti sono appena lo 0,5 per cento della popolazione cinese. Questa immensa regione di montagne e altipiani ha sempre attirato gli appetiti dei vicini per la sua posizione strategica (fra Cina e India), perché controlla riserve d’acqua vitali per tutto il continente (lo Yangze, il Fiume Giallo, il Mekong, l’Indo, il Brahmaputra nascono qui), e giacimenti di minerali preziosi dall’oro all’uranio.

Le mire coloniali della Cina sul Tibet sono una costante nella storia: l’indipendenza del Tibet, i cui abitanti sono linguisticamente affini anche ai birmani con cui condividono il ceppo di lingue sino-tibeto-birmane, non venne accettata dalla Cina repubblicana, che dopo il 1911 prese il posto della dinastia mancese (1644 – 1911), l’ultima delle dinastie imperiali. Il fondatore della Repubblica di Cina, Sun Yat Sen (1866-1925) non solo non ammise la secessione della Mongolia, del Tibet e del Tannu Tuva, ma si propose di riconquistare tutti i territori storicamente appartenuti alla Cina, vale a dire la Corea, il Vietnam settentrionale, l’isola di Sakhalin, i territori settentrionali di India e Pakistan (l’India venne costretta a rinunciare ai monti Kunlun ed alle Pianure della Soda – “Soda Plains”- nel 1962, ed il Pakistan ai contrafforti himalayani nel 1963), il Nepal, il Sikkim, il Bhutan, la regione del Wakkan (Afghanistan), la regione russa dei fiumi Ussuri ed Amur, le regioni settentrionali della Birmania e del Laos (i territori Shan), nonché quelle orientali del Tagikistan, dell’Uzbekistan, del Turkmenistan, del Kazakhistan e del Kirghizistan. Nel periodo tra il 1914 ed il 1949 il caos dominava la Cina, con una guerra civile sanguinosa tra i nazionalisti del Guomindang (allora al potere) ed i comunisti di Mao Zedong (1893 – 1976), in concomitanza con l’aggressione nipponica del 1931 – 1945. La vittoria di Mao, nel 1949, e la proclamazione della Repubblica popolare cinese il 1º ottobre di quell’anno, fecero tornare alla ribalta la questione dei “Territori separati dalla madrepatria”. Durante il discorso del 1º ottobre, Mao citò, appunto, uno ad uno i territori che sarebbero stati ricondotti alla Cina: l’isola di Hainan (occupata tra il marzo ed il maggio del 1950), l’isola di Taiwan, le isole Pescadores, Spratley, Quemoy, Matsu, la regione indiana dell’Aksai Chin (Ladakh, conquistato nella guerra del 1962), la regione indiana controllata dalla britannica Agenzia della frontiera nordorientale (North East Frontier Agency, NEFA, regione dell’alto corso del fiume Brahmaputra) ed, appunto il Tibet.

Già il 1º gennaio 1950 Radio Pechino annunciò per il Tibet l’imminente “liberazione dal giogo dell’imperialismo britannico” (l’influenza britannica in realtà era finita con la seconda guerra mondiale e l’indipendenza dell’India, nel 1947). Il Dalai Lama e il Panchen Lama, allora adolescenti, firmarono messaggi in cui chiedevano l’intervento della Cina per proteggere il Tibet dalle potenze straniere nemiche. Nel contempo iniziarono frenetiche trattative diplomatiche tra cinesi e tibetani al fine di evitare l’invasione cinese. Una delegazione tibetana di alto livello era attesa l’8 ottobre 1950 alla stazione ferroviaria di Pechino, allorquando la radio cinese dette la comunicazione ufficiale dell’ingresso di 80.000 uomini in Tibet.

La Guerra di Corea, scoppiata all’alba di domenica 25 giugno 1950, e l’intervento americano a sostegno della Corea del Sud attaccata dalla comunista Corea del Nord di Kim Il Sung (1912-1994) dettero alla Cina l’occasione sperata per occupare il Tibet. Distolta dai fatti di Corea, l’opinione pubblica mondiale venne colta di sorpresa allorché, il 7 ottobre 1950, quarantamila soldati dell’Esercito di liberazione popolare attraversarono il corso superiore dello Yangtze e dilagarono in tutto il Tibet orientale, il Kham, oggigiorno in gran parte incorporato nelle provincie cinesi del Sichuan, del Gansu e del Qinghai, uccidendo ottomila male armati soldati tibetani, e senza praticamente incontrare resistenze di sorta. Una settimana dopo l’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso (1935-vivente) venne dichiarato maggiorenne e diventò sovrano del Tibet a tutti gli effetti.

Nel 1950 40.000 soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare, con una campagna bellica pianificata dal futuro leader Deng Xiaoping, entrarono in Tibet frantumando il presidio militare tibetano, ed occuparono la parte occidentale del Kham a cui venne dato il nome di Qamdo ed assegnato la status di territorio a statuto speciale.[27]

Nessuno stato sovrano ha mai riconosciuto l’indipendenza del Tibet e anche i paesi europei, coerentemente con il diritto internazionale, trattarono l’invasione come una questione interna cinese (del resto, allora, la Repubblica popolare cinese non era diplomaticamente riconosciuta dagli Stati Uniti e dall’Europa Occidentale) e l’America, già duramente impegnata contro le truppe cinesi (i cinesi accorsero in aiuto alla Corea del Nord appena due settimane dopo aver invaso il Tibet, il 19 ottobre 1950) a difendere la Corea, non osò sfidare Mao. Ancora oggi tutti i paesi del mondo riconoscono il Tibet come una regione della Cina e non come un’entità indipendente.

Sardar Vallabhbhai Patel (1875-1950), il vice primo ministro dell’India di allora, così si espresse: “La recente e amara vicenda (l’invasione cinese del Tibet) ci dice anche che il comunismo non è uno scudo contro l’imperialismo e che i comunisti sono buoni o cattivi imperialisti come tutti. Le ambizioni cinesi sotto questo aspetto non riguardano solo i fianchi himalayani dalla nostra parte ma includono anche importanti parti dell’Assam. Hanno anche ambizioni sulla Birmania”. Anche il Dr. Rama Manohar Lohia (1910-1967), leader comunista indiano, dopo aver fortemente condannato la violazione, così si espresse: “Il governo cinese invadendo il Tibet ha portato offesa non solo contro il senso morale internazionale, ma anche contro gli interessi dell’India: il Tibet rappresenta il palmo della mano ed ora la Cina vuole pure le dita, ovvero Nepal, Bhutan, Sikkim ed i territori indiani ad oriente ed occidente della Linea McMahon”.

Per contro uno dei più grandi sinologi, Joseph Needham, inglese figlio di genitori scozzesi, ha sottolineato come i tibetani rispetto ai cinesi han sono come i gallesi rispetto agli inglesi: come i gallesi non sono inglesi ma sono certamente britannici, i tibetani non sono han ma certamente sono a tutti gli effetti cinesi.

Negli annali delle Nazioni Unite, a quella data, l’unico Paese che invano sollevò la questione fu El Salvador.

Il 17 novembre 1950 il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso (l’attuale Dalai Lama) assunse i pieni poteri spirituali e temporali come Capo dello Stato, nonostante avesse appena compiuto il sedicesimo anno. Fu lui a firmare l'”accordo dei 17 punti” del 23 maggio 1951 noto come “Trattato di liberazione pacifica”,[36] e successivamente sarebbe diventato vicepresidente del comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo. In seguito la Cina usò questo documento per attuare il piano di trasformare il Tibet in una colonia cinese senza tenere alcun conto della forte resistenza del popolo tibetano.

Privato dei suoi territori settentrionali ed orientali, il 9 settembre 1951 il Tibet dovette accogliere 3.000 soldati cinesi da acquartierare nella capitale Lhasa e dovette cambiare il proprio nome adottando quello cinese di Xizang. Questa data segna effettivamente la fine dell’indipendenza tibetana.

Il Tibet doveva rinunciare, tra l’altro, ad una politica estera autonoma, a batter moneta e a stampare francobolli. Poiché alcune riforme del nuovo governo, tra le quali quella di una redistribuzione delle terre, sarebbero risultate impopolari tra monaci e aristocratici, l’accordo dei 17 punti previde un graduale inserimento di tali riforme nell’arco di sei anni. Con la sorpresa dei tibetani, da tale piano furono escluse le regioni periferiche del Kham e dell’Amdo, nelle quali le pesanti riforme furono imposte con risoluzione immediata e con l’uso della forza.[26]

Le pesanti imposizioni nelle due regioni provocarono locali rivolte duramente sedate dai cinesi, che arrivarono a bombardare con l’aviazione i monasteri in cui si erano asserragliati i ribelli khamba. Vennero anche imposte pesanti tasse sui monasteri sia per indebolirli come centri di potere, sia per finanziare le costose campagne di occupazione.

Già nel 1952 i cinesi vennero economicamente incentivati a trasferirsi in massa in Tibet dalle regioni limitrofe, tanto che oggigiorno i tibetani, sei milioni, sono in minoranza nel proprio paese nei confronti degli immigrati han. Il Dalai Lama chiese due anni dopo un incontro con Mao Tse Tung (1893 – 1976) e con Deng Xiaoping (1904 – 1997) per negoziare invano una soluzione pacifica.

Nel 1954, contemporaneamente al riconoscimento indiano dell’annessione cinese del Tibet, il Dalai Lama e il Panchen Lama, invitati a Pechino, rimasero affascinati da Mao e dagli altri leader comunisti e solo alla fine del loro soggiorno questi ultimi gettarono la maschera accusando il Buddhismo di essere un “veleno”. Tornati in patria i due giovani leader religiosi scoprirono che lontano da Lhasa, nelle provincie di Amdo e Kham, le milizie comuniste avevano già cominciato a svuotare i monasteri ed a perseguitare il clero buddista. La colonizzazione “pacifica” del Tibet si scontrava con una reale e sistematica distruzione del culto tibetano e dei monasteri, nella completa indifferenza mondiale. Repressione e arresti di massa scatenarono nel 1955 le prime fiammate di insurrezione armata, a cui partecipano i monaci buddisti. A quel punto, gli Stati Uniti, che avevano già combattuto direttamente contro i cinesi in Corea, presero l’iniziativa e la CIA venne incaricata di addestrare la resistenza tibetana. L’aiuto verrà interrotto un quindicennio dopo da Richard Nixon (1913-1994) e da Henry Kissinger (1923) nel 1971 dopo il disgelo con la Cina al fine di trovare una via d’uscita alla guerra del Vietnam.

Approfittando dei dissidi in seno al Partito comunista cinese in seguito alla fallimentare e tragica esperienza del “grande balzo in avanti” e con il supporto della CIA, il 10 marzo 1959 il movimento di resistenza tibetano, ormai esteso a tutto il Paese, culminò in una sollevazione che fu repressa col dispiegamento da parte del governo cinese di 150.000 uomini e di unità aeree. Migliaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle strade di Lhasa e in altri luoghi. Il 17 marzo 1959 il Dalai Lama abbandonò Lhasa per cercare asilo politico in India seguito da oltre 80.000 profughi tibetani, negli anni successivi la diaspora continuò fino a toccare il numero odierno di 130.000 profughi dispersi in tutto il mondo. La sollevazione si stima abbia comportato una strage di almeno 65.000 persone (cifre più attendibili indicano in 80.000 vittime e 300.000 profughi). Per il Tibet iniziò un periodo tragico, privato com’era del suo capo di stato e guida spirituale.

Tenzin Gyatso (il XIV Dalai Lama) e altri funzionari del governo si stabilirono a Dharamsala in India, ma sparuti gruppi di resistenza continuarono la lotta in patria fino al 1969. Più volte il ministro cinese Zhou Enlai (1898-1976) chiese all’India l’estradizione del Dalai Lama.

Nel 1965, con la proclamazione della nascita della “T.A.R.” (“Regione Autonoma del Tibet”), il paese perde ogni forma seppur velata d’indipendenza, divenendo una regione autonoma della Cina amministrata direttamente da Pechino, con questo atto il Tibet venne annesso alla Cina de facto, come annunciò l’allora presidente della Repubblica popolare, Liu Shaoqi (1898-1969).

Il biennio 1966-1968 fu tragico per il Tibet. Durante la Grande rivoluzione culturale, i rivoluzionari cinesi organizzarono campagne di vandalismo contro monasteri e siti simbolo della cultura antica. Dal 1950 venne distrutta la quasi totalità dei monasteri, oltre 6.000, di cui molti secolari. Un gran numero di tibetani venne ucciso e molte migliaia furono arrestate. Anche oggi si contano tibetani, soprattutto monaci e monache, nelle carceri cinesi per reati politici legati alla richiesta di indipendenza.

La nuova resistenza ha inizio nel 1977 e dura tuttora, dopo due dure repressioni, rispettivamente nel 1980 e nel 1989. Nel 1978, 1979, 1981, 1984 e 1991 la stampa mondiale si occupò dell’irrisolto problema tibetano. Il Governo tibetano in esilio denuncia la volontà del Governo cinese di cancellare definitivamente la cultura del paese con la repressione e con una propaganda martellante sui mass media e per le strade. Il Dalai Lama ormai non richiede più l’indipendenza del Tibet, ma una vera autodeterminazione che possa preservare ciò che è rimasto della sua cultura e garantire ai tibetani i diritti umani fondamentali.

Dopo la morte di Mao, è continuata la resistenza attiva e passiva dei tibetani. Il nuovo leader cinese, Deng Xiaoping (1904-1997), ha promosso a partire dal 1983 massicci trasferimenti di cinesi in Tibet ed il trasferimento forzato è stato incrementato dopo il fallimento dei colloqui segreti tra il governo cinese ed il Dalai Lama nel 1987, quando quest’ultimo propose agli Stati Uniti un accordo di mediazione con la Cina che salvaguardasse l’identità culturale del suo Paese (21 settembre). Tuttavia questo “trasferimento forzato” non è provato da nessun documento. Alle manifestazioni in Tibet la Cina rispose con un’ennesima repressione che fece due morti.

La morte del Panchen Lama nel 1994 ha aggravato la tensione. Nel marzo del 2008, con l’approssimarsi dell’apertura a Pechino dei giochi olimpici, sono scoppiate nuove manifestazioni a Lhasa, promosse da elementi estremisti tibetani contestatori della linea “morbida” del Dalai Lama, che sono state represse con mano inizialmente cauta. Tali scontri hanno provocato grande imbarazzo al governo cinese, che su pressione della comunità internazionale ha ripreso i colloqui poche settimane più tardi in un incontro a Pechino con i rappresentanti designati dal Dalai Lama.

Nel frattempo, lo stile di vita sempre più “occidentale” della gioventù cinese nelle grandi città, ha fatto scoprire agli adolescenti il messaggio pacifico del Dalai Lama, tanto che nella primavera del 2010, ad un dibattito organizzato da una televisione statunitense, hanno potuto partecipare senza limitazioni della censura anche giovani cinesi della Repubblica Popolare, i quali hanno potuto porre in diretta domande anche politiche al Dalai Lama, ricevendo risposte dal tono molto pacato.

L’intricato quadro storico e`quello sopra descritto, e per ricordarlo meglio teniamone a mente la cronologia.

1949
Proclamazione delle Repubblica Popolare Cinese. La Repubblica Popolare Cinese minaccia di “liberare il Tibet dalla tirannia del Dalai Lama” Il Tibet fa appello alle Nazioni Unite. L’Armata di Liberazione Popolare entra nel Tibet orientale.
1950
La Cina comunista invade il Tibet centrale. Il Governo tibetano è costretto a negoziare la “liberazione pacifica” del Tibet.

1951
Il Tibet viene incorporato nella Repubblica Popolare Cinese attraverso il patto in17 punti.

1951-1954
Periodo di coesistenza tra il Governo Tibetano e le autorità cinesi. La Cina adotta una politica molto cauta fin quando non si è garantita il controllo militare, logistico e politico del Tibet.

1954
Vengono portate a termine le strade che collegano la Cina al Tibet. L’India riconosce la sovranità cinese sul Tibet nel trattato “Panchshila”. La Cina dà inizio alla trasformazione politica del Tibet.

1955
Inaugurazione del Comitato Preparatorio per la Regione Autonoma Tibetana (TAR) e lo scioglimento effettivo del Governo Tibetano.

1956
Nel Tibet orientale, esternamente al TAR, vengono imposte “riforme democratiche”. Nel Tibet orientale inizia una rivolta anti-cinese. Il Dalai Lama in visita in India, minaccia di chiedere asilo politico.

1957
Il presidente Mao inaugura nel TAR una politica di limitazione, incluso il differimento delle riforme e la riduzione dei quadri cinesi han, ma nel Tibet orientale continuano le “riforme democratiche” e la repressione della rivolta.

1958
“Grande balzo in avanti”. Nel Tibet orientale è iniziata la collettivizzazione, che inasprisce la rivolta. La rivolta si diffonde nel TAR.

1959
L’opposizione tibetana agli ordinamenti cinesi culmina con la rivolta di Lhasa e la partenza del Dalai Lama per l’India. Nelle rivolte tra il 1956 e il 1959 vengono uccisi decine di migliaia di tibetani, la maggioranza nel Tibet orientale. Dopo la rivolta, la Cina istituisce le “riforme democratiche” nel TAR e la prepressione della resistenza tibetana.

1959-1962
Decine di migliaia di tibetani vengono imprigionati. Le “Riforme democratiche” delle istituzioni religiose porta allo spopolamento dei monasteri, all’arresto di molti monaci e al saccheggio delle proprietà traduce nell’inedia di migliaia di tibetani, specialmente di coloro che sono rinchiusi nelle prigioni. Dal 1962 circa 70.000 tibetani si sono rifugiati in Nepal e in India.

1966-1976
Grande Rivoluziopne Culturale Proletaria. I monasteri tibetani e i monumenti religiosi vengono distrutti. La cultura tibetana viene repressa. Il caos della rivoluzione culturale cinese culmina nella rivolta anticinese di Nyemo, negli anni 1968-1969. All’inizio del periodo viene avviata la collettivizzazione, che sarà completata alla fine. La collettivazione e le preparazioni alla guerra dei cinesi creano nuove carestie tra il 1969 e il 1972.

1976
Muore il presidente Mao.

1979
Deng Xiaoping introduce la politica di liberalizzazione post-maoista sia in Cina che in TIbet.

1979-1984
Dialogo sino-tibetano circa il rientro in Tibet del Dalai Lama. La liberalizzazione economica e culturale provoca il rifiorire della religione, della cultura e del nazionalismo tibetano. L’apertura delle frontiere del Tibet internazionalizza la questione tibetana.

1984
Il CCP avvia una politica di sviluppo economico che incrementa enormemente il numero di cinesi in Tibet.

1987
A Washington, il Dalai Lama annuncia il suo Piano di Pace in Cinque Punti. A Lhasa avvengono dimostrazioni in favore del Dalai Lama e dell’indipendenza del Tibet. Il Dalai Lama fa la proposta di Strasburgo.

1987-1989
A Lhasa si susseguono in continuazione dimostrazioni e tumulti a sostegno dell’indipendenza tibetana.

1989
In Tibet viene dichiarata la legge marziale, poco dopo il massacro nella piazza di Tienanmen a Pechino. Il Dalai Lama è insignito del Premio Nobel per la pace.

1992
La Cina limita tutti gli aspetti dell’autonomia tibetana identificandoli come nazionalismo tibetano, religione e lingua comprese.

1994
Il terzo Convegno di lavoro (Forum of Work) in Tibet promuove la politica di sviluppo economico, la colonizzazione, la restrizione dell’autonomia, la repressione della resistenza e lo sradicamento dell’influenza del Dalai Lama.

1995
La Cina sceglie il suo Panchen Lama in opposizione alla scelta del Dalai Lama. Continua la campagna di sradicamento dell’influenza religiosa e politica del Dalai Lama.

1996
Inizia nei monasteri una rieducazione intensiva.

1997
Comincia una campagna contro gli aspetti della cultura tibetana identificati come ostacoli allo sviluppo.

1998-2000
Ancora nessun significativo cambiamento.
Le recenti scandalose pressioni (settembre 2000) del governo cinese sull’ONU per l’esclusione di Sua Santità il Dalai Lama del Tibet dal Summit per la Pace del Millennio a cui hanno partecipato circa mille leaders spirituali, offre un buon metro per la misurazione dello stato attuale delle cose.

Anche nei giorni nostri il Mondo, come riportano blog e giornali tace VERGOGNOSAMENTE di fronte ad un massacro di questa portata – forse perche`il Tibet non riveste particolare importanza per i pozzi petroliferi e allora meglio girarsi di la`!

31 MAGGIO 2012

“Continua il massacro in Tibet da parte del governo Cinese: 600 arresti .Il mondo tace!

Ancora violenza da parte della polizia e militari cinesi nei confronti dei tibetani, da anni uccisi, arrestati e umiliati poichè protestano pacificamente contro l’occupazione cinese del Tibet. La Repubblica Popolare cinese continua a negare le più elementari regole di libertà. Nelle ultime ore è aumentata la repressione nei confronti dei tibetani e sarebbero almeno 600 i tibetani arrestati a Lhasa nelle ultime ore. I cinesi respingono e rimandando indietro anche i pellegrini che arrivano a Lhasa dalle province vicine. Lo riferiscono fonti delle organizzazioni che si battono per i diritti dei tibetani. Intanto il mondo occidentale pare non preoccuparsi di questa parte del mondo solamente perchè le ragioni economiche prevalgono su quelle dei diritti elementari del diritto e della libertà. L’occidente si è dimostrato prontissimo ad attaccare la Libia (interessi energetici: petrolio, gas ecc.) ma si muove leggera come una piuma in Siria (se fai un buco nella terra esce sabbia e non petrolio…) e tace sul Tibet.”

6 MAGGIO 2012

“Dall’Ucraina al genocidio culturale del Tibet

Le notizie relative allo stato di detenzione di Juliia Timoshenko ed il massacro dei cani per rendere più “confortevole” l’ambiente ai turisti che assisteranno ai prossimi europei di calcio hanno suscitato una grande indignazione e, addirittura, la proposta di boicottare l’importante competizione sportiva.

Non sappiamo come finirà, ma è certamente una bella notizia: la possibilità di influenzare e contrastare, tutti insieme, le forme di violenza e di prepotenza, restituendo il giusto spirito e contesto alle competizioni sportive, è una consapevolezza che cresce e che può essere di grande forza.

Mi chiedo, però, perché non sia accaduto altrettanto (e non accada per il futuro)per la questione del Tibet (la Cina ha ospitato le Olipiadi nel 2008). Credo che ormai sia da molte parti testimoniato che in Tibet sia in corso un vero e proprio genocidio culturale, in cui persone semplicemente dedite alla meditazione ed alla preghiera – i molti monaci che vivono nei ministeri – sono talmente maltrattati e portati alla disperazione dalle autorità cinesi che, pur di sollevare l’attenzione sul problema, si immolano dandosi fuoco.
È già successo decine di volte.

I governi, probabilmente in conseguenza del potere economico della Cina e della sua capacità di condizionare le economie mondiali, non sembrano avere la forza (o peggio, l’interesse) a focalizzare l’attenzione sulla questione “Tibet”. Ed allora, forti della consapevolezza che si può condizionare la realtà anche come insieme di cittadini, a prescindere dalle ufficiali posizioni della politica, perché non c’è mai stata, sino ad ora, una indignazione ed una reazione anche solo minimamente paragonabile a quella suscitata dai cani ucraini e dalla biasimevole violenza sulla Juliia Timoshenko? Le migliaia di tibetani valgono meno?

Ecco un passo del libro del monaco Palden Gyatso (da Il fuoco sotto la neve, la voce di un monaco perseguitato dall’invasione cinese in Tibet, Sperling paperback, 1997), che rende l’idea di ciò di cui sto parlando: “… <<Confessi?>> latrò Liao. <<Confessi?>> <<potete farmi quello che volete!>> urlai. Ero fuori di me per la collera, avevo perso il controllo. Le guardie mi legarono dietro la schiena con una corda, poi gettarono l’estremità della corda sopra una trave di legno. Tirarono la corda sollevandomi le braccia, storcendole, quasi strappandole dalle cavità articolari. Urlai. Cominciai a orinare senza controllo. Non riuscivo a sentire altro che le mie urla e le percosse <<potete farmi quello che volete!>> urlai alle guardie (p. 77) (…) Non aspettò la risposta. Staccò il bastone dalla presa e cominciò a premermi sulla carne quel nuovo giocattolo e il mio corpo sussultava ad ogni scossa. Poi, urlando oscenità, mi cacciò il bastone in bocca,lo tolse, menò un altro colpo. Tornò alla parete e scelse un bastone più lungo. Sentii che il corpo si spezzava a metà. Ricordo vagamente che una guardia mi infilò un dito in bocca per estrarmi la lingua ed evitare che soffocassi. Ricordo anche che un agente cinese corse fuori dalla stanza nauseato. Mi torna in mente come fosse ieri lo strazio delle scosse elettriche che mi facevano sussultare, persi i sensi e quando mi ripresi mi trovai in una pozza di vomito e orina. Avevo la bocca gonfia. Quasi non riuscivo ad aprire le mascelle. Con una fitta di dolore sputai fuori qualcosa. Erano tre denti. Ci vollero parecchie settimane perché riuscissi a mangiare di nuovo cibo solido. Con il tempo mi caddero anche tutti gli altri denti (p. 212)”

LA NOTTE DEL TIBET

da “Il Secolo XIX”, 20 Marzo 2008

“Il Tibet sta scomparendo dalle prime pagine dei giornali. I corrispondenti da Pechino fanno adesso da megafono alla voce del regime. Titolava La Repubblica del 19 marzo: «Pechino: “Sul Tibet tante bugie”. Il premier [Wen Jiabao]: “Prove contro il leader buddista”. Testimoni: a Lhasa è caccia al cinese». Eppure, per i tibetani, sono proprio queste le ore più drammatiche. Sul Tibet è calata la notte. I turisti – anche quelli cinesi – sono stati rispediti a casa. L’accesso ai giornalisti è vietato. Le comunicazioni sono state interrotte. Per conoscere cosa stia esattamente accadendo nel Paese delle nevi dovremo forse attendere anni. Sarà solo quando i nuovi detenuti politici tibetani, scontata la pena, riusciranno a fuggire in India che si conoscerà nei dettagli quanto è accaduto in questi giorni. Qualcosa, tuttavia, lo si può intuire. Perché i precedenti non mancano.

A McLeod Ganj (Dharamsala) c’è un’associazione di ex prigionieri politici tibetani. Si chiama “Gu-Chu-Sum” e nel nome ricorda le tre sommosse di Lhasa del settembre e ottobre 1987 e marzo 1988. Gli ex detenuti hanno raccontato cosa fece seguito alle rivolte di quei giorni. I dimostranti venivano identificati grazie alle immagini registrate dalle telecamere e alle fotografie scattate dalla polizia cinese. Gli arresti avvenivano di notte. In carcere i prigionieri furono fatti azzannare dai cani, picchiati, sottoposti a scariche elettriche, legati con le corde alle travi del soffitto e tenuti sospesi per ore. I capi vennero giustiziati. Ma le rivolte dell’87 e dell’88 furono limitate alla zona del Barkor, nella città vecchia di Lhasa. Quest’anno, invece, non si è trattato di una rivolta ma di una vera e propria insurrezione. Monaci e laici sono scesi in strada in tutto quello che una volta era il “Tibet etnico”: da Lhasa alle lontane regioni del Kham e dell’Amdo incorpate oggi nelle province cinesi del Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan. L’insurrezione di quest’anno ha ancora una volta messo in discussione l’occupazione militare del Tibet da parte dell’Esercito popolare di liberazione cinese. La repressione sarà feroce. Spietata. Inviati delle Nazioni Unite dovrebbero monitorare quanto sta avvenendo in queste ore nelle carceri di Gurtsa, Sangyib e Drapchi a Lhasa e in quelle del resto del paese.

La “tregua olimpica” è stata così irrimediabilmente spezzata. Le prossime Olimpiadi potevano invece offrire un’opportunità straordinaria per cercare di risolvere la questione tibetana. Nel 2001, nel momento dell’assegnazione dei giochi a Pechino, l’Occidente, se avesse avuto un minimo interesse per le sorti del Tibet, avrebbe dovuto porre un’unica condizione alla propria partecipazione ai giochi: il ritorno del Dalai Lama in Tibet. Sarebbe stata una richiesta possibile. Nelle “Direttive finali per la stesura della costituzione tibetana” approvate nel febbraio 1992 dal governo tibetano in esilio è scritto che: «il Dalai Lama non eserciterà nessun ruolo politico nel futuro governo del Tibet». E lo stesso Dalai Lama ha più volte dichiarato di voler essere, d’ora in avanti, «un semplice monaco buddista». C’era tutto il tempo per trattare. Il governo cinese avrebbe potuto invitare il Dalai Lama all’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino e avrebbe potuto poi permettergli di tornare a Lhasa: per una settimana, o per un mese, o per sempre. Sarebbe stato un gesto di pace. Un gesto lungimirante. Ma nessuna dittatura ha mai dato prova di intelligenza politica.

Adesso in molti, invece del Tibet, sembrano esclusivamente preoccupati di salvare le Olimpiadi. In Occidente ferve il dibattito se boicottare o meno i giochi. Il problema è mal posto. Non sono i governi a dover decidere. La decisione spetta alla coscienza di ogni singolo atleta. E ogni atleta deve sapere che, indipendentemente dalla sua performance sportiva, queste Olimpiadi verranno ricordate dalla storia per il massacro del Tibet. L’atleta che va a Pechino deve sapere che le mani del funzionario del partito comunista cinese che gli consegneranno l’eventuale medaglia saranno macchiate di sangue.”

Finche`continuera`ad esserci un regime Comunista che vuole sterminare fisicamente, culturalmente e socialmente un popolo per i propri sporchi interessi e finche` noi tutti, Europa e Usa ci gireremo di la`ipocritamente (perche`e`questo che stiamo facendo!), dato che la loro religione e`il Buddismo e non hanno pozzi di petrolio su cui lucrare ,la situazione sara`questa.
Il Comunismo va combattuto SEMPRE e non solo quando ci comoda!

Di Giulia Delorenzi

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