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LA RISPOSTA DI DIETRO LE QUINTE A Mauro Merlino VICEPRESIDENTE dell’Associazione Attivisti Gay Harvey Milk

14/08/2012

Vi invio questo nostro Articolo, sono Mauro Merlino Vicepresidente dell’Associazione Attivisti Gay Harvey Milk :
Presidenti Associazione Marco Bottaro e Angela Paradiso-I locali gay promiscui devono chiudere i battenti? E’ questa la proposta avanzata nei giorni scorsi dai membri dell’associazione ”Attivisti Gay Harvey Milk” che al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Presidente del Consiglio Monti chiedono espressamente di promulgare un disegno di legge atto alla chiusura dei locali frequentati da clienti omosessuali e promiscui, fra i quali vengono menzionate le saune, i Battuage e le dark room.
A renderlo noto sono stati i membri dell’Associazione gay Harvey Milk, che si battono affinché l’odio contro le persone omosessuali possa essere cancellato una volta per tutte.

“Fermare per sempre l’omofobia nel nostro Paese, fermare la pedofilia, la transfobia e il razzismo in tutto il mondo, avere i nostri diritti umani e civili, avere una legge contro il reato dell’omofobia, avere il diritto di sposare la persona che si ama, avere il diritto di adottare dei bambini”, sono questi gli obiettivi prefissi dall’associazione, che alle Forze dell’Ordine chiedono adesso un aiuto concreto affinché possano essere arginati alcuni spiacevoli fenomeni definiti “scandalosi”.

All’interno dei locali “sotto accusa” si farebbe infatti un eccessivo consumo di sostanze stupefacenti, e sarebbero servite bevande alcoliche anche ai clienti minorenni. All’esterno inoltre avverrebbero continuamente episodi di brutale violenza, spesso ”provocati” proprio dall’orientamento sessuale dei clienti dei locali.

“Chiediamo a voi alte cariche dello Stato di provvedere inoltre al contenimento, alla restrizione e all’eliminazione di siti web pornografici e chat, per la grandissima minaccia concreta e tangibile della pedofilia”, fanno sapere i membri dell’associazione, che dal canto loro si dicono pronti a cooperare “perché troviamo sia giusto e doveroso poter collaborare e camminare insieme per la costruzione di politiche sociali anti-discriminatorie”.

“Se le nostre richieste di democrazia, libertà e tutela non saranno riconosciute e garantite dal nostro Governo e dalle vostre persone – fa però sapere Mauro Merlino, Vicepresidente dell’Associazione Harvey Milk – faremo un esposto all’Alta Corte Del Parlamento Europeo e all’Onu chiedendo il loro appoggio, aiuto e sostegno per mettere in mora questo Paese, visto che il nostro Governo rimane cieco e sordo di fronte alla legittima richiesta di diritti civili e umani”.

 NOI DEL BLOG DIETRO LE QUINTE , COSI’ RISPONDIAMO :

In realtà, il tema merita un approccio più analitico che punti ad andare in profondità per verificare se vi siano concrete ragioni sufficienti per giustificare un intervento legislativo che estenda l’istituto matrimoniale alle coppie omosessuali. Sgombriamo preliminarmente il campo da un equivoco che per lungi tratti ha viziato il dibattito nel nostro Paese. Sarà stato per la paura di affrontare il tema dei matrimoni gay in modo diretto, o per un riflesso di quella “cultura dei diritti” che oramai imperversa in Italia, ma certo è che, pudicamente, le proposte avanzate in materia riguardavano il riconoscimento delle “coppie di fatto” (eterosessuali o omosessuali che siano). Ma in realtà non riusciamo a trovare una sola buona ragione perché l’ordinamento preveda una tutela analoga (semmai minore) a quella prevista per le famiglie in favore di coloro che pur avendo a disposizione un idoneo istituto, specificamente destinato a tutelare la convivenza e a disciplinare i rapporti interni alla coppia, hanno liberamente deciso di non avvalersene. La (agevole) reversibilità della scelta matrimoniale, introdotta in Italia con la legge sul divorzio da più di trent’anni e recentemente rafforzata ulteriormente, ha fatto venire definitivamente meno l’unica ragione che poteva supportare l’esigenza di tutelare i conviventi che decidono di non sposarsi.
Il vero nodo sottostante il tema della tutela delle coppie di fatto è, evidentemente, quello delle coppie omosessuali, alle quali non è invece consentito l’accesso al matrimonio e potrebbero pertanto avere necessità di una tutela da parte dell’ordinamento. Ma se questo è il nodo, non è sufficiente richiamare la generica esigenza di tutelare la libertà individuale occorre verificare in concreto se anche nel caso delle coppie omosessuali ricorrano almeno alcune delle specifiche ragioni che giustificano (ed hanno storicamente giustificato) l’istituto matrimoniale. Il problema non può essere risolto con un mero richiamo alla tutela del “diritto al matrimonio”. Premesso il carattere assoluto ed intangibile del diritto di ciascuno a sviluppare liberamente le proprie relazioni sociali, affettive e sessuali, senza dover subire in alcun modo penalizzazioni o discriminazioni, la sussistenza del diritto a sposarsi (e quindi ad usufruire della tutela giuridica rafforzata propria dell’istituto matrimoniale) va verificato alla luce della ricorrenza di quelle ragioni di interesse sociale che sono alla base di detta tutela.
E’ proprio questo il punto. Il matrimonio non è un semplice riconoscimento giuridico di un fatto (l’unione fra due persone). Se così fosse, si tratterebbe di un mero nomen dal quale non derivano alcune conseguenze per i terzi, un pura forma giuridica perfettamente inutile. Giuridicamente il matrimonio si giustifica perché ne derivano importanti conseguenze giuridiche e patrimoniali che riguardano anche i terzi.
Il regime giuridico della famiglia si risolve in un coacervo di previsioni normative di varia natura che possono essere in modo estremamente sintetico suddivise in tre gruppi:
· le norme che disciplinano i rapporti interni alla famiglia, fornendo ad alcuni componenti tutele nei confronti di altri (particolarmente rilevanti quelle previste nel caso di crisi della relazione coniugale);
· le norme che disciplinano le situazioni in cui terzi entrano in contatto con la famiglia, la posizione dei quali viene in qualche modo compressa rispetto alla generale disciplina dei rapporti civilistici (si pensi alla disciplina dei rapporti negoziali posti in essere da un soggetto coniugato);
· le norme che tutelano diritti, potestà, interessi ed aspettative che la famiglia può vantare nei confronti dello Stato o in generale dei poteri pubblici (come ad esempio la disciplina fiscale e previdenziale che si applica ai soggetti coniugati).
I tre gruppi di norme, sommariamente enucleati, hanno in comune il carattere di costituire una tutela rafforzata rispetto alla ordinaria disciplina civilistica ed amministrativa: si tratta cioè di norme le quali forniscono una posizione differenziata e più favorevole ai soggetti in quanto componenti di una famiglia. Tale rafforzamento non è naturalmente privo di costi: alla tutela rafforzata del coniuge corrisponde inevitabilmente un indebolimento della posizione del soggetto che entra direttamente o indirettamente in contatto con lui (l’altro coniuge, i terzi, i contribuenti). Il problema, quindi, non può essere semplicisticamente risolto invocando un’estensione dei diritti, richiamando impropriamente il principio liberale dell’autonomia dell’individuo. Occorre verificare in modo più preciso se vi siano adeguate ragioni per estendere la tutela giuridica tipica della famiglia anche alle unioni omosessuali e se sia corrispondentemente giusto comprimere la sfera giuridica dei terzi che vengano in contatto con i soggetti componenti l’unione omosessuale. Occorre sempre ricordare che al riconoscimento di diritti corrisponde inevitabilmente l’introduzione di doveri o di divieti a carico di altri soggetti. Per dirla con Milton Friedman: nessun diritto è gratis (there is no such thing as a free rights).
L’istituto della famiglia ha origini antichissime, addirittura precedenti la nascita degli ordinamenti statali più antichi. La disciplina e la tutela della famiglia risponde ad esigenze fondamentali del consesso civile, ed in particolare dalla necessità – propria di ogni organizzazione sociale evoluta – di garantire una cornice giuridica affidabile per consentire lo sviluppo di un processo di procreazione ordinato, nella convinzione che un sistema sociale e culturale solido non possa prescindere dalla diffusione di forme stabili di relazioni di coppia finalizzate (almeno in potenza) alla procreazione. In tal senso, l’esigenza spontanea dei soggetti che decidono di dare vita a coppie stabili si incontra con l’esigenza sociale di rendere (per quanto possibile) ordinato e prevedibile lo sviluppo delle relazioni interpersonali finalizzate alla procreazione. Infatti, l’attività procreativa coinvolge inevitabilmente interessi altamente sensibili che non possono essere rimessi unicamente all’autonoma regolazione dei soggetti interessati. Si pone, inoltre, l’esigenza di agevolare la posizione di quanti decidono di mettere al mondo figli, fornendo al contempo ai figli nati da tali unioni una affidabile cornice giuridica di riferimento. Se non temessimo di apparire materialisti ed economicistici, potremmo dire che l’attività procreativa presenta forti esternalità positive per la società e ciò definisce lo spazio per un intervento pubblico a tutela e sostegno.
Inoltre, a partire da una certa età storica il regime giuridico della famiglia si è sviluppato anche in relazione alla necessità di garantire una specifica tutela al coniuge economicamente e socialmente più debole, il quale dedicando maggiore energia e maggior tempo all’attività di allevamento dei figli aveva evidentemente necessità di un adeguato sistema di garanzie.
Ma, evidentemente, nel caso delle unioni omosessuali non sussiste nessuna di tali ragioni: non vi è l’esigenza di favorire una procreazione ordinata, né di garantire la stabilità dei figli e nemmeno di tutelare il coniuge debole. E quindi la compressione della sfera giuridica dei terzi che inevitabilmente deriverebbe dalla tutela rafforzata della coppia omosessuale sarebbe del tutto ingiustificata dal punto di vista liberale (basti pensare al proprietario di casa che affitta l’immobile ad un conduttore che successivamente avvia una relazione di coppia, al contribuente che dovrebbe sopportare l’onere di una pensione di reversibilità, allo stesso convivente che cessata la convivenza dovrebbe sopportare oneri per il sostentamento dell’altro).
Il fatto è che dietro la ricorrente polemica sul matrimonio gay si cela una pericolosa tentazione statalista. Si cela l’idea che solo ciò che trova un formale riconoscimento giuridico da parte dello Stato abbia legittimità. L’idea che l’ordinamento giuridico debba regolare tutte le attività e tutte le scelte presenti nel corpo sociale: esisto in quanto riconosciuto dalla legge dello Stato. E’ forse comprensibile che la discriminazione, i pregiudizi e la stessa violenza che gli omosessuali hanno dovuto subire per secoli induca a vedere nell’introduzione del matrimonio omosessuale il segno della definitiva liberazione. Ma si tratta di un riflesso sbagliato frutto di una concezione “simbolica” del diritto, lontana anni luce da una cultura liberale del diritto. Ed è anche il simbolo di una concezione minoritaria e paurosa della scelta omosessuale. Sei omosessuale? hai deciso di orientare la tua vita sessuale e sentimentale in modo diverso dagli altri? di non costruire una famiglia e di procreare? ed allora, vivaddio, rivendica con orgoglio la tua decisione e pretendi di essere rispettato, senza “umiliarti” nella pietistica richiesta di certificati di matrimonio, assegni familiari o pensioni di reversibilità.
Naturalmente, tutto ciò non esclude che vi possano anche essere alcune (limitate) situazioni, nelle quali il mancato riconoscimento delle unioni omosessuali pone effettivamente problemi che meritano una soluzione: si pensi al consenso per la donazione di organi, all’aspettativa per malattia del convivente, alle visite in carcere, all’assistenza in ospedale, alla libertà testamentaria. In realtà, si tratta di fattispecie probabilmente ingigantite nella polemica politica, considerato che il più delle volte sono già risolte negli ordinamenti specifici dei diversi settori. In ogni caso, tutte queste fattispecie, più che attraverso una più o meno fedele estensione alle coppie di fatto delle norme di diritto familiare, possono essere meglio affrontate mediante un rafforzamento della tutela delle libertà individuali. Sarebbe, cioè, assolutamente opportuno che ciascuno di noi potesse, indipendentemente dalla formalizzazione di rapporti di convivenza, indicare, ad esempio, una persona alla quale affidare alcune scelte in situazioni di emergenza, ovvero disporre liberamente in sede testamentaria di tutti propri beni (come avviene ad esempio negli Stati Uniti). In un’ottica liberale, il problema non è quindi riconoscere le coppie omosessuali, ma semmai rafforzare – in alcune specifiche situazioni – la tutela della volontà e dell’autonomia della persona, a prescindere che si tratti di single o di convivente, di omosessuale o di eterosessuale. L’obiettivo deve cioè essere quello di un ampliamento della sfera delle libertà individuali, rispetto al quale è inutile, ed anzi controproducente, costruire simulacri o imitazioni della famiglia, laddove famiglia non vi è e non vi può essere.

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