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DIRITTO ALLA VITA E MENTALITA’ EUTANASICA: ALCUNE VALUTAZIONI ETICHE

09/08/2012

Stiamo assistendo, in questi ultimi decenni, allo sviluppo di movimenti di opinione a favore dell’eutanasia sull’onda di casi clamorosi enfatizzati dai media per i quali tutto diventa gesto pietoso e in qualche modo giustificabile, dalla soppressione del figlio handicappato alla sospensione delle terapie nel coma irreversibile.
La cultura secolarizzata, che esalta gli aspetti edonistici ed utilitaristici dell’esistenza, ha contribuito a diffondere un senso crescente di angoscia per il dolore e la morte ed una ripulsa per le espressioni fragili e decadenti dell’esistenza. Eminenti scienziati, fra i quali il premio Nobel J. Monod, sono concordi nell’affermare che è immorale accettare o imporre la sofferenza, facendo così dell’eutanasia non sono un diritto civile ma addirittura un dovere morale. Per molti infatti il concetto di eutanasia coincide con quello di dignità della morte o con quello di umanizzazione del dolore e della morte.

L’ideologia della qualità della vita, basata su criteri prestazionali ed efficientistici, sta favorendo la pratica del Living Will o Testamento di vita, con cui una persona può chiedere ai familiari e al personale sanitario che, qualora si venga a trovare in uno stato di grave sofferenza o di condizioni di vita qualitativamente inaccettabili e non possa disporre di sé, siano sospese le cure e tutte quelle terapie di sostentamento vitale. Un testamento siffatto costituisce dunque la significativa espressione di una mentalità eutanasica, dinanzi alla quale il compatto fronte giuridico comincia a dimostrare segni di cedimento, seguendo la scia dei molti paesi europei (come il Belgio, i Paesi Bassi, il Lussemburgo, la Svizzera e, da pochi giorni, anche la Germania) ed extraeuropei (Australia, Stati Uniti, Canada, Cina, Colombia) dove l’eutanasia è ormai legalizzata.
D’altro canto, la profonda dicotomia esistente in medicina fra tecnologia ed umanizzazione insinua nell’opinione pubblica il timore, non sempre infondato, dell’accanimento terapeutico e quindi di una sopravvivenza assurda e indegna della persona, permessa dagli artifici di una scienza prometeica che non si arresta neppure alle soglie della morte. Ma, a ben guardare, l’eutanasia non è altro che l’estremo approdo dell’hybris umana che cerca di impadronirsi della vita e, quando questa sfugge, nonostante tutto, al suo controllo, cerca allora di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo.
La richiesta della morte da parte del malato, dell’anziano, dell’handicappato è spesso un appello per essere liberato dal dolore, dal non-senso, dalla paralisi relazionale.
Altre volte il desiderio di morire non rappresenta il frutto di una decisione libera e autonoma, sia pure eticamente inaccettabile, ma è sintomo di uno stato depressivo, frequente nel caso di un morente spesso abbandonato e minato nel suo equilibrio psichico.
Accade spesso nelle nostre strutture sanitarie che il malato venga espropriato della sua morte, diventata possesso esclusivo dei medici. In questo tipo di contesto può avvenire che il malato non riesca a vivere il morire come fase della propria esistenza e, in preda all’angoscia, demanda ogni responsabilità decisionale al medico, il quale decide talvolta in termini utilitaristici, tenendo cioè conto di costi, benefici, valore sociale del soggetto, ecc.
Il malato va invece accompagnato nell’itinerario che lo conduce dal rifiuto dell’accettazione della morte e deve essere aiutato a riappropriarsi del suo destino, accogliendo con maturità la drammatica esperienza del limite e dello scacco, soprattutto quando è credente e può dunque aprirsi a percepire la morte come ultima vocazione del Signore.
La vita è il bene fondamentale dell’esistenza umana, poiché è il presupposto di tutti gli altri beni. Ogni essere umano ha diritto alla vita e nessuno, per nessun motivo, in nessuna circostanza, può privare un innocente della sua vita.
In questo campo risalta con drammatica evidenza l’opposizione radicale fra una bioetica della qualità della vita, che ritiene intangibile solo le esistenze che raggiungono un certo standard di benessere e di prestazioni, e la bioetica della sacralità della vita che, indipendentemente da ogni altra considerazione o convenzione, ritiene degna di rispetto e tutela ogni vita umana.
Considerata alla luce della fede, l’inviolabilità del diritto alla vita dell’essere umano innocente, dal concepimento alla morte, è un segno e un’esigenza dell’inviolabilità stessa della persona a cui il Creatore ha fatto dono della vita. L’eutanasia è perciò la soppressione deliberata di una vita umana: essa viene attuata in una situazione particolare di sofferenza e talvolta con la convinzione di fare un gesto di pietà, ma nessuno può attentare alla vita di un uomo senza opporsi all’amore di Dio, per cui ogni forma di eutanasia diretta non è mai moralmente giustificabile.
Niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato, incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo.
Si tratta, infatti, oltre che di una violazione della legge divina, di un’offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità.

Di Marina Pitone

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