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DOLORE E SPERANZA: LA MORTE DELL’UOMO NELLA BIBBIA. A ELISABETTA RICCIO.

27/07/2012

Di Marina Pitone
Interrogando il testo biblico sull’essenza del Cristianesimo, siamo certi che è il dono della vita di Cristo ciò che riveste di particolare importanza la nostra religione; un dono che non è fine a se stesso, ma che è promessa di vita per gli altri. Gesù, essenza del Cristianesimo, ha dedicato la sua vita per la vita degli altri. Gesù Cristo, uomo-Dio, porta con sé la storia di una “vita spezzata” dal tempo, ma che ancora una volta sorge e si riunisce alla vita, grazie alla mano potente del Dio Padre e Dio Spirito. La sua dedizione e amore per gli latri sono stati un inno alla vita per liberarla dai limiti del tempo. La risurrezione è infatti vita senza tempo, senza fine. Dio ama l’uomo e ama la vita, poiché Egli è il creatore dell’uomo e il datore della vita e non può lasciare che la sua opera venga spezzata per sempre dalla morte. Sia i racconti di risurrezione che già troviamo nell’AT, sia le risurrezioni operate da Gesù esprimono questa volontà, ma con la risurrezione del Cristo crocifisso si apre finalmente la realtà escatologica.

La risurrezione di Cristo è la conferma di una promessa fatta ai patriarchi: “Io sono il tuo Dio, il Dio dei tuoi Padri” (Es 3,6); “Io sono colui che sarò” (Es 3,14), vale a dire il Dio che è sempre, il Dio della vita. Ma non solo, la risurrezione di Cristo è anche una promessa per ogni credente: “Dio, come ha risuscitato il Signore, così risusciterà anche voi mediante la stessa potenza” (1Co 6,14).
Nell’AT Dio è estraneo alla morte e la morte è estranea a Dio. I morti vivono nello Sheol, luogo privo della presenza di Dio. Tuttavia vi è la consapevolezza che neanche la morte può resistere di fronte a Dio: “Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire” si legge in 1Sam 2,6. Per l’uomo dell’AT la giustizia di Dio regolava i principi della vita, ma quando una vita giungeva al termine senza scorgere la giustizia di Dio, si interrogava Dio e la risposta riposava nella fede nel Dio della vita; questa era stata l’esperienza di Giobbe: “Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero” (Gb 19,26-27).
La morte per il popolo di Israele non era un problema di tipo esistenziale. Il centro della loro preoccupazione era la vita con la sua giustizia e le sue ingiustizie.
Ora come allora, il mondo contemporaneo a noi circostante cerca giustizia e interroga Dio: “se c’è un Dio, perché tante ingiustizie e sofferenze?” è la domanda più ricorrente. E la risposta a questa domanda è nel Dio della croce e della risurrezione.
Nella croce Dio si immerge nella sofferenza fino in fondo, Dio soffre e muore. Dio non risolve dunque la sofferenza restando nell’alto dei cieli, ma si fa servo soffrente, per dirla con Isaia, poiché solo un Dio che soffre può essere d’aiuto in un mondo sofferente. Così’ Gesù ha voluto mostrare la sua solidarietà con il dolore e le sofferenze del mondo, non spiegandoci il perché della morte ma mostrando personalmente la soluzione della quale ci ha fatto dono.
Il filo conduttore di ogni pagina della Bibbia è il patto d’amicizia tra Dio e l’uomo e la volontà di Dio di accostarsi all’uomo in ogni circostanza. Si mostra nel percorso biblico, dalla Genesi all’Apocalisse, il progetto di Dio attuato nella storia dell’uomo, con relative promesse non ancora adempiute ma che non mancherà di attuare. Questo progetto si dirige verso la restaurazione della sua giustizia.
Pertanto, i Vangeli e le Lettere di San Paolo cercano di illustrare il piano di Dio.
La notizia della risurrezione ha stravolto la vita dei discepoli che si sono lanciati nella testimonianza di questo messaggio senza paure. I discepoli non hanno più paura del tramonto della vita, ma non si alienano da questa speranza che li porta a stabilire dei legami umani qui sulla terra, perché ormai consapevoli che saranno per sempre. La risurrezione di Gesù è stata per loro l’alba di una nuova vita che nella speranza non conosce tramonto. L’idea che si ha della morte condiziona l’intera vita, ecco perché i discepoli, dopo la risurrezione di Cristo, hanno cambiato il loro approccio alla vita: una nuova prospettiva si andava ora delineando ai loro occhi.
L’apostolo Paolo, già al suo tempo, si trova a dover correggere le nascenti idee distorte riguardo alla risurrezione di Cristo, correlate alla risurrezione dei morti. Le filosofie ellenistiche permeavano il credo cristiano con concezioni lontane dalla natura escatologica tipicamente cristiana. Paolo spiega perciò ai Corinti quali sarebbero state le conseguenze della negazione della risurrezione dei morti: in primo luogo l’annullamento del valore della morte e della risurrezione di Cristo, in secondo luogo fa capire che la fede stessa perderebbe ogni senso se non avesse alcun riscontro con i problemi della vita quotidiana. Paolo insiste sul fatto che la fede e la salvezza non si possono limitare semplicemente ad un fatto spirituale. La risurrezione di Cristo è ben legata e inscindibile da quella dei morti e tutto questo fa parte del piano di Dio: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1Co 15,20).
Anche in una civiltà che si ritiene cristiana, capita attualmente di incontrare persone che non credono nella risurrezione. Come al tempo di Paolo, la nostra epoca si lascia affascinare dalle pseudo-filosofie contemporanee che propongono idee alternative dell’aldilà e dell’immortalità dell’anima. La scienza offre i mezzi per allungare la vita e per clonarla, mentre alcune correnti di pensiero che fanno capo alla New Age propongono la reincarnazione in base ad una concezione ciclica della vita, vita che prevede l’affidamento su se stessi, sulle proprie forze, inculcando nelle menti di soggetti particolarmente suscettibili quell’idea di onnipotenza in base a cui non c’è bisogno di essere dipendenti da alcun dio.
Oggi vi è soprattutto la tendenza ad eliminare la coscienza della morte, cercando di vivere bene ogni giorno della vita e, a lungo andare, le conseguenze di questo atteggiamento guidano verso l’individualismo e l’egocentrismo, dato che l’unica cosa che veramente conta è godere al massimo della propria vita, facendo ciò che dà immediatamente più soddisfazione, senza preoccuparsi delle conseguenze che verranno.
La risurrezione non è semplice speranza in una vita ultraterrena: l’uomo che crede e spera nella risurrezione si attacca ancora di più alla vita, alla sua identità, a tutta la sua persona valorizzando ancora di più se stesso e affidandosi alla speranza che Dio lo strapperà alla morte, permettendogli di ricongiungersi ai propri cari e di abbracciare finalmente Colui che ha vinto la morte.
Cristo offre una nuova vita e non soltanto in senso metaforico. Questa speranza, che diventa per il credente certezza, ci induce così ad apprezzare la nostra vita con tutte le sue gioie e difficoltà, con la consapevolezza che la fatica del nostro vivere non sarà vana nel Signore che, come leggiamo nel libro dell’Apocalisse, “tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più né morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.

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From → RELIGIONE

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