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ALMIRANTE E FINI: QUANDO L’ALLIEVO NON SEGUE IL MAESTRO

21/07/2012

Di Marina Pitone
Giorgio Almirante è stato il primo vero leader della destra italiana.
Uomo politico di grande spessore e indubbia moralità, viveva la politica come missione, come servizio. Seppe anticipare i tempi con una lucidità straordinaria: parlava di pacificazione quando gli altri si ostinavano a parlare di divisione degli italiani; parlava di riforme istituzionali quando per gli altri la Costituzione era un tabù; parlava di elezioni dirette (da parte del popolo e non da parte delle segreterie dei partiti) del Presidente della Repubblica, dei sindaci, delle cariche istituzionali più importanti; parlava di etica politica quando gli altri si rifiutavano di mettere in discussione il sistema delle tangenti; parlava di Patria quando gli altri la deridevano; parlava di Europa quando l’Europa sembrava ancora lontana, inarrivabile; parlava agli ex combattenti del RSI di restaurazione; era solito affermare che ogni crisi è un messaggio che la vita manda per far sapere che è arrivato il momento per un cambiamento verso nuovi orizzonti, nuove conquiste e che crescere e progredire non significa altro che avere il coraggio di cambiare per migliorare.


Giorgio Almirante è stato come un padre e un modello da seguire per tutti coloro che, come lui, desideravano e immaginavano un’Italia condivisa, civilmente pacificata, moralmente pulita, unita ed europea, di quell’Europa in cui trovare radici culturali e civili.
Così sembrava essere anche Gianfranco Fini, accalamato nel 1976 delfino “in pectore” proprio dallo stesso Almirante, da cui erediterà, nel 1988, l’incarico di segretario del MSI, con l’intento iniziale di dare alla destra italiana un’immagine più moderna ed europea, ma finendo per dar vita, staccandosi drasticamente dalla base di partenza, ad un movimento dai contorni alquanto ambigui e confusi che “non ha né futuro né libertà”, come ha giustamente asserito Donna Assunta Almirante in una recente intervista. Ormai troppo lontano da quei principi tipici della destra, Fini dimostra, senza alcun pudore, di condividere quelle idee che storicamente sono state patrimonio della sinistra. Ed ecco che nel giro di pochi anni dice tutto e il contrario di tutto. prima sostiene che Benito Mussolini è stato un grande statista, poi urla che il fascismo è il male assoluto. Prima vorrebbe cacciare tutti gli immigrati e vara così la legge Bossi-Fini, poi decide che sarebbe opportuno concedere loro il diritto di voto e di cittadinanza. Prima dice che i maestri elementari se sono gay non possono insegnare, poi lo vediamo battersi per i diritti egli omosessuali.
Ed è proprio questo che lo rende insopportabile ed incompatibile con chi non vuole seguirlo nel suo percorso di astrusa modernità: è l’arrogante pretesa di affermare e sostenere le sue idee in un’area che non è il naturale recinto di quelle idee; in un’area che quelle idee le ha sempre negate, aborrite e strenuamente avversate.
Non parliamo poi dell’aspetto ben più grave del suo comportamento: la strategia politica che consiste in un palese sabotaggio volto alla distruzione del PDL e, in particolare, ciò che sta più a cuore a Fini, l’annientamento di Berlusconi.

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